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Il ritorno della politica

Vogliamo essere ottimisti, e dare una lettura positiva degli ultimi movimenti avvenuti sulla scena politica. Perché ci sembra che in essi emerga un dato nuovo: la centralità dei fatti rispetto all’avanspettacolo, la riscossa dei contenuti sugli schieramenti; in poche parole, il ritorno della politica.

Iniziamo dallo strappo di Fini. Il dato confortante non è solo nei contenuti, pur importanti, su cui sta avvenendo - rifiuto di un federalismo che smembra la nazione, politica non xenofoba dell’immigrazione, visione complessiva della politica giudiziaria - ma il fatto che i contenuti non sono il pretesto, ma il motivo della rottura. Da una parte, infatti, ci sono la necessità e lo spazio per una forza di destra europea: antirazzista, laica, costituzionale. Dall’altra c’è la rivincita della visione politica (in questo caso di destra) sulla vacua primazia mediatica.

Berlusconi, uomo senza princìpi, pensava di poter governare basandosi sulla potenza mediatica e sulla gestione del sottopotere. L’azione di governo? Irrilevante, se non per gli aspetti che lo riguardavano personalmente. La realtà è però più complessa. E lui si è trovato a gestire una coalizione che fin dalla nascita aggregava forze con Dna contrapposti: la Lega localista e nordista, AN nazionalista e meridionalista. Berlusconi pensò di blandire il maggior alleato, AN, e di snobbare quello più piccolo, la Lega. La Lega invece lo disarcionò, fece vincere Prodi e sopravvisse. Allora il nostro capovolse lo schema: Bossi, alleato privilegiato, avrà tutto il federalismo che vuole, e AN comperata con un congruo numero di poltrone ed annessa. Col solito adagio: tanto Fini, da solo, dove va? Per la seconda volta, però, il calcolo era sbagliato: le ragioni della destra - con la nazione smembrata, la giustizia fatta a pezzi e la tensione sociale montante nei feudi meridionali - permangono, e Fini occupa ampi spazi lasciati deserti. Non bastano, stavolta, gli imbonimenti televisivi, gli osanna dei colonnelli venduti, o le analisi dei politologi succubi del vincitore: la realtà dice altro, ed è alla lunga più forte.

Ad analoghe conclusioni ci portano altri avvenimenti, come il successo elettorale e la nuova centralità della Lega. Si è molto parlato della capacità del Carroccio di far fruttare il cosiddetto “effetto gazebo”, la capacità cioè di rapportarsi in maniera diretta coi cittadini, di stare tra la gente più che nei salotti televisivi. Tutto vero; ma attenzione a non confondere la causa con l’effetto. La consonanza tra il partito di Bossi e ampi strati popolari viene, prima che dalle capillari capacità propagandistiche, dalla presenza di contenuti forti, ancorché beceri, perseguiti con coerenza e tenacia: attenzione alle problematiche locali, scissione degli interessi del nord da quelli del sud, demonizzazione dell’immigrato. Obiettivi in genere regressivi e di corto respiro, ma in grado, proprio perché proposti con determinazione, di razionalizzare, sdoganare, e apparentemente nobilitare le pulsioni più viscerali. La Lega, per il suo popolo, è pienamente affidabile: quello che tu ti senti urgere dentro lo fa emergere, lo pone come obiettivo, e lo persegue senza sosta.

Per converso risalta l’indeterminatezza, quando non la vacuità, del centro-sinistra, o meglio, del PD. Sedici anni di rapporto con Berlusconi paurosamente oscillante tra la demonizzazione e il riconoscimento come partner costituzionale; di conseguenza l’antiberlusconismo ora obiettivo, ora spauracchio; e analoghe contraddizioni su politica fiscale, privatizzazioni, giustizia, scuola, laicità. Dopo la parentesi veltroniana all’insegna dell’indeterminatezza programmatica del “ma anche”, Bersani sembra aver scelto il basso profilo: per non contraddirci, parliamo poco, e sottovoce. Com’è accaduto, nei giorni scorsi, sull’episodio di Emergency. Mentre straordinari volontari italiani venivano arrestati con accuse incredibili da un governo mantenuto in vita dalla nostra presenza militare, e il nostro governo balbettava accettando lo scellerato scambio della liberazione dei volontari con la chiusura del loro scomodo ospedale, la sinistra giaceva muta, per non sentirsi dare dell’estremista da qualche editorialista del Corriere. Questa assenza di profilo, vaghezza di identità, indeterminatezza dei contenuti, irresolutezza nei propositi del PD è venuta al pettine alle elezioni regionali. Ha vinto chi aveva profilo forte e/o proposte (meglio ancora, in taluni casi, se starnazzate): Lega, Grillo, Italia dei Valori, Vendola. Ha perso chi è ormai appannato (Pdl) o chi ha poco da dire e nulla da sostenere con fermezza (PD).

La storia successiva sta dimostrando che la politica non consiste nella capacità di moltiplicare stati maggiori, quanto piuttosto in quella di proporre obiettivi convincenti, e poi di sostenerli con decisione e fermezza. Sembra che Fini si stia muovendo secondo questi intendimenti. Speriamo che sia proprio così, e sia contagioso.