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Afghanistan, confine avanzato dell’Occidente?

L’equivoco della exit strategy di Obama

L’Italia è chiamata con altri paesi europei a rafforzare il suo contributo alla stabilizzazione dell’Afghanistan. Ma ormai più nessuno crede alla favola della missione di pace, e ancora una volta ci si chiede perché siamo in Afghanistan e, a sinistra, perché proprio Obama il “pacifista”, sotto il pretesto di una exit strategy, ha di fatto portato l’impegno militare in Asia Centrale a livelli mai visti prima.

Ma che significa exit strategy? Qui sta l’equivoco, perché gli USA non vogliono affatto uscire dal teatro centro-asiatico. Si sta cercando in realtà di replicare in Afghanistan lo schema irakeno che portò, dopo un breve massiccio aumento dell’impegno militare, a una sostanziale pacificazione del paese. Le truppe americane si sono ora ritirate nelle loro caserme, fuori dai centri abitati dove residuali compiti anti-guerriglia sono ormai assolti dalle forze irakene, in questi anni ricostruite e riportate a una buona capacità di controllo del territorio. L’operazione Irak pare riuscita: oggi il paese è divenuto la base avanzata della NATO in Medio Oriente, il presidio dei maggiori giacimenti di petrolio del pianeta e di vitali rotte marittime, nonché una vetrina della democrazia da esibire nel mondo arabo.

Ma, ci si chiederà, vale la pena dissanguarsi anche in Afghanistan per giungere a quella che appare una ben più ardua pacificazione? E a che pro?

Guardiamo la cartina geografica. Tra l’Afghanistan e l’Irak è situato l’Iran, paese che spezza la continuità territoriale del dominio americano e che per necessità attualmente è allineato con i paesi della SCO, l’ organizzazione politico-militare guidata da Russia e Cina. Se in Iran, a seguito del montare della protesta popolare e/o di interne rese dei conti, ci sarà un cambio di regime, è scontato che il paese si riavvicinerà agli USA, verso cui guardano tradizionalmente la borghesia urbana, consistenti frange dell’esercito nostalgiche della monarchia e - più velatamene - i settori evoluti dello stesso establishment religioso, desiderosi di sbarazzarsi di Ahmadinejad e di voltare pagina.

Se in Iran si consumasse il ribaltone col conseguente ritorno del paese nell’orbita occidentale, ecco che l’impero americano sotto le bandiere della NATO potrebbe più agevolmente sostenere l’avamposto oggi isolato e malsicuro dell’Afghanistan; si sposterebbero in sostanza le frontiere orientali dell’Occidente, attualmente ferme in Mesopotamia come al tempo delle guerre tra i Romani e i Parti, molto più a est, in piena Asia Centrale dove si era spinto Alessandro il Macedone.

Ma è realistico questo progetto? È chiaro che non è nell’interesse di Russia e Cina favorire un cambio di regime a Teheran, e forse neppure un suo ammorbidimento, che si risolverebbe inevitabilmente in un progressivo allontanamento dell’Iran dalla SCO, in cui Teheran ha cercato finora protezione dalle minacce americane. La Russia si è ormai guadagnata con il sostegno a Teheran quello sbocco ai mari caldi dell’Oceano Indiano che è sempre stato una delle sue direttive strategiche sin dall’epoca degli zar; inoltre è tornata alla grande sullo scacchiere mondiale facendo pesare il suo ruolo nel programma nucleare iraniano. La Cina, che si trova gli americani già alla frontiera (l’Afghanistan, ricordiamolo, confina con essa a nordest), non può accettare di buon grado che la NATO vi si rafforzi con la retrovia di un Iran normalizzato. Di più: l’Iran e i suoi giacimenti sono la parte di risorse petrolifere del Medio Oriente che ancora sfugge al controllo americano: costituiscono una riserva strategica da mantenere a tutti i costi, e non a caso la Cina ha stretto ampi accordi di fornitura e assistenza tecnica con l’Iran. 

Insomma, oggi è in gioco un tentativo di spostare ulteriormente i confini orientali, la frontiera avanzata dell’impero, qualcosa che l’Occidente ha sempre tentato di fare da Traiano, emulo dichiarato di Alessandro, sino alle imprese di Bush padre e figlio. La prova di forza in Afghanistan e la lotta di potere in Iran ci diranno presto se l’Occidente potrà vincere la sfida lanciata alla Cina e alla SCO. Se l’Iran non tornasse in tempi ragionevoli nell’area occidentale, l’operazione Afghanistan (con le complicazioni pakistane) potrebbe rivelarsi nel tempo sempre più dispendiosa e insostenibile; la NATO potrebbe dover ripiegare sulle posizioni di recente consolidate in Mesopotamia, rassegnandosi a riconoscere al Dragone cinese la supremazia in Asia Centrale, ossia sul suo “cortile di casa” .