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Una Facoltà in affanno

Da Sociologia se ne vanno i docenti (illustri) di Studi Internazionali. In tanti alzano le spalle. Crisi e prospettive di una Facoltà e una disciplina di cui oggi ci sarebbe un grande bisogno.

Era uno dei primi giorni del febbraio di 41 anni fa: chi scrive, studente di Ingegneria a Padova, con l’amico Luigi (Medicina a Pavia) entrava a Sociologia, occupata dagli studenti. Il grande spazio (già palestra delle scuole elementari e oggi suddiviso in più spazi, tra cui l’Aula Kessler) era gremito per un’assemblea, noi trovammo a stento un posticino. Tra barbe incolte e capelli fluenti noi due, perbenino, volti rasati e sfumatura alta, stonavamo. Percepimmo diffidenza. “Ci prendono per spie della polizia” mi sussurrò Luigi all’orecchio. Attorno a noi si era creato un piccolo cerchio vuoto. Gli interventi si susseguivano, nel silenzio generale, niente commenti né applausi, in tanti prendevano appunti. Poi parlò Mauro Rostagno: bell’intervento, parole appassionate e ragionamento lucido, chi prendeva appunti scriveva frenetico. Poi disse “So bene che la polizia ci controlla, che anche qui, anche ora, ci sono dei figli di puttana infiltrati...”. Lo spazio vuoto attorno a noi si allargò. Luigi mi sollecitò, sempre più allarmato “Ci prendono per spie, devi intervenire!” Presi la parola, tra sguardi beffardi. “Compagni...” - figuriamoci - “studio ingegneria...” - arie di sufficienza - “il movimento a Padova...” risolini. Poi misi i piedi nel piatto: vi parlo da trentino, voi nei rapporti con la popolazione sbagliate tutto, le vostre iniziative sembrano abbiano lo scopo di stupire o addirittura di offendere, non di comunicare, di rapportarvi con la gente, ma come si fa, da intellettuali snob, a sbeffeggiare la cultura della montagna, a prendersela con gli alpini che sono un’autentica espressione popolare? Smisero di ridacchiare, anzi iniziarono a commentare a bassa voce e poi a prendere appunti, e mentre gli buttavo addosso una serie di rampogne vedevo i fogli dei quaderni girare. Il giorno dopo qualcuno mi fece arrivare un ciclostilato interno al movimento: era una riflessione profondamente autocritica su come ci si stava rapportando con la popolazione.

Questa era la Sociologia degli esordi - gli studenti, ma dietro a loro anche i professori: una grande tensione a superare l’autoreferenzialità, ad aprirsi, a contaminarsi con la società. Poi ci furono i volantinaggi davanti alle fabbriche, i collettivi operai-studenti, ecc.

Tutto questo oggi è archeologia. Eppure è spontanea la domanda: di quell’apertura verso la città e il mondo esterno, che tra le tante cose, molte discutibili, era anche una maniera di interpretare il ruolo di universitario e la disciplina sociologica, cosa è rimasto oggi? Questo interrogativo può servirci per meglio capire la fase conflittuale che ora sta attraversando la prima facoltà trentina.

Gli internazionali se ne vanno

In questi giorni se ne sono andati da Trento, o sono con le valigie in mano, ben cinque docenti, tutti di livello internazionale: Sergio Fabbrini, approdato a dirigere la School of Government alla Luiss di Roma, Peter Wagner, chiamato a Barcellona, e - sia pur solo temporaneamente per ora - l’ex-preside Mario Diani, anch’egli a Barcellona, Simona Piattoni, a Innsbruck, e Mark Gilbert alla John Hopkins di Bologna. “È fisiologico che gente venga e gente vada” ci siamo sentiti dire. Fisiologico un bel niente: quando si tratta di ben cinque personalità appartenenti alla stessa area (la Scuola di Studi Internazionali) che contemporaneamente levano le tende, è evidentemente un gruppo, una linea che è stata sconfitta. Radicalmente, al punto da dare il benservito: “Abbiamo giudicato la facoltà irriformabile”.

La dinamica ha inizio 8-9 anni fa. Quando la sociologia in senso stretto si rivela una disciplina in affanno: in molti (vedi la nostra inchiesta “Rialzati Sociologia!” sul n° 10 del 2008) lamentano un’incapacità della sociologia italiana a rapportarsi con la realtà, a interpretarne i cambiamenti, a essere insomma uno strumento utile. Il che si riflette sulle iscrizioni nella facoltà, inesorabilmente calanti, per di più di studenti spesso poco brillanti, con bassi voti di maturità. È lo spettro della facoltà in declino, che diventa più facile delle altre e quindi frequentata dagli studenti con poche aspettative: una facoltà di serie B.

Per ovviare a questa deriva si pensa di contaminare maggiormente la sociologia con altre discipline, come economia, statistica, storia, giurisprudenza, scienze politiche, e di puntare a una maggior internazionalizzazione della facoltà. All’interno di questo processo, si struttura una linea di studi in Scienze politiche e relazioni internazionali, imperniata attorno alla Scuola di Studi Internazionali fondata dal prof. Sergio Fabbrini, a suo tempo leader di Lotta Continua, oggi docente dagli amplissimi riconoscimenti in Italia e all’estero (oltre che presso il Presidente Dellai).

È su questa linea che si muove, nel biennio 2006-2008, il preside Mario Diani. Che arriva anche a proporre un corso di laurea distinto da Sociologia. La cosa allarma i sociologi, già sul chi vive per il fatto che Studi Internazionali acquista studenti e Sociologia li perde (“Ci rubano gli studenti”): si teme uno snaturamento della facoltà, una sua perdita d’identità e assimilazione alle tante facoltà di Scienze politiche. Dietro tutto questo ci sono, ovviamente, posizioni di potere da difendere o conquistare; il clima si fa teso, si arriva anche alle parole grosse. Diani nel 2008 non viene riconfermato, il nuovo preside Davide La Valle si presenta come pacificatore, ma quelli di Studi Internazionali non gli credono. E quando, nel percorso di pubblicizzazione della facoltà presso le scuole superiori del Trentino, Veneto, ecc, focalizza il battage sui corsi di Sociologia e tralascia Studi Internazionali (rivendicandolo anche: “È Sociologia la parte importante della Facoltà”), ritengono che per loro non ci sia più spazio. Così, quando La Valle improvvisamente si dimette per motivi mai chiariti, gli internazionali neanche mettono in campo un loro candidato. E invece preparano le valigie.

Tutto quello che Sociologia fa per voi

Bruno Dallago

In tal modo Sociologia e l’Università di Trento indubbiamente si impoveriscono. Quando diversi ingegni brillanti si allontanano, l’istituzione ne risente; anche considerando che elementi come Fabbrini sono calamite per attirare investimenti: la Scuola di Studi Internazionali (come peraltro la School of Local Development presieduta dall’attuale preside Dallago) porta a Trento studenti da tutto il mondo, che qui spendono borse di studio internazionali, e poi riportano nei paesi di origine il nome di Trento e le relazioni che qui intessono. Insomma, non ci sembra proprio di condividere la serenità con cui molti docenti - e tra essi il rettore Bassi - commentano questo piccolo esodo.

D’altra parte è anche vero che la maggior parte dei partenti mantiene comunque un piede a Trento, e che in ogni caso il punto non è quanto vale chi parte, ma quanto chi arriva. Il discorso insomma è lo stato di salute della Facoltà.

E qui si ritorna al punto di partenza, su Sociologia come disciplina che si vorrebbe scientifica, e sui rapporti della Facoltà e del suo sapere con il territorio.

È lungo l’elenco che docenti e studenti ci fanno di istituzioni che indagano sul territorio, di leggi, provvedimenti figli degli studi sociologici: l’OPES (Osservatorio Permanente per l’economia, il lavoro e la valutazione della domanda sociale) con le sue note congiunturali su occupazione, ecc; l’IRVAPP (Istituto per la ricerca valutativa sulle politiche pubbliche) sull’analisi degli effetti di specifiche misure di politica pubblica, ad esempio comparare gli effetti della riforma Fioroni - con il ripristino degli esami di riparazione - con la situazione trentina dove gli studenti si trascinano i crediti nell’anno successivo. Poi ancora gli effetti della legge Treu sul mercato del lavoro, l’Agenzia del Lavoro, gli studi per l’introduzione del voto elettronico... “Basta pensare agli interventi anti-crisi dei mesi scorsi, oppure alle leggi che si stanno studiando per gestire al meglio gli ammortizzatori sociali - ci dice Carlo Borzaga, già preside di Economia e comunque laureato a Sociologia - Il Trentino non sarebbe lo stesso senza il grande contributo di conoscenze che è arrivato dall’Università”.

Eppure... Eppure noi sappiamo di docenti di sociologia che si vantano di non leggere la stampa locale; che sarà piena di difetti, ma un’introduzione alla realtà la fornisce. Oppure abbiamo visto una tesi di laurea sulle “comunità chiuse in America”, fatta naturalmente a Trento, smanettando su Internet: che razza di metodologia di ricerca è mai questa? Cosa mai ne avrebbero pensato quegli studenti che, nel febbraio del ‘69, erano accalcati in assemblea?

“Possiamo essere orgogliosi delle ricadute di molti nostri studi: ad esempio all’Agenzia del Lavoro - ci dice il prof. Strati - Un sistema che tutti ci invidiano, molto più avanzato degli uffici di collocamento nazionali”.

Ma come avete valutato questo vostro lavoro?

“Ce lo hanno riconosciuto ad Harvard.”

Non parlo di riconoscimenti teorici, ma di valutazioni degli effetti sulla società.

“Penso che lo abbiano fatto all’Agenzia”

Ma voi come studiosi?

“Non è questo il nostro compito”.

Giriamo la domanda al nuovo preside Bruno Dallago, economista ma laureato in sociologia: “Gli studi sul campo sono un problema italiano; negli Usa la disciplina è molto più ancorata al territorio”.

Studenti scarsi, facoltà facile?

Se questo è lo stato dell’arte della sociologia, fatto di luci ed ombre, su cosa può contare la Facoltà per essere attrattiva? Perché una cosa deve essere chiara: gli studenti sono il capitale di una Facoltà, è in base al loro numero che si ricevono investimenti, sono le loro esigenze che spingono i docenti a migliorare, è la loro qualità che permette il formarsi di scuole di pensiero.

“Possono lamentarsi, ma in realtà la nostra è una facoltà molto amata dagli studenti - assicura Strati - Basta guardare i muri: neanche un graffito, un segno, neppure ai gabinetti”. Concordiamo: nella nostra inchiesta non abbiamo incontrato studenti scontenti; anzi, semmai troppo poco critici, talora più realisti del re, appiattiti sulle posizioni dei relativi professori di riferimento.

Anche nelle iscrizioni si è avuto nell’ultimo anno una clamorosa inversione di tendenza: un boom di nuovi iscritti, forse dovuto agli effetti psicologici della crisi, che ha delegittimato gli economisti ed ha posto in primo piano i problemi sociali; di sicuro, è un effetto della minuziosa campagna pubblicitaria portata avanti dai presidi Diani e La Valle nelle scuole superiori del Trentino e regioni confinanti.

C’è poi la qualità degli studenti. Gli studenti migliori - tutte le statistiche lo dimostrano - sono quelli dei licei, e a Sociologia se ne iscrivono pochini, come pochi sono i voti di maturità alti. “È vero - ci dice Gustavo Corni, ordinario di Storia contemporanea presso la Facoltà - Abbiamo però anche la più alta percentuale di studenti non trentini; le facoltà facili si cercano vicine, chi viene da lontano ha forti motivazioni. E noi dovremo continuare a essere una facoltà con un richiamo di natura nazionale.”

“È soprattutto una Facoltà per chi non ha le idee chiare - ci dice il neo laureato Cristiano Buizza - A me Sociologia dava un menù vario cui attingere, a me interessava studiare la politica, la società, puntavo a una mia cultura più che all’utilità che possono fornire Giurisprudenza o Economia”.

“Sono disposto anche a rinunciare a un certo numero di matricole per avere studenti migliori, e provenienti da vari Paesi del mondo - risponde Dallago - La deriva dell’università facile purtroppo non è irrealistica. Finché ci sono gli incentivi alla quantità degli studenti, questa può essere una tentazione. Ma bisogna imboccare un’altra strada. Qualità degli studenti e della didattica: insegnamento di tipo seminariale e corsi in lingua inglese”.

Questa insomma la Sociologia che si vorrebbe. Magari più aperta alla città. Oggi le conferenze, le iniziative varie, sono pubblicizzate solo all’interno del palazzo di via Verdi, che anche sotto questo aspetto rischia di pensarsi come un mondo a parte, chiuso in se stesso. Molto più che nel ‘69. “Giusto, dovremo aprirci” convengono tutti i nostri interlocutori. Peccato che, nella nostra inchiesta di due anni fa, si dicessero le stesse cose.

Insomma, Sociologia ha le carte in regola per passare questo indubbio momento di turbolenza? Chiudiamo con le parole del nuovo preside: “Siamo in una situazione in cui sorgono nuove domande. Gli effetti di questi decenni di ultraliberismo hanno inciso in modo drammatico sulla società, accentuandone le ingiustizie distributive. Di qui il bisogno di sociologia e di sociologi, in Italia e nel mondo. A queste esigenze noi dobbiamo essere in grado di rispondere; creando anche prospettive di lavoro per i nostri laureati”.

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Commenti (3)

Walter

Non bastano solo uomini importanti, ma sono necessari strumenti e laboratori e iniziative didattiche di alto livello che a trento sono sempre mancate presso la facoltà si Sociologia.

Walter

Perché una cosa deve essere chiara: gli studenti sono il capitale di una Facoltà, è in base al loro numero che si ricevono investimenti,

Appunto cosa successe negli anni 90, arrivarono finanziamenti a palate, si parla di 6 000 000 di vecchie lire all'anno, si riempivano di crocette gli esami e i numeri di laureati aumentarono vertiginosamente...la loro preparazione nulla, liceale, ma non universitaria... i dipartimenti erano spazi per pochi eletti, le ricerche sviluppate e progettate in essi anche, l'informatica non era adeguatamente insegnata nonostante una sala con dei vecchi PC. Un disastro totale per la formazione e per il futuro di coloro che oggi sono intorno ai 40 anni, tranne qualche eccezione che magicamente erano costantemente proiettati e operanti in ambiti chiusi e impenetrabili ai più.

Walter


E’ proprio nella sua completa e apparente apertura l’università Trentina dimostra la sua profonda chiusura alla comunicazione con l’altro con il diverso.
Questa difficoltà non è subito percepibile poiché lo spazio sostanzialmente non ha alcuna barriera architettonica o ancora peggio delle visibili o meno visibil ostacoli interposti di varia natura. Tutto risulta fruibile e disponibile almeno nella immediatezza dell’esperienza comunicativa, ma cosa accade durante il percorso. Affiorano le gabbie culturale di cui l’università non si fa carico anzi talvolta sono li ad essere utilizzate come ulteriori filtri alla trentinità, gli stessi Trentini ne sono succubi.
La montagna talvolta è ostacolo alla apertura culturale e quella tradizione trentina avrebbe dovuto essere per scommessa implicita una Università Aperta che appena forse lo stava diventando si è nuovamente rinchiusa ai regionalismi limitrofi e benestanti. Siamo negli anni novanta quando sopragiunsero i primi albanesi a seguire i corsi di giurisprudenza e altro mentre il Sud Italia veniva raggiunto in barca dagli stessi fratelli. Poi un modello e mi riferisco a Sociologia che doveva rimanere unico per tradizione ,magari valorizzandosi di più si banalizzo con l’apertura di altre facoltà di Sociologia sul territorio italiano da Nord al Sud.
Ma quello che solo apparentemente sembrava una apertura ,una redistribuzione della conoscenza si rivelo una marcata chiusura e un più accentuato controllo attraverso gli esami di nuova generazione : a crocetta. Stava accadendo qualcosa di nuovo. L’università trentina abbatteva vecchie barriere per affermarne delle nuove, più sottili ed invisibili che allontanavano gli uni studenti dagli altri, ma soprattutto li allontanava dalle forme interessanti di residenzialità che si proponevano, ove il monopolio della comunicazione veniva estorto dalla soggettività e diveniva prerogativa della istituzione che aggregava e organizzava nello spazio istituzionale le soggettività attraverso una Sua logica fredda, distante, mirata a dare tutto l’occorrente ,ma levando il necessario umano.
Il trentino di quegli anni sprizzava ricchezza da tutti i pori bastava un po’ di “saper fare” ed era possibile essere assistiti e finanziati per attività associative e imprenditoriali non si poteva dividere tali risorse con troppi soggetti e per giunta non trentini !? Le iniziative imprenditoriali e sociali non mancavano certo. Se si avevano i giusti contatti si poteva partecipare a grosse e finanziate ricerche sugli orientamenti dei consumatori, sugli aspetti del welfare state e distribuire decine di questionari che per la compilazione fruttavano 12000 di vecchie lire l’uno, l’università era esente da pressioni fiscali , tanto è vero che iniziarono a costituirsi i primi centri di fotocopie interni all’ateneo, una treno di affari e di denaro per pochi addetti esentasse e contro il copyright con il benestare del corpo docenti, una terra di nessuno dalla quale molti non sono più partiti stabilizzandosi.
In quegli anni nacque la prima libreria di libri usati, il trentino ricco e opulento non conosceva ancora tale realtà che comunque a Trento si affermo ben presto.
Nuove modalità che non aiutavano ,ma soprattutto che non omogeneizzavano il sapere tra gli studenti sino alle estreme conseguenze in parte addomesticate rendendo l’origine culturale comune, appunto trentinizzando la stessa università proprio nel momento in cui il ministero richiedeva alle Università una certa fluidità nel produrre laureati per non essere ,le stesse, penalizzate dai finanziamenti del governo centrale.
Una valanga di soldi che si preparava ad essere distribuita e ridistribuita a chi ne avesse fatto richiesta, o a chi sapeva di poterne fare richiesta , stiamo parlando di fasce sociali sostanzialmente non povere e proveniente dalle ottime scuole del Nord abituate a preparare i ragazzi in un certo modo.
Cosi quel progetto di aumentare e accelerare il numero di laureati facendo svanire per sempre i fuori corso, gli studenti in difficoltà che si trasferirono in altra facoltà di Sociologia appena istituita dal Nord al Sud,questo numero di persone forse destabilizzante per la pax trentina che assistei propri residenti “dalla culla alla bara”, passatemi il termine. forse ritenuti un problema anche socio-demografico non di poco conto, per necessità facevano valere i propri diritti in una regione estremamente ricca e sarebbe interessante andare a vedere il numero di sfratti o di irregolarità nei contratti trentini di affitto quando esistevano, ogni mondo è paese.
Si volevano generazioni che non creavano problemi e che possibilmente avevano il supporto totale della ricchezza della famiglia di origine,l’equazione a cui si doveva convergere era rappresentata da un motto : più ricchezza meno problemi e più preparazione per inserirsi egregiamente nelle nuove direttive del governo centrale che reclamava più laureati nell’unità di anno.
Una vera operazione di ingegneria sociale segreta ? E’ verosimile che buona parte degli studenti venendo da scuole le più variegate per indirizzo e per qualità della proposta formativa non poteva sempre immaginare o sapere quali problemi avrebbe dovuto affrontare nella università trentina che come cercavo di ricordare era ed è solo apparentemente aperta o aperta in funzione di interessi costituiti. Un esercito di persone alle quali si è preclusa una reale formazione per inesistenza di laboratori specifici e pratiche necessarie per carpire i segreti e le tecniche di una disciplina interessante poiché utile e di vasta portata umanistica.
Quella pratica necessaria era prerogativa di pochi eletti che s notavano avere dei percorsi privilegiati e talvolta superprivilegiati per frequentare o venire solo in contatto con quello che dietro le quinte delle apparenze dava o modulava il ricercato valore aggiunto
Un fallimento dell’offerta formativa non uguale per tutti per una pluralità di complessi motivi, aspetti motivazionali lasciati morire, gabbie psicologiche poste in essere o trapiantate autonomamente che in parte e nel complesso sono, insieme ad altri fattori non meno importanti, la causa dello spreco di risorse umane che oggi si ritrovano a fare dell’altro, forse e che non ha nessuna attinenza con il percorso formativo seguito disperdendo energie umane, mentali,economiche. Solo per ricordare che non esistono albi per i sociologi italiani e che spesso e volentieri gli ingegneri trentini sono costretti ad emigrare quando non sono assorbiti dalle istituzioni trentine o dalle sue aziende e studi assistiti dalla politica.

Walter Petese
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