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L’apertura di Castel Thun

Un castello che è museo di se stesso

Castel Thun, acquistato dalla Provincia nel 1992, apre finalmente i battenti, dopo anni di meticolosi restauri che hanno interessato sia la struttura dell’edificio - in primis per adattarla alle nuove esigenze museali - che gli arredi interni. Un lavoro che è proceduto di pari passo con la catalogazione delle collezioni ivi custodite, davvero ricche ed eterogenee di materiali: dipinti su tela e su tavola, mobilia (oltre 550 pezzi tra stipi, cassettoni, scrivanie e altri lavori d’ebanisteria, dal Quattrocento al Novecento), carrozze, armi - tra le quali una coppia di falconetti del 1554, recentemente recuperati sul mercato antiquario -, carte da parati, ceramiche, porcellane, incisioni, sculture, orologi, suppellettili in vetro e metallo, mappe, stufe a olle, forzieri e argenterie, opere in piccola parte già esposte in anteprima nel 2007 nella mostra “Arte e potere dinastico. Le raccolte di Castel Thun dal XI al XIX secolo” (Sanzeno, Casa De Gentili, poi Museo di Riva del Garda, 2008).

Non si tratta, però, di pur pregevoli raccolte slegate le une dalle altre. Tali collezioni e tali arredi sono il frutto della stratificazione, avvenuta secolo dopo secolo, del gusto della famiglia Thun, che ha abitato ininterrottamente il castello dal Medioevo fino al 1982, con l’unico passaggio di proprietà, avvenuto nel 1926, tra il ramo trentino a quello boemo della famiglia.

I Thun, una delle più importanti famiglie trentine e tirolesi, originaria della bassa Val di Non e documentata a partire dal 1050, fondarono il primitivo castrum - allora ben diverso da come si presenta oggi - attorno alla metà del XIII secolo. Nel corso del Cinquecento il castello si trasformò da architettura prevalentemente militare a residenza signorile, mentre nel Seicento vennero riorganizzati numerosi spazi interni, tra cui la cosiddetta Stanza del vescovo, che conserva un particolare esempio di boiserie alpina. Altri lavori, sia interni che esterni, avvennero nel corso del Settecento, tra i quali si segnala la sopraelevazione del palazzo comitale.

Tale stratificazione cronologica ritorna come anticipata negli arredi della dimora: nel procedere delle sale ci si imbatterà dunque in complessi mobili barocchi, per poi passare al rigore del primo Impero e all’elegante semplicità del Biedermeier.

Difficile citare anche solo alcune delle opere di maggior pregio che si possono ammirare nel dipanarsi del percorso espositivo. Restringendo il campo ai soli lavori pittorici, oltre agli affreschi tardo-quattrocenteschi che ornano la cappella di San Giorgio, segnaliamo perlomeno i dipinti dei Bassano, di Giuseppe Maria Crespi (Ercole e Anteo), di Giambattista Lampi (Ritratto del principe vescovo Pietro Michele Vigilio Thun), di Francesco Guardi (Santo in adorazione dell’Eucarestia) e di Domenico Zeni (due ritratti in miniatura con singolari cornici in corallo e conchiglie), oltre a una serie di nature morte settecentesche recentemente ricondotte a Jacob van de Kerchoven.

Il percorso di visita si sviluppa su quattro distinti livelli. Nel piano terra gli ambienti di maggior interesse sono la Sala delle guardie e la Cappella di San Giorgio, con i sopraccitati affreschi di scuola bolzanina. Il primo piano è dominato dalla cosiddetta “cucina vecchia”, vasto ambiente un tempo utilizzato per la preparazione delle vivande, adorno di un’interessante raccolta di suppellettili in peltro, soprattutto piatti del XVII e XVIII secolo. Il secondo piano è costituito da una decina di sale intercomunicanti che costituivano gli ambienti di rappresentanza. Sono qui collocate le sale di maggior fasto: dall’ampia sala da pranzo al boudoir, dalla Stanza dello scrittoio, che conserva un raro stipo boemo del Seicento, alla Sala delle incisioni, dal Salotto Luigi XVI alla Sala degli antenati - la più ampia del castello, così chiamata per i numerosi ritratti presenti di esponenti della famiglia Thun -, dallo Studio della contessa allo Studio del conte, unico ambiente dei piani nobili a conservare la struttura architettonica gotica. Il percorso al terzo piano attraversa ben quattordici stanze, tra le quali vanno ricordate almeno la Camera Biedermeier, i cui mobili provengono da palazzo Thun di Trento, il Salotto degli alabastri (il nome deriva da un gruppo di sculture in alabastro di Giovanni Battista Insom, qui esposte) e la Stanza del vescovo, interamente rivestita da boiserie in legno d’abete e di cirmolo, dominata dalla cosiddetta “porta di Ercole”, datata 1574 e ornata da elaborati rilievi sacri e profani.

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