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Segni di croce

I simboli religiosi e la loro presenza nei luoghi privati e pubblici in due suggestivi libri dell’antropologa Clara Gallini

1926, Mussolini saluta romanamente la croce

In Italia, i luoghi dove si forma il cittadino e si esercita la giustizia sono marcati dalla presenza, per legge obbligatoria, di un simbolo religioso che a molti sembra sia ‘da sempre lì’. La storia che sto per ricostruire è ben diversa. Il crocifisso che vediamo campeggiare sui muri sopra le cattedre delle scuole e dei tribunali, la grande croce che troneggia sul Campidoglio o nel cuore del Colosseo, monumenti rappresentativi della Capitale, non sono ‘da sempre lì’. Al contrario furono ‘restituiti’ al Regno d’Italia nella città di Roma perché già erano stati rimossi o era in atto uno scontro politico, in un certo senso comparabile a quello cui stiamo assistendo ancora oggi”.

È uscito nel maggio scorso, Il ritorno delle croci di Clara Gallini (manifestolibri), in abbondante anticipo sul riaprirsi della controversia a seguito della sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo. L’autrice è antropologa e come tale aveva affrontato un tema limitrofo in Croce e delizia. Usi abusi e disusi di un simbolo (Bollati Boringhieri 2007), un breve saggio nel quale si avvia una riflessione sullo sparire della croce da alcuni luoghi di denso significato simbolico (il muro a capo del letto, la soglia di casa) e sulla sua appariscente presenza altrove, ad esempio come seduttivo ornamento di corpi femminili e maschili. Forzando un poco, si può riassumere l’esplorazione avviata in Croce e delizia nel paradosso di un segno che muta profondamente senso, mentre se ne ribadisce a livello pubblico la generale e immutabile rappresentatività.

Il ritorno delle croci si inoltra su un terreno propriamente storico, ma per nulla percorso dalla storiografia. Gallini, di nuovo nell’agile misura di un centinaio di pagine, racconta alcune vicende esemplari. La prima è il conflitto esploso tra la fine del 1920 e l’inizio del 1921 nel vercellese tra le amministrazioni socialiste (uscite fortissime dalle recenti elezioni) e un mondo cattolico supportato dalle normative statali e dalle autorità deputate a farle rispettare. Su impulso di un maestro animato da slancio ideale venato di evangelismo rivoluzionario, F. Angelo Fietti, assessore della Pubblica Istruzione a Vercelli, i socialisti decidono di rimuovere i crocifissi dalle scuole, con due argomenti di diversa natura. Il primo fa riferimento al rispetto di tutte le credenze, degli allievi come dei docenti, “ricordando che nelle scuole pubbliche ad impartire l’insegnamento non vi sono solo dei maestri cattolici, ma ve ne sono pure di ebrei, di protestanti, di atei e di non curanti di qualsiasi religione, ai quali non si può imporre un simbolo, che sia contrario alle oersonali credenze dei medesimi”. E poiché l’insegnamento religioso non è obbligatorio, i simboli della religione cattolica non si dovrebbero esporre, nemmeno come suppellettile scolastica (come prevede invece un Regio Decreto del 1860 dello stato sabaudo passato a far parte della legislazione italiana). Il secondo argomento, sul quale dovremo tornare, è di tipo “pedagogico”: sarebbe contrario “ad una educazione sana e civile l’esporre continuamente allo sguardo del ragazzo, che deve andare alla vita, il simbolo del dolore e della morte”.

La Domenica del Corriere del 16 gennaio 1921 racconta le manifestazioni di protesta “contro l’ostracismo degli amministratori socialisti del Vercellese al crocifisso nelle scuole”.

La mobilitazione contro il provvedimento è immediata, in qualche caso anche a livello popolare. Una manifestazione di donne a Stroppiana assedia il municipio, per riportarvi il crocifisso: la scena, disegnata da Beltrame sulla copertina della Domenica del Corriere, assume una rilevanza nazionale emblematica. A riportare le sacre suppellettili negli edifici scolastici vercellesi sono però bidelli e insegnanti su intimazione dei carabinieri. La sconfitta dei socialisti vercellesi non è solo contingente. Gallini, che pure non nasconde simpatia per la coerenza del loro gesto, ne ipotizza conseguenze gravi: “Forse, anche per questa strada è passata quella sconfitta dei socialisti su cui avrebbe tanto meditato Gramsci nello stilare le note dei suoi Quaderni del carcere...”.

Segnalavamo l’infiltrarsi, tra le motivazioni dei socialisti vercellesi, di un’avversità di tipo culturale nei confronti dell’esposizione del dolore e della morte del Cristo crocifisso. In un breve capitolo di particolare suggestione l’autrice ricostruisce la circolazione di questo tema nella poesia italiana tra ‘800 e primo ‘900. È il Carducci di Alle fonti del Clitumno a cantare la rivincita del paganesimo solare sul cupo cristianesimo penitenziale, mentre l’invettiva di un altro testo da Odi barbare (In una chiesa gotica) ricorre nelle citazioni: “Cruciato martire tu cruci gli uomini,/ tu di tristizia l’aër contamini”. Ed è il D’Annunzio di Maia a ribadire in profezia di una nuova romanità l’immagine carducciana di un mondo classico fatto deserto dal cristianesimo: “e la croce del Galileo/ di rosse chiome gittata/ sarà nelle oscure favisse/ del Campidoglio, e finito/ nel mondo il suo regno per sempre”.

Le “favisse” sono delle celle sotterranee che servivano come deposito dei templi antichi. Da quel luogo fisico e metaforico della rimozione muove il capitolo successivo del racconto: negli appartati depositi del Campidoglio viene rintracciata nel 1924 la grande croce che stava sulla Torre Capitolina e che vi era stata ricoverata nei primi anni di Roma capitale. Un ritrovamento a proposito, nel momento storico giusto. Sulla spinta di un gruppo di intellettuali cattolici guidati dall’ex-popolare e clericofascista Egilberto Martire, le nuove autorità riportano la croce sulla torre, ricongiungendola alla statua antica della dea Roma ed erigendo così un simbolo del nuovo rapporto tra potere politico e potere ecclesiale che si andava prefigurando. Altrettanto potente sul piano simbolico il “ritorno trionfante della Croce al Colosseo” celebrato il 24 ottobre 1926, nuova tappa di un lungo conflitto culturale di innegabile spessore. Sono opposte visioni della storia romana e cristiana che si confrontano, quando gli archeologi del secondo Ottocento decidono di togliere alla grande arena il carattere di luogo sacro di commemorazione dei martiri (era stata edificata lì, a metà ‘700, una frequentatissima Via Crucis). E così anche quando se ne compie una riconsacrazione, nell’epoca del fascismo consolidatosi in regime.

1823, Via Crucis al Colosseo.

Ritorni, riconsacrazioni, restituzioni. Anche la circolare del ministro di Grazia e Giustizia Alfredo Rocco che prescrive l’affissione del simbolo cristiano accanto all’effigie del re sopra il banco dei giudici nei tribunali indica nel titolo come proprio oggetto “la restituzione del Crocefisso nelle aule di udienza”. Il fascismo si presenta così come ricostituzione di un ordine infranto, negli eccessi settari dell’Italia postunitaria prima ancora che nei conflitti sovversivi del dopoguerra.

Alle microstorie rievocate da Gallini molte altre dovrebbero affiancarsi, per poter apprezzare in tutta la sua complessità un conflitto che appartiene in modo profondo alla storia italiana. È il caso di ribadirlo, perché se ne è persa cognizione nel senso comune: non sono le immigrazioni relativamente recenti a porci di fronte alla tematica qui esemplificata; non è la demarcazione tra “italiani” e “stranieri”, tra un “noi” e un “altri” a dover essere ridefinita. Questo antico conflitto è essenzialmente tutto nostro. Anche se è certo che la presenza crescente nella nostra società di diverse confessioni religiose e tradizioni ci “restituirà” sempre più forte l’attualità di questioni che non possono giacere inerti nelle “favisse” dove troppi si illudono di poterle relegare.