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A.A.A. soldi per Università cercansi

Anche l’Università di Trento fa i conti con i tagli: i bilanci sempre più in rosso mettono a rischio lo stesso concetto di università come servizio pubblico. Un’inchiesta tra buoni propositi, contromisure, in attesa di mamma Provincia.

Facoltà di Ingegneria

Inutile tergiversare: è questione di soldi. O meglio, il denaro è il motore delle dinamiche in corso. Come dovrebbe ormai essere chiaro infatti, la cosiddetta “Riforma Gelmini” dell’università è stata anticipata, accompagnata, incanalata dagli interventi del ministro Tremonti; cosicché molte delle novità sembrano voler adattare il sistema ad un risparmio tanto forzoso quanto sistematico.

In modo lampante, nel momento in cui vengono affrontate la riduzione dei docenti di ruolo ed una parziale espulsione dei lavoratori precari. Ma anche in maniera meno palese, quando il riassetto va a toccare gli organi di governo, accentrando una buona quantità di poteri nelle mani dei rettori e riorganizzando gli organi stessi secondo un’impostazione aziendalistica.

Lette in questa chiave, alcune delle recenti iniziative del Rettore Bassi assumono sembianze più esplicite. A partire dal ridimensionamento del personale: il quale induce un risparmio economico quasi irrisorio (e non tale, quindi, da giustificarlo in termini monetari), ma d’altra parte (ed è questo il punto) si allinea con quanto indicato oggi dal Ministero. Esistono, poi, altri aspetti organizzativi. Quella di accorpare differenti scuole di dottorato e, soprattutto, differenti dipartimenti è infatti più che un’idea.

Bassi Davide

Del resto, quando a luglio il rettore Davide Bassi presentò in Consiglio di Amministrazione dieci slide dal titolo “linee programmatiche 2010-2012”, il succo del discorso era chiarissimo: le risorse calano, il bilancio sta andando a rotoli; cosa facciamo?

C’è chi vi vede la fine del modello di università che oggi conosciamo in Europa. “Questa è una riduzione delle risorse che va al di là della crisi”, afferma il Rettore. E non è il solo a pensarla in questo modo. Così, i nobili discorsi sulla centralità dell’istruzione, alla base dell’inattuato protocollo di Lisbona (che li fissava come punti cardine della nuova Europa), vengono in pratica ritenuti chiacchiere. I ragionamenti sulla società della conoscenza, posti in gioco dal movimento dell’Onda studentesca, rimangono ignorati. La società e la politica non accettano aggravi fiscali, non intendono spostare la ricchezza prodotta dall’acquisto del superfluo all’incremento del sapere. Ricchi di gadget, poveri di idee: “Beata Ignoranza”, come recitava il movimento.

Come spaventato da una possibile estinzione, il mondo accademico pare darwinisticamente adeguarsi al clima: “lo slogan ‘più finanziamenti alle università’ non è realistico”, prende atto il preside di Giurisprudenza Luca Nogler.

Studiare in serie A o in serie B

Ed ecco quindi la crisi del modello attuale di università. Con due sbocchi, uno in coda all’altro. Il primo è la divisione della sfera universitaria in due fasce: la serie A, composta da atenei molto specializzati, molto finanziati, nei quali si fa ricerca avanzata e la didattica è rivolta agli studenti migliori; e la serie B, fatta di atenei generalisti e parsimoniosamente finanziati, dove la ricerca è poca (o nulla) e l’istruzione rimane ad un livello inferiore.

Il secondo sbocco, conseguente, è l’adozione del modello anglosassone, in cui “la serie A o B viene determinata dal reddito degli studenti”, come teme il preside Nogler: i ricchi nelle università d’élite, tutti gli altri ad affollare i banchi di modeste fabbriche del sapere standardizzato. “Perché il tema delle tasse studentesche non è stato ancora toccato, ma quello può essere un approdo” paventa Nogler; “e d’altronde in Italia abbiamo già, perfettamente funzionante, il modello Bocconi: tasse e costi molto alti, studenti di buona famiglia, didattica prestigiosa, immediati contatti con il mondo imprenditoriale”.Una siffatta impostazione porterebbe a un cambiamento dell’assetto della stessa società, con un’accentuazione dei privilegi dei ricchi, ulteriore rispetto a quanto accumulato dagli anni ‘80.

Nogler Luca

E allora? “Il nostro modello regge solo se diventa molto selettivo” risponde Nogler. Vengono quindi selezionate, cioè finanziate, le università migliori. “Solo che la selezione non la fanno le famiglie ricche, mandandovi i propri figli, ma lo Stato, privilegiando gli Atenei migliori” spiega Paolo Collini, preside di Economia.

Insomma l’università (almeno, quella di Trento, che ritiene di esserne poco coinvolta) accetta con i tagli ai finanziamenti anche le critiche che le sono state riversate addosso in questi mesi: “C’è stata una gestione incontrollata della spesa, con proliferazione di atenei satelliti istituiti tanto per occupare il territorio, e corsi di laurea spuntati come funghi. Quindi ben venga una selettività che permetta all’università di ristrutturarsi” afferma il prof. Claudio Migliaresi, già preside di Ingegneria, attualmente direttore del Dipartimento di Ingegneria dei materiali e del centro di ricerca Biotech (tecnologie biomediche). “L’università deve sapere accettare una politica di allocazione razionale delle risorse” conferma una volta ancora Nogler.

Insomma, il sistema universitario finora è stato cicala; dovrà trasformarsi in operosa formica.

In che maniera? Gli accademici sono concordi: utilizzando la selettività interna introdotta dalla riforma Gelmini; che finanzierà gli atenei virtuosi, a scapito di quelli “canaglia”. Trento, inserita al primo posto fra i virtuosi, con un extra-finanziamento di sei milioni, ovviamente plaude.

Non è che l’Onda avesse ragione?

Manifestazione dell'Onda

Ora, a parte la soddisfazione e l’orgoglio di vedere il nostro Ateneo ai vertici, sorge però la domanda: come diventerà l’insieme del sistema università attraverso questa dinamica degli incentivi? Non si rischia di andare incontro proprio alla dinamica serie A/serie B, negata a parole e riproposta nella pratica?

“In realtà, con la riforma si dà ad ogni ateneo la possibilità di fare una politica, di definire la propria mission: quale livello di formazione, quale di ricerca e in che settori, quale sostegno all’innovazione nel territorio”, risponde il Rettore.

Migliaresi Claudio

Bene. Però ci saranno le università che valgono di più e quelle che valgono di meno... “Certo, varranno di più quelle che avranno saputo meglio approfittare di quest’opportunità, sapendosi razionalizzare - replica il prof. Migliaresi - ma tutto questo all’interno di un miglioramento generale indotto dalla competizione. Mentre oggi fare bene o fare male è indifferente; e allora tanto vale, e le clientele vanno avanti con le loro logiche”.

Qui rispuntano le obiezioni del movimento dell’Onda. Allergica (sistematicamente) a qualsiasi cosa che odori di meritocrazia; ma anche attenta (più dei docenti?) alla stabilità dell’insieme del sistema, a partire dai punti deboli. Se, per punizione, magari sacrosanta, si tolgono finanziamenti proprio agli atenei disastrati, non si rischia (consapevolmente o meno) di portarli al collasso? E nell’estrema ipotesi che questi fossero costretti a chiudere i battenti, che ne sarebbe delle migliaia di studenti che ne compongono il bacino di utenza? Certamente le virtuose non sarebbero attrezzate per recepirli. Questo permetterebbe, quindi, agli atenei probi (come quelli del consorzio AQUIS) di fare cassa, ma al tempo stesso causerebbe un probabile, grave peggioramento del servizio universitario. Ed anche delle condizioni di diritto allo studio e dei suoi servizi: alloggi, mense, strutture sportive, attività culturali. “Quello della pubblica amministrazione è certamente il problema del Sud; ma non possiamo farcene condizionare fino all’immobilismo” risponde il prof. Nogler. “Mah, nessuna università ha mai chiuso, toccherà solo ad alcune sedi periferiche, che in realtà non hanno senso alcuno” afferma Migliaresi.

Ammesso però che, in una logica evolutiva volta al risparmio continuo, gli atenei virtuosi di oggi non si ritrovino canaglie e sottofinanziati domani.

In quest’ottica, assume altri connotati la riforma della governance proposta dal Ministro Gelmini: quella riforma che, come già detto, convoglia maggiori poteri e più ampie autonomie nelle mani dei rettori. Di quegli stessi rettori sui quali pende, gravosa e indecente, la responsabilità delle cattive gestioni. Di quegli stessi rettori che, ora come ora, arrancano sotto il peso di quella faticosa pratica che si chiama democrazia.

L’Ateneo internazionalizzato

Ma torniamo all’ateneo trentino. Quale la sua mission, quali le caratteristiche che dovrà assumere? Anzi, che potrà assumere, in tempi di problemi finanziari? Cosa resta dentro e cosa fuori?

La caratteristica saliente sarà, secondo il Rettore, “la vocazione internazionale. Che già abbiamo: la posizione di primato che ci ha permesso di ottenere sei miliardi di extra-finanziamento è dovuta in buona parte ai contratti di ricerca europei, di cui noi in Italia abbiamo il 5%, pur essendo solo l’1% del sistema. E punteremo su una didattica internazionalizzata, con corsi e lauree in lingua inglese, e con l’incremento della presenza, già significativa, di studenti provenienti dall’estero”.

In quest’ottica si situa il rapporto sempre più stretto con Innsbruck. Che, come i lettori di QT sanno, da anni cerca un rapporto privilegiato con Trento per formare un ponte economico-culturale tra mondo tedesco e mediterraneo. Trovando da noi una corrispondenza distratta. Ora ci si crede di più, sia a livello politico che universitario: con Innsbruck si stanno attivando progetti comuni sul fronte della ricerca, dell’integrazione dell’offerta didattica (con studentati rispettivamente tirolesi ed italiani nelle due città) delle attività, evitando i doppioni, ci dicono sia Bassi che Nogler. “Mettendo assieme tutto il Tirolo storico, abbiamo un bacino di 1,5 milioni di abitanti: che costituisce una dimensione minima per un’aggregazione di atenei che possa essere concorrenziale a livello europeo, teniamo presente che le dimensioni ottimali sono 5-10 milioni” afferma Bassi.

Laboratori Biotech

Detto questo, l’Ateneo vuole distinguersi per la buona formazione nella laurea triennale (ed il punto di partenza è buono: oltre il 50% degli iscritti vengono da fuori provincia, ad indicare Trento come sede ambita); ma soprattutto per la qualità della successiva laurea biennale e dei tre anni di dottorato. Sfatando così i miti de “l’Europa vuole laureati giovani” e “laureiamoli prima” alimentati dalla precedente riforma: il titolo davvero spendibile sul mercato, ora come ora, implica 5-8 anni di studio.

A questa didattica con ambizioni d’alto profilo, si affianca strettamente la ricerca: “oggi le conoscenze aumentano con velocità estremamente elevata, nel mio settore (ingegneria biomedica, ndr.) quello che insegnavo 5 anni fa oggi è superato, e in genere l’università si caratterizza proprio per la capacità di trasferire una buona ricerca in buona didattica”, sostiene Migliaresi. Chiudendo la porta alla possibilità (non troppo remota) di creare un’università di sola didattica.

A proposito di ricerca scientifica, il Rettore Bassi, nelle famose slide presentate al Consiglio di Amministrazione, non ha nascosto un interessamento particolare per i gruppi di ricerca nati sotto la sua egida: il Centro Interdipartimentale Mente e Cervello (CIMEC), il Centre for Integrative Biology (CIBIO) e il Centro Interdipartimentale di Ricerca in Tecnologie Biomediche (BIOtech), il cui finanziamento pro-capite (ovvero pro-ricercatore) previsto, a regime, risulta più alto di quelli assegnati a ciascuna singola Facoltà. Così come è parso determinato ad assegnare un ruolo di secondo piano (“investire eventuali nuove risorse aggiuntive” che pare difficile ipotizzare) alla ricerca nelle altre aree scientifiche, in cui peraltro il lavoro e i risultati sono consolidati e riconosciuti a livello internazionale.

La cosa ha creato scalpore, e così il Rettore ha corretto il tiro. Ma il tema su come selezionare la ricerca rimane, in tutti i casi, aperto e scottante.

Alla luce di questa situazione, viene spontaneo domandarsi: e dunque, si vuole tutto, senza rinunce? Ottima didattica a più livelli, consolidamento della produzione scientifica tradizionale, nuovi centri di ricerca: non sembra un programma un po’ ingordo, a fronte degli sbandierati problemi di bilancio?

E il Rettore squadernò i bilanci

Immagine al microscopio di cellule umane inserite su fibre artificiali

A questo punto, vale perciò la pena di dare un’occhiata ai conti. Di fianco è pubblicata la relativa tabella presentata a luglio dal Rettore: come si vede, la situazione delle entrate è in progressivo peggioramento (sebbene questo sia stato arginato, nel corrente anno, dal ricorso una tantum agli avanzi degli anni passati). E infatti il bilancio di previsione del 2009, messo a punto negli ultimi mesi, prevede un disavanzo (in negativo, ovviamente) di circa 6.000 euro. Giusti giusti, guarda caso, quelli che arriveranno da Roma come extra-finanziamento all’università virtuosa. “I costi aumentano fisiologicamente del 2-3% all’anno - afferma il preside di Economia Collini - Se la dinamica del finanziamento statale è quella attuale, può essere attenuata solo in parte dall’extra-finanziamento; e il risultato è che l’università dovrà diventare più piccola”.

Collini Paolo

Come scongiurare quest’esito?

Lavorando innanzitutto sul fronte delle spese. A iniziare da quelli che il Rettore definisce “rami secchi”: settori, cioè, che da tempo non producono più ricerca di valore, pur resistendo alle riorganizzazioni interne e ad una autovalutazione a volte troppo deficitaria. “Dobbiamo pensare di più cosa è strategico nel lungo termine, veniamo da anni di abbondanza in cui siamo stati poco selettivi, ogni nuova iniziativa l’abbiamo sempre aggiunta, lasciando il resto immutato.”

E chi decide quali sono questi rami potabili? La parola magica sembra essere “valutazione”; o meglio: “autovalutazione” per “migliorare la qualità” della proposta formativa e scientifica, e “valutazione esterna”, da parte di “valutatori qualificati a livello europeo”, per “decidere la distribuzione di finanziamenti”, come afferma Migliaresi. Dato che la prima e ultima valutazione esterna è stata effettuata sette anni fa, forse sarà meglio aggiornarsi. Fermo restando che a decidere della sopravvivenza di certi corsi di laurea (alcuni dei quali “fantasma”) dovranno essere le iscrizioni degli studenti.

La tabella del Rettore - I bilanci di previsione
Voci2009201020112012
Ricavi171.866163.069163.298163.298
Di cui area ricerca39.36736.51537.10037.100
Costi180.738176.887180.618182.168
Di cui area ricerca53.14550.23149.05949.285
Ricavi – costi- 8.872- 13.818- 17.320- 18.870
I valori in migliaia di euro


Sperando in Dellai

L’altro importante fronte è quello delle entrate. Anche razionalizzandosi, l’Università di Trento, se davvero ha l’ambizione di mantenere saldo e vivo il livello raggiunto (e magari prendere come punto di riferimento non gli atenei italiani, ma quelli europei), dovrà cercare di aumentare le entrate.

Anzitutto quelle nazionali. Oggi, infatti, la quota riservata alle cosiddette università “virtuose” è il 7% del totale, e Trento se ne è conquistata, anche grazie al lavoro del Rettore, una parte significativa (i famosi 6 milioni). È possibile che la quota del 7% venga incrementata, ma è anche facile prevedere che gli altri Atenei, annusato il vento che tira, lavorino anch’essi per entrare nella cerchia dei “virtuosi”. Questa sarebbe, oltretutto, la conclamata competizione che dovrebbe portare all’auspicato miglioramento del sistema. All’interno della quale comunque Trento non può certo addormentarsi e finire a prendere cazzotti.

L’altra fetta cospicua delle entrate è garantita dalla Provincia. Il cosiddetto Accordo di Programma, attraverso il quale, dopo una trattativa con il Rettore, la Pat finanzia l’edilizia universitaria, la manutenzione, i centri e i progetti di ricerca, il diritto allo studio (attraverso l’Opera Universitaria). Insomma, un grande sforzo economico, mediamente sopra i 60 milioni all’anno; uno sforzo che ha molto contribuito al successo dell’Ateneo trentino. A questo riguardo, è lecito domandarsi: in questa situazione di contrazione delle risorse nazionali, può la Pat allargare ulteriormente i cordoni della borsa? E a quali condizioni? Nel caso in cui lo facesse, potrebbero profilarsi pericoli di condizionamento? Di questo risponde, nell’intervista a fianco, chi la borsa la tiene in mano, ovvero Lorenzo Dellai.

Per concludere. Dal mare attualmente in tempesta, l’università trentina può probabilmente uscire con gli alberi intatti. E trovare, in una riforma nazionale che lesinerà il centesimo, la possibilità di rinnovarsi. Tale ‘beneficio’, se così lo si può definire, è forse l’unico aspetto per il quale alla pesante e (probabilmente) iniqua riduzione dei finanziamenti può essere data una parvenza di positività. In particolar modo in un Paese che ha sistematicamente deciso di non investire sulla formazione. Ma è un beneficio che bisognerà essere in grado di cogliere. Criticamente.

Dellai: l’intervento della Provincia? Inevitabile

Dellai Lorenzo

Con i tagli governativi, l’Università di Trento si trova a dover ancor più contare sull’apporto finanziario della Provincia, che peraltro, secondo gli ultimissimi accordi sul federalismo fiscale, si troverà pure ad assumere la competenza diretta, cioè a gestire gli stessi finanziamenti statali, secondo modalità peraltro tutte da definire. Insomma, la Pat e il suo presidente, diventano sempre più decisivi nella vita dell’Ateneo trentino. Ne parliamo proprio con Lorenzo Dellai.

Ora però siamo in una fase generalizzata di tagli ai finanziamenti.

Servono regole e risorse. Per regole intendo governance efficaci, organizzazione, capacità di premiare i comportamenti virtuosi, su cui si discute in un momento di difficoltà della finanza pubblica. Dentro questo contesto la nostra università ha una chanche in più, sia come regole - uno statuto speciale, possibilità organizzative più agili, possibilità di reclutamento (di docenti stranieri) - sia come risorse”.

Finanziariamente siete intervenuti con il cosiddetto Accordo di Programma (AdP).

La Pat non vuole mettere il becco sull’autonomia dell’università; però i suoi interventi storicamente li discute. L’AdP ha aiutato a sviluppare la qualità: i progetti informatica e biotecnologie (corsi di laurea e centri di ricerca) neuroscienze, la filiera degli studi internazionali, l’internazionalizzazione (come docenti e studenti). Attorno a questo ci sono le collaborazioni con i nostri centri di ricerca, San Michele e Fbk. E ora piste nuove, legate all’ambiente, abbiamo sollecitato la ricerca sulle energie rinnovabili. Infine il percorso più consolidato, tutto il capitolo dell’edilizia e dei servizi, del diritto allo studio. Dal 2004 al 2010 sono mezzo miliardo di euro, solo nel 2010 sono a bilancio 67 milioni”.

Ora, con il federalismo fiscale il finanziamento nazionale passa alla Pat. Non c’è il rischio che l’università di Trento ne risulti cloroformizzata, avulsa dalla competizione nazionale e dal confronto con gli altri atenei?

No, ovviamente rimarrà un’università statale, ed è giusto e opportuno che rimanga nel sistema di comparazione nazionale, anzi, che si compari a livello internazionale”.

La Pat non rischia di essere un finanziatore troppo vicino, ingombrante?

Nel mondo globalizzato non c’è maggior vicinanza della Pat rispetto allo Stato, l’università saprà difendere la propria autonomia, sarà questione di stabilire regole opportune. Se la Provincia avesse intenti poco nobili farebbe meglio a ritagliarsi un fondo da gestire discrezionalmente; noi invece puntiamo a un accodo generale, sulle linee macro, e sulla sua attuazione c’è la completa autonomia dell’Ateneo”.

Non riceve pressioni da parte di singoli centri, dipartimenti?

Come è normale, spesso ricevo singoli presidi o professori, ma come dico sempre a tutti, l’interlocutore è il rettore, non il presidente. È l’università che al suo interno elabora la sua strategia e porta proposte alla Pat, che nel frattempo sente il territorio per veder quali sono le esigenze”.

Con le attuali nubi sul bilancio dell’università, è ipotizzabile un aumento dell’Adp?

Sarà inevitabile. La finanza nazionale non consentirà risorse adeguate, e quindi la Pat è consapevole che fin da subito dovrà impegnarsi su questo piano. Discuteremo con il rettore e il presidente le modalità. Discuteremo un piano di lungo periodo, perchè possiamo offrire continuità e stabilità di finanziamenti oggi precari. Per noi l’università non è un optional”.

Un rilievo critico. Oggi si depreca il proliferare negli scorsi anni di piccole università locali. Cosa ha da dire oggi sul suo progetto di una seconda università a San Michele?

Non c’è nessuna università a San Michele. C’è un istituto che svolge un’attività di altissimo livello attraverso l’università di Udine, che ha agronomia. Si parte da un dottorato internazionale nel campo delle biotecnologie verdi, in collaborazione con l’università di Trento come di altre. Però non è una seconda università”.