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Eugenio Prati

Il fratello minore di Segantini

Palazzo delle Albere, sede del Mart dedicata alla pittura del XIX secolo, ha da poco inaugurato una significativa mostra dedicata a uno dei più importanti artisti trentini dell’Ottocento, Eugenio Prati (1842-1907). Sebbene parzialmente oscurate dalla fama di Giovanni Segantini, che di Prati fu una sorta di maestro spirituale, le opere dell’artista nativo di Caldonazzo furono non di rado presenti alle esposizioni internazionali di fine secolo.

Eugenio Prati, La spina (1902)

La mostra documenta, attraverso una settantine di opere, le varie tappe del suo percorso artistico che, da un iniziale storicismo di stampo accademico -quello, per intenderci, di opere come Il generale Garibaldi a Milazzo (1869)- lo porterà ad aprirsi ad un naturalismo marcatamente simbolista, che caratterizza le sue opere più mature.

La critica suddivide storicamente il percorso artistico di Eugenio Prati in tre periodi: la formazione accademica (1866-1880), il cosiddetto “periodo di Agnedo” (1880-1890), da molti considerato il più riuscito, e infine il periodo compreso tra il 1890 e il 1907, anno della sua morte, in cui egli si avvicina a quel simbolismo italiano non privo di accenti mistico-religiosi. Tale tripartizione potrebbe oggi essere in parte rivista, sia grazie ad alcuni dipinti recentemente emersi, che in seguito ad una contestualizzazione dell’opera di Prati in più stretto rapporto con le tendenze artistiche che caratterizzano la seconda metà dell’Ottocento italiano.

Il primo periodo artistico di Prati corrisponde a quello della sua formazione, vissuta tra Venezia (1856), Firenze (1866) e infine Roma (1872). Nella città lagunare Prati abbandona lentamente gli studi di figura di stampo accademico per aprirsi alla ritrattistica. Tale genere, nel successivo passaggio a Firenze, seguirà i gusti del mercato, al cui richiamo Prati non rimase indifferente: le figure ritratte indossano spesso sontuosi costumi, sebbene tale pittura, allora di moda, sia controbilanciata da un gusto verista-anedottico non esente da sentimentalismi, in linea con molta pittura post-risorgimentale. Sono di questi anni opere come Donna Romana (1872), il Ritratto dello scultore Andrea Malfatti (1871-4) e gli inediti ritratti del barone Guglielmo Bossi Fedrigotti e della moglie Johanna (1871), recentemente ritrovati presso gli eredi della coppia.

Del 1884 è Idillio, presentato per la prima volta all’Esposizione Generale Nazionale di Torino, quadro che segnerà una svolta nella pittura dell’artista. La novità del dipinto sta nella fusione tra uomo e natura: una fusione che traspone nel paesaggio una chiave di lettura del sentimento, non privo di accenti mistici. Ed è proprio in questa apertura alla sfera sentimentale, in questo passaggio dal naturalismo al simbolismo lirico, che Prati si avvicina maggiormente alla lezione segantiniana. In tale evoluzione entrano in gioco due diversi fattori: da una parte l’adozione di nuovi soggetti, come la natura morta (talvolta utilizzata anche all’interno di soggetti più complessi, come ne La lettera con l’uva, del 1895), dall’altra il sapiente utilizzo di nuovi espedienti pittorici, come quello delle cascate di fiori, presenti in svariati dipinti, da Gelosia (1895) a Visione di Tiepolo (1896).

Oltre ai temi, Prati ebbe in comune con Segantini il fatto di affidare le proprie opere all’abile mercante d’arte Vittore Grubicy, al quale spetta il merito di aver reso celebri, anche grazie alle sue segnalazioni sulle pagine di “Cronache d’arte”, le opere di Prati all’estero, come nel caso di Nozze d’oro (1896) e I primi fiori a Venezia (1889-1892), esposto, oltre che a Trento, anche a Genova, Chicago, Berlino, Milano e infine San Pietroburgo, ove venne acquistato. Sempre ambientate a Venezia sono altre squisite tele dal gusto aneddotico di questo periodo, come Fusettaia veneziana (1895) e soprattutto Favretto al Liston (1894).

Negli ultimi anni d’attività la produzione artistica di Prati, che abbraccia ora anche soggetti religiosi -dal Cristo morto (1881) di Borgo Valsugana a Consumatum est (1906) del Mart- si avvicina sempre più al mondo degli umili, già colti nel corso degli anni Settanta nei loro modesti interni domestici (come in Amor non prende ruggine del 1880, o il toccante Divorzio, del 1882), ora ambientati nella quotidianità del lavoro nei campi, immersi in paesaggi dominati dai rapporti di controluce e chiaroscuro che danno risalto alla spiritualità dell’insieme. Esemplari di quest’ultima fase sono opere come Agnellino smarrito (1900), La spina (1902), Pura (1903) e soprattutto Le due madri (1906), profondo inno alla maternità.

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Commenti (2)

Maria Teresa

Grazie

Maria Teresa


Mi piace moltissimo la pittura di Eugenio Prati ,mi piacerebbe vedere qualche altra sua opera con vari temi,in particolar modo scene di pastorelli.Grazie
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