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Agricoltura: i nodi irrisolti

“Agricoltura duemilaventi” era l’impegnativo titolo, rafforzato da un incisivo sottotitolo “strategie di indirizzo del sistema agroalimentare trentino”. Promosso dalla Giunta provinciale, annunciato in pompa magna, il convegno è giunto in un momento delicato per l’agricoltura trentina, quando diversi nodi stanno giungendo al pettine.

Tiziano Mellarini

Questi infatti sono stati anni di vacche grasse, di cui si paventa l’inizio della fine. Intendiamoci, il sistema trentino, basato su generosi contributi provinciali e su una presenza, robusta e capillare, della cooperazione, ha funzionato: ha letteralmente cambiato, oltre al reddito, anche il profilo sociale del contadino, pardòn, dell’imprenditore agricolo; ed è risultato talmente forte da proiettare diverse aziende, private e soprattutto cooperative, in attività in altri territori: Veneto, Toscana, Umbria, fino alla Sicilia.

Ora però tante cose stanno cambiando, e gli effetti della crisi da una parte, della globalizzazione dall’altra, hanno evidenziato elementi di criticità, anche pesanti, o addirittura di crisi. Il più pesantemente investito è stato il settore vitivinicolo che, baciato da un’espansione rigogliosa, aveva forse perso il senso della misura, frammentandosi e lanciandosi in investimenti azzardati; in crisi strutturale è la zootecnia, cui si è sovrapposta la pesante crisi manageriale delle cooperative del lattiero-caseario; regge bene, non a caso, quella che negli anni grassi è stata la cenerentola, la frutticoltura, peraltro anch’essa con problemi di prospettiva nella competizione globale.

Diego Schelfi

In questo quadro il convegno giungeva a fagiolo: un ripensamento delle strategie è doveroso. Purtroppo la giornata è stata deludente: l’assessore Mellarini ha parlato tanto di valori, poco o niente di obiettivi concreti; il superconsulente Franz Fischer, già presidente della decisiva Commissione europea per l’agricoltura, ha riproposto concetti ampiamente noti e poco praticati (vedi la simbiosi agricoltura-turismo); lo stesso Fischer, presiedendo la tavola rotonda, si è riscattato facendo domande incisive agli esponenti del mondo agricolo, ma ottenendone solo imbarazzanti balbettii; il superpresidente della cooperazione Diego Schelfi si è limitato a una retorica difesa d’ufficio del modello cooperativo; al presidente della Provincia Dellai nelle conclusioni, anch’egli insolitamente fiacco, non è rimasto che allargare le braccia: “Questo dev’essere solo il primo di tanti momenti di confronto”.

Ossia, una giornata buttata via, se non fosse stato per l’intervento del presidente della Camera di commercio Adriano Dalpez che, invece di limitarsi al rituale saluto, ha messo i piedi nel piatto, evidenziando una serie di errori strategici, di produzione, promozione e commercializzazione. E se non fosse per l’effetto-convegno che comunque scatta tra le centinaia di operatori della stessa filiera, che inevitabilmente, a lato dei lavori, discutono e si confrontano.

I nodi veri sono di base, dolenti e difficili da affrontare in chiave politica. Anzitutto l’eccesso di contributi, specie al settore cooperativo, che ha sostenuto iniziative di scarsissimo spessore imprenditoriale, rivelatisi autentici boomerang. E poi, le incertezze strategiche su come qualificare la produzione trentina: in tutta la giornata abbiamo sentito menzionare solo una volta, e di sfuggita, l’aggettivo “biologico”, pur in presenza di un’agricoltura biologica che già ora raggiunge volumi interessanti; probabile segno, assieme alla nomina a capo dell’Istituto di San Michele di un sostenitore degli Ogm, di scelte ecologicamente poco qualificanti ora, e probabilmente miopi nella prospettiva, che pur si vorrebbe avere, del 2020.