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Preti pedofili: il Papa va assolto

Lo scandalo c’è, eccome. Ma Benedetto XVI si è mosso bene.

Lo scandalo della pedofilia in sacerdoti e religiosi cattolici segna pesantemente il quinto anniversario dell’elezione di Ratzinger. Cinque anni vissuti pericolosamente si potrebbe dire, costellati da molti infortuni, da un governo della Chiesa forte in alcuni ambiti ma debolissimo in altri, soprattutto per quanto riguarda la gestione dei mass media e i rapporti con la politica italiana. Un pontificato all’insegna della reazione in tutti i campi, da quello ecumenico a quello interreligioso, dal rapporto col mondo moderno all’impostazione liturgica con il (fallito) tentativo di reintrodurre la messa in latino con il vecchio rito. A tutto questo si è aggiunta la questione pedofilia, un fenomeno dalle proporzioni sconvolgenti che, oltre ad avere coinvolto migliaia di vittime e ormai centinaia di sacerdoti, ha interessato le sfere alte della gerarchia accusate di connivenza, di favoreggiamento o al minimo di colpevole silenzio.

Occorre ammettere che il problema esiste e scuote l’edificio cattolico come poche volte è accaduto; tuttavia troppo spesso il tritacarne mediatico tipico del nostro tempo rischia di cancellare la differenza tra i colpevoli e quanti cercano di fare chiarezza e pulizia, tra i sospetti, le insinuazioni e calunnie, e i reali dimostrati abusi, molestie e violenze.

Io credo che sia giusto mettere Benedetto XVI nel campo di chi ha voluto fare chiarezza, contrariamente all’opinione diffusa che vuole l’attuale Papa essere un omertoso insabbiatore. È chiaro che il problema è stato sottovalutato in maniera pesante, ma questo perché non se ne comprendeva la vastità, perché nel mondo ecclesiastico è ancora presente un tabù sessuale, perché anche il mondo laico ha faticato e fatica ad arginare la piaga della pedofilia. Il rapporto con il sesso, dentro la Chiesa ma anche nella liberissima società secolarizzata, assume contorni inquietanti.

Oggetto delle accuse di silenzio è soprattutto la lettera della Congregazione della fede “De gravioribus delictis” promulgata dal Motu proprio papale “Sacramentorum sanctitatis tutela” dell’aprile 2001, nella quale si definivano le procedure ecclesiastiche per le indagini sui delitti più gravi tra i quali gli abusi sui minori. Ha suscitato scalpore l’obbligo del “segreto pontificio” durante le indagini e i processi. L’idea non è quella di tenere nascosto tutto per evitare lo scandalo esterno, ma di mantenere il silenzio ad intra nella Chiesa per non alimentare voci e dietrologie. Non è espressamente vietato, come si è detto, denunciare all’autorità giudiziaria. Certamente la denuncia poteva essere anche raccomandata come esplicitato qualche settimana fa da un documento vaticano interpretativo della suddetta lettera. Sono stati alcuni vescovi e anche qualche cardinale ad essere reticenti, non Ratzinger. Anzi la avocazione a sé da parte della Congregazione della Fede di questo tipo di abusi è stata determinata dalla necessità di fermare i comportamenti omertosi di vescovi, appoggiati anche da cardinali, come il caso del cardinal Hoyos che applaudì una diocesi francese che si limitava a spostare di parrocchia i sacerdoti incriminati.

Le responsabilità del predecessore

Da qui si capisce come la maggior parte dei casi di pedofilia si riferisca a fatti accaduti prima del 2001. Da allora circa 300 preti sono stati perseguiti e alcuni sono stati ridotti allo stato laicale. Ratzinger, dal canto suo, è stato determinatissimo a fare chiarezza e a chiedere perdono per queste colpe. Non è un caso che adesso molte diocesi cerchino di aprire canali trasparenti, che alcuni ecclesiastici si autodenuncino, che venga coinvolta la magistratura civile, che si cerchi il contatto con le vittime. Troppo tardi? Può essere, ma bisogna stare attenti ai giudizi affrettati.

Se il silenzio nella Chiesa c’è stato, questo è avvenuto soprattutto durante il pontificato di Giovanni Paolo II di cui, passando gli anni, si cominciano a vedere anche i numerosi aspetti problematici. Lo scandalo pedofilia esce adesso, ma le sue radici sono decennali. Giovanni Paolo II, forse troppo impegnato nelle missioni pastorali, nelle manifestazioni cattoliche in grande stile, non ha visto l’insinuarsi e il diffondersi di questo tipo di delitti contro la persona proprio in sacerdoti che dovevano essere un punto di riferimento nell’educazione dei giovani.

Al di là dei singoli episodi, gravissimi in sé, non rendersi conto di questo fenomeno ha significato non capire il profondo malessere che dagli ecclesiastici si riversa sui fedeli. Il disturbo di carattere sessuale che ha portato a questi abusi non è da collegarsi direttamente alla disciplina del celibato, a qualche desiderio represso, a tendenze omosessuali non accettate: questi elementi sono sicuramente presenti, ma c’è qualcosa di più profondo. È tutto il modello di prete uscito dal concilio di Trento ad essere entrato in una crisi irreversibile: il modello fatto di seminari chiusi e totalizzanti, della rigida regola del celibato, di un’educazione castale, di un rapporto col mondo problematico se non inesistente. A tutto ciò si risponde con un tentativo di ritorno al passato, con una ritrovata rigidezza, con punizioni esemplari, con nuovi divieti. Invece bisognerebbe fare uno scatto di innovazione cambiando il ruolo e la formazione del prete, se non a livello teologico, almeno a livello disciplinare e pastorale. Solo così tutta la Chiesa potrà riprendere credibilità.