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Come si ammazza un torrente

A San Lorenzo in Banale il torrente Bondai sta per essere sacrificato per produrre energia elettrica

Anonimo Ambientale
Il torrente Bondai

“Valle selvaggia tutta dirupi, attraversata da un torrente senza nome che porta al Sarca le sue bianche acque scroscianti”. Così il poeta romantico Viktor von Scheffel, nel 1855, descriveva il paesaggio delle Moline, minuscola frazione di San Lorenzo in Banale. Un luogo visitato ogni anno da migliaia di turisti, attratti da un villaggio dal passato fervido di attività artigiane, dalla bellezza del paesaggio e da quel “torrente senza nome”. L’unico torrente trentino di tipo valchiusano, cioè derivante da sorgente carsica, come la fonte di Valchiusa di cui Petrarca cantò le chiare, fresche e dolci acque. Un nome, in realtà, quel torrente ce l’aveva e ce l’ha: si chiama Bondai. Anche se rischia di chiamarsi Bondai ancora per poco, perché un torrente morto non ha nome.

La vicenda è di quelle paradigmatiche. Apparentemente relativa a un micro-cosmo locale, ci permette di fare riflessioni che valgono per lo meno su scala provinciale, se non addirittura globale. Proviamo a riassumerla.

Il torrente Bondai

Primo episodio: il crollo. Inizia tutto nella primavera del 2006. Quando il costone roccioso della Crozèa (siamo sulla strada statale 421 dei laghi di Tenno e Molveno, nei pressi delle Moline e del Bondai) crolla nottetempo in galleria. Si tratta di un crollo imponente, senza conseguenze per le persone solo perché nessuno si trovava a passare in quel momento sulla strada. Perché questo crollo? Ancora oggi non è stata fatta luce sulla vicenda e la risposta si può solo ipotizzare.

In quei mesi, in quel tratto si lavora alla costruzione di una nuova galleria. I lavori sono appaltati dalla Provincia, e l’appalto è un pasticcio. Esso consente infatti il ricorso alle volate, cioè all’esplosivo. Chi abita alle Moline, in quei giorni, letteralmente sente tremare le pareti di casa. Nelle vicinanze del versante della montagna, in presenza di un delicato sistema carsico, dove già nel 1929 a seguito del taglio della strada si era verificato un grande crollo, si è permesso il ricorso agli esplosivi e non si è imposto il più sicuro uso della fresa. E il costone è crollato.

Secondo episodio: la “sistemazione”. E qui torniamo al Bondai. Dopo il crollo, il costone viene fatto brillare per ragioni di messa in sicurezza. Una massa di quattromila metri cubi si riversa sul torrente. Della rimozione dei detriti s’incarica la stessa Provincia, facendo intervenire il Servizio Bacini Montani. Il quale, per ripristinare la sicurezza idraulica del torrente, ossia evitare future esondazioni, opta per una soluzione molto invasiva, la più radicale: cementifica l’alveo. Anche se il Bondai storicamente non ha mai esondato, e anche se il problema del trasporto dei solidi nel corso d’acqua sarebbe scomparso una volta portati via i detriti.

le manifestazioni di protesta nella frazione Moline di San Lorenzo in Banale

Terzo episodio: la derivazione. Mentre il Servizio Bacini Montani lavora alla sistemazione del torrente, il Bondai si ritrova chiamato in causa su un altro versante, apparentemente senza collegamento alcuno: nel luglio 2006 arriva in Provincia una domanda di concessione a derivare acqua dal torrente, a scopi idroelettrici. Autore: il Consorzio Elettrico Industriale (Ceis) di Stenico. La portata massima richiesta dal Ceis è di 530 litri al secondo, quella media annua di 217, per produrre 219 kW di potenza, su un salto di 103 metri. Per il Ceis, un giochetto che frutterebbe 300-400 mila euro annui.

Il problema è che il Bondai è un torrente stagionale (scorre in effetti solo da maggio a ottobre), per cui la derivazione media d’ogni mese completo d’esercizio sarebbe in realtà quella definita “massima”: circa 500 litri al secondo. E questo su un torrente che ha una portata media di circa 600 litri al secondo nei mesi di maggior flusso, maggio e giugno. Questo significa che il 20% di “rilascio minimo vitale” cui sarebbe obbligato il Ceis garantirebbe al Bondai appena un centinaio di litri al secondo. Il torrente si trasformerebbe in un rivolo. La centrale idroelettrica, di fatto, lo ucciderebbe.

Quarto episodio: il declassamento. Solo che non tutti i corsi d’acqua sono derivabili. Quelli di maggior pregio non lo sono. E come si fa a stabilire il pregio di un corso d’acqua? Gli esperti del settore ricorrono all’indice di funzionalità fluviale (IFF). Lo fa anche l’Agenzia Provinciale per la Protezione dell’Ambiente. La quale, chiamata ad esprimere il suo parere alla fine del 2007, dichiara che i lavori di sistemazione successivi al crollo della Corzèa hanno “condizionato” l’indice di funzionalità fluviale, prima “elevata”, facendo sì che la derivazione idroelettrica diventi “accettabile relativamente alle esigenze di funzionalità fluviale”. Tradotto: il Bondai ora vale poco, e si può usare a scopi idroelettrici.

Quinto episodio: lo scaricabarile.  Facciamo un passo indietro e andiamo al marzo 2005, quando una delibera del consiglio comunale di San Lorenzo in Banale si esprime favorevolmente nei confronti del progetto proposto dal Ceis. Come spesso capita in questi casi, la popolazione non viene consultata né coinvolta nella decisione. E, come spesso capita, nasce un comitato (“Sos Bondai”), quando però le cose già sembrano decise. Pressato dal comitato, il sindaco di San Lorenzo ha recentemente fatto sapere che è la Provincia a dover decidere (e in effetti è il Servizio Acque a dover dare ora una risposta al Ceis). Ma scaricare il barile non è certo un bel modo di contribuire alla partecipazione democratica. 

le manifestazioni di protesta nella frazione Moline di San Lorenzo in Banale

Si tratta di una vicenda che ha del paradigmatico. C’è la questione della superficialità dell’azione amministrativa. Un appalto d’opera stradale fatto male, che diventa causa probabile di un crollo, innanzitutto. E poi lavori di sistemazione che declassano la qualità di un corso d’acqua, facendolo diventare improvvisamente derivabile. Il danno e la beffa. E viene da chiedersi: quanti torrenti trentini corrono lo stesso rischio?

E poi c’è la questione, sempre all’ordine del giorno, di una diffusa incapacità degli amministratori di prevenire col dialogo e la partecipazione la sindrome “non nel mio giardino”, calando dall’alto decisioni indigeribili: la vicenda dell’inceneritore e dell’Alta Velocità/Capacità sono solo i casi più eclatanti. Il Bondai, nel suo piccolo, non è diverso.