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“La vita è tutta una conseguenza”

Ex-fascista, ex-partigiano e tanto altro: le molte vite avventurose di Gualtiero Giovannoni

Gualtiero Giovannoni

Non è una cosa di cui ama vantarsi ma lui, Gualtiero Giovannoni, ha battuto perfino Alfredo Martini, futuro Commissario Tecnico della nazionale italiana di ciclismo per oltre un ventennio (dal 1975 al 1997). Successe ad una gara in Toscana con arrivo a Pontetetto, un borgo poco fuori Lucca. Gualtiero in salita staccò tutti (era un esperto scalatore: nelle zone limitrofe alla sua casa a La Spezia si poteva allenare su salite famose come il passo del Bracco, la Cisa, le Cento Croci). Sulla discesa Gualtiero decise di aspettare un ciclista straordinario, Martini per l’appunto, che godeva fama di essere più forte di tutti in pianura. E di pianura, di lì al traguardo, ce n’era parecchia. Quando il futuro campione iniziò a tirare “come un assassino”, Gualtiero faticò non poco a tenergli dietro. Tuttavia, violando il tacito patto tra gentiluomini per cui chi succhia la ruota dovrebbe lasciare la vittoria al rivale, Gualtiero non seppe resistere alla tentazione di passare Martini proprio sul traguardo andando così a vincere la corsa.

Gualtiero Giovannoni è una persona affascinante. Snocciola aneddoti di ogni sorta, tanto che la mia impressione è che abbia vissuto nove vite. Piccolo mascalzone al porto di La Spezia, panettiere in una delle botteghe più famose della città, ciclista nella Oto Melara, bersagliere a Reggio Emilia, paracadutista nella Folgore, combattente accanto ai partigiani fino a Firenze, proprietario di una famosa galleria d’arte a Trento. Lui racconta le sue avventure come fossero sciocchezze, cose da nulla. Si schermisce, mi chiede perché voglio intervistarlo: “Sono una persona qualunque, non ho fatto nulla di speciale”. Invece per me, ragazzo cresciuto dopo il muro di Berlino, dopo il ‘68 e (ampiamente) dopo la seconda guerra mondiale, i suoi racconti non sono cose ordinarie. Sono testimonianze storiche autentiche, che catturano l’epopea di un tempo lontano, in cui si viveva alla giornata, arrangiandosi, lottando, inseguendo sogni, lasciandosi catturare dagli avvenimenti. Quella di Gualtiero è una generazione se ne sta andando, assieme alla sua straordinaria memoria storica.

Pane, sport e tulipani

Nato a La Spezia nel 1921, Gualtiero trascorse la sua infanzia al porto, bighellonando e rubacchiando caschi di banane e carbone. La passione per le due ruote sorse spontanea con la prima bici da corsa, regalo di uno zio. Come ciclista Gualtiero doveva arrangiarsi, anche se in realtà aveva un grande vantaggio rispetto agli altri corridori: la fame. La sua famiglia possedeva un panificio prestigioso (il nonno materno, Attilio Marradi, era stato cuoco presso grandi famiglie, i Ginori, i Ricasoli e i Guicciardini) dove lui lavorava di notte. Con pane, krapfen e altri dolciumi, Gualtiero arrivava alle gare a stomaco pieno, in condizioni ideali: un vantaggio prezioso, all’epoca. Un secondo punto di forza era il fascismo: la fede nel Duce e nella nazione portarono Gualtiero ad allenarsi moltissimo nel timore di venir scartato dalla leva militare (il requisito minimo erano 90 centimetri di torace). Fu così che Gualtiero iniziò anche a sottoporsi a sedute quotidiane in palestra, con Bruno Grisoni e Giuliano Secchi, due campioni italiani di pugilato. All’epoca, quasi tutti i giovani come Gualtiero esibivano con orgoglio le maglie della GIL, la Gioventù Italiana del Littorio, segno di fierezza e virilità.

Erano pochi a diffidare del fascismo: tra questi vi era certamente uno scaricatore di porto anarchico, molto critico di quel figlio idealmente già arruolatosi nelle file della GIL, Gioventù Incretinita Lentamente. Durante la prima guerra mondiale il padre di Gualtiero aveva scortato le navi degli alleati, parlando così francese e tedesco. Non si può definirlo un uomo di cultura, ma certo era una persona che si era potuta formare un’idea su come andassero le cose nel mondo. La sua esperienza gli servì per capire che il fascismo non avrebbe portato l’Italia molto lontano; ma questo non bastò a dissuadere il figlio. Quando Gualtiero partì per la guerra, il padre gli mise in mano la valigia dicendo: “Bravo, vai a fare la guerra contro gli inglesi. Però vedrai che ti faranno un culo così”. Oggi Gualtiero ci ride sopra: “Ero convinto che si fosse bevuto il cervello: ero sinceramente convinto che gli inglesi fossero quattro scemi che ogni giorno alle cinque si fermavano a bere il the; e così anche gli americani, un branco di cowboy che non sarebbero mai arrivati in Europa. Eravamo vittime del teatro, dell’avanspettacolo, che aveva ridicolizzato per anni i nostri prossimi nemici. E noi ci credevamo davvero, perché, a differenza di mio padre, non avevamo mai visto davvero il mondo, quello che succedeva fuori dal nostro piccolo Paese”.

La guerra

Una raccolta di fotografie e documenti di Gualtiero. Partendo dall’angolo in basso a destra e procedendo in senso orario: la tessera dell’Associazione Paracadutisti Italiana, alcune foto di Gualtiero nei bersaglieri e nella Folgore; Gualtiero prima di una gara ciclistica; Gualtiero e alcuni compagni nella Firenze liberata, in posa su un carro armato; la tessera di abilitazione alla guida degli autocarri; la patente di abilitazione alla guida rilasciata dall’esercito.

Nel 1940 Gualtiero ricevette “la cartolina”. Era entusiasta: fu mandato in marina a fare il motorista. Tutto andava a gonfie vele, si sentiva parte di una nazione giovane e forte. Poi fu trasferito tra i bersaglieri a Reggio Emilia, nel XII reggimento, dove era addetto all’Auto Centro, chiamato Auto Scarpa per l’assenza cronica di benzina e l’inutilità dei mezzi a motore. Fu lì che Gualtiero percepì per la prima volta l’inefficienza dell’esercito italiano, fatta di incompetenza e scarsità di mezzi. Fu così che alla prima occasione se ne andò dall’Emilia: selezione durissima e arruolamento nei paracadutisti, Gruppo Combattimento Folgore.

Di nuovo, ecco quel senso di forza e bellezza. La Folgore era l’élite dell’esercito italiano, l’unico reparto davvero efficiente. Non a caso, erano stati presi solo in sette, su svariate decine di soldati che avevano provato la selezione; il loro era un lavoro duro, fatto di marce lunghissime e tanto studio (si imparavano, ad esempio, espressioni inglesi come “Hands up!” in vista di future illusorie invasioni), ma l’orgoglio era enorme, e così anche la paga. “Pensa - mi dice - ci pagavano più di 1000 lire al mese, cento volte di più che tra i bersaglieri. E poi avevamo vestiti eleganti, andavamo nei locali più belli, tutti ci guardavano con rispetto”. Dopo un lungo addestramento a Tarquinia, Villa Castelli e Martinafranca, arrivò la prima invasione: Malta.

Dopo una lunga preparazione nelle mappe del posto e i punti di ritrovo, i parà della Folgore salirono in volo e si prepararono allo sbarco. Solo allora scoprirono che la loro vera destinazione era un’altra: la Libia.

Era il 1942: i combattimenti durarono diverse settimane. A El-Alamein Gualtiero fu ferito e si ammalò, venendo così rimpatriato due settimane prima della battaglia finale. Scampò il massacro di oltre cinquemila compagni. Aggregato alla divisione Nembo in Sardegna, a Guspini, Gualtiero ricominciò a combattere il giorno dell’armistizio, l’8 settembre, quando fu costretto a catturare quegli stessi ragazzi tedeschi con cui fino a pochi minuti prima stava brindando. Dopo aver allontanato i tedeschi dall’isola, la sua divisione fu aggregata all’VIII armata inglese che da Napoli iniziò a risalire la penisola a fianco dei partigiani. Si combatteva sul versante adriatico in un vero melting-pot di razze.

Tanti erano i soldati aggregati agli inglesi: polacchi, neozelandesi, australiani, indiani. Comunicare non sempre era facile. Comunque, l’obiettivo della linea Gotica fu raggiunto abbastanza facilmente, grazie anche all’inerzia delle retroguardie tedesche e al lavoro dei partigiani: Gualtiero conquistò Ascoli Piceno con undici compagni dopo che un gruppo di ragazzini aveva annunciato loro che la città era già stata completamente liberata dai tedeschi.

Dopo la guerra

Il conflitto segnò un cambiamento radicale nella vita della famiglia di Gualtiero, completamente sconvolta dagli eventi. Il padre sopravvisse nonostante i suoi ideali e anzi, dopo il 1944, prese a uscire di casa con una pistola, alla caccia di ex gerarchi fascisti. Il fratello di Gualtiero, Gilberto, partigiano a Migliarina, fu catturato e deportato nel campo di concentramento di via Resia a Bolzano e da lì a Mauthausen. Morì nel 1944, a diciannove anni; con lui, nello stesso campo, due zii di Gualtiero.

Proprio per queste ragioni e per il suo ultimo anno in guerra a Gualtiero fu proposto di candidarsi alla Camera con il Partito Comunista nelle prime elezioni costituenti. Lui rifiutò: non si sentiva all’altezza. Oggi ci ride sopra: “Se avessi visto quel che succede oggi al Parlamento, credo che mi sarei fatto meno problemi, almeno da questo punto di vista!”.

Nel frattempo, guidando gli autocarri dell’esercito tra Sesto Calende e Trento, Gualtiero conobbe Ines, una ragazza stanca e avvilita che tornava da Torino, dove si era recata per la morte del padre Emilio, partigiano. Lei era destinata a diventare un’artista riconosciuta a livello mondiale, apprezzata dai critici d’arte più famosi come Henry de Balenciaga, e Pierre Restany; per restare in Italia, Ines Fedrizzi fu sponsorizzata tra gli altri dai Benetton e dai Fiorucci. Gualtiero scelse di trascorrere accanto a lei gli anni che seguirono la guerra.

Dopo essersi trasferiti in diverse città, i due si stabilirono definitivamente a Trento, dove nel 1962 aprirono la Galleria d’Arte dell’Argentario, che chiuse trentatré anni dopo; Ines è morta cinque anni fa, mentre Gualtiero oggi è tornato alle sue antiche passioni, cucinando focacce e dolci e guardando gare ciclistiche in televisione. Continua a dare ricevimenti e ad incontrare persone; d’altra parte, tutti gli anni di vita passati accanto ad un’artista lo hanno portato a sviluppare un’eccezionale capacità relazionale. “La vita è tutta una conseguenza”, mi ha detto all’inizio della nostra conversazione, prima ancora che cominciassi con le domande. La guerra, le scelte, gli incontri lo hanno fortemente condizionato; ma lui, in fondo, ha sempre avuto tante possibilità di scelta. Alla fine mi è venuto in mente Tom Hanks/Forrest Gump, il quale si chiedeva se abbiamo tutti un nostro destino o se siamo trasportati in giro per caso come da una brezza. “Ma può darsi - concludeva Gump - che forse le due cose capitano nello stesso momento”.

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