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Preti d’altri tempi

Pier Giorgio Rauzi, “Nobis quoque peccatoribus”. Memorie clericali trentine. Trento, Effe e Erre, 2010, pp. 206, 15 euro.

Recentemente mi è stato consegnato l’armamentario per la raccolta dei rifiuti porta-a-porta. Ho sistemato il tutto in cucina; dove, appeso a una parete c’è un altro aggeggio che ha parimenti a che fare con la raccolta dei rifiuti: una trombetta di ottone trovata ad un mercatino. Già, perché ancora nei primissimi anni ‘50, almeno a Bologna, la cosa funzionava così: un grande carro tirato da un cavallo faceva sosta ogni 50-100 metri e lo spazzino suonava la trombetta per avvisare della sua presenza, di solito rafforzando l’invito con uno stentoreo “Ruscaról!”, che era l’equivalente dialettale di “operatore ecologico”. Al che si usciva di casa e gli si allungava il secchio coi rifiuti, che lui versava in un enorme cassone a cielo aperto. E ripartiva. Pare impossibile, ma questi sono ricordi di una persona - chi scrive - ancora vivente e secondo le statistiche con una qualche ulteriore prospettiva di vita.

Si parva licet..., leggendo questo libro si avverte un analogo senso di stupito spaesamento confrontando l’allora con l’oggi. L’allora di un mondo clericale egemone, gonfio di certezze, spesso cinico e soffocante, ma ai nostri occhi odierni ormai inoffensivo, quasi simpatico per certi formalismi, per i pudori e le ingenuità, abitato d’altronde anche da tante persone generose, umili, oneste. Le “memorie clericali”, che si concentrano in 150 brevi storie, ritratti, aneddoti che a volte si risolvono in una battuta, sono raccontate da un Pier Giorgio Rauzi che, sociologo nonché ex prete, quel mondo l’ha conosciuto a fondo, e che oggi, con tante battaglie laiche e genericamente “moderne” vinte, anche di fronte a situazioni sgradevoli può rievocarle senza astio, con sorridente benevolenza, attento a farci capire che certe situazioni, cinquant’anni or sono, erano normali.

Rauzi racconta ad esempio di quel tale che “era diventato prete e aveva fatto la scelta del celibato, convinto che i propri genitori avessero fatto l’amore otto volte nella loro vita matrimoniale, come otto erano i figli che avevano messo al mondo e che, di conseguenza, non gli era sembrato poi un sacrificio esorbitante quello di non farlo neanche una volta”. Poi c’è la studentessa della Fuci (gli universitari cattolici) a cui viene rifiutata la comunione perché, in partenza per una gita sulla neve, indossa i pantaloni anziché la gonna. Senza dimenticare quel rito di purificazione cui venivano sottoposte le puerpere “alla fine dei 40 giorni di impurità dopo il parto per la riammissione ai sacramenti”.

Va ricordato, in conclusione, che quel clima non finì col Concilio, almeno in Trentino. Negli anni ‘80, si ricorderà, il vescovo Sartorì proibì le chierichette; ebbene, un parroco di Trento che era solito servirsene, in occasione dell’arrivo del vescovo per le cresime non volle apparire ipocrita e decise a proprio rischio di non smentirsi. Furono le bambine a salvarlo, con uno stratagemma adottato all’insaputa del sacerdote: si tagliarono i capelli alla maschietto, così ingannando il vescovo. Il quale, dopo essersi complimentato col parroco per l’inappuntabile servizio, disse ad una delle chierichette: “Te, poi, tra qualche anno ti aspetto in seminario”.