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Due passi ad ostacoli

Tre voci raccolte alla passeggiata fra le barriere architettoniche di Trento

Se l’obiettivo della seconda passeggiata tra le barriere architettoniche, ideata da Trento Attiva, era l’attenzione da parte di una folta rappresentanza della cittadinanza trentina, il 15 maggio scorso, un primo risultato è stato raggiunto: politica, istituzioni, associazionismo, diretti interessati hanno risposto all’appello. Tre ragazze ci hanno raccontato le loro storie.

Tatiana

Tatiana ha gli occhi neri, una foltissima chioma di capelli corvini e sorride, sorride sempre, ha un sorriso contagioso. La mattina si sveglia presto perché la mamma lavora a Trento, alla biblioteca comunale. Il servizio “Muoversi” la preleva alle 8.20 e la porta a Rovereto, alla Iter, una cooperativa che assembla le cartelle cliniche per l’ospedale. Tatiana è ammalata di atrofia muscolare e le piace molto lavorare alla Iter, perché ha fatto amicizia con Antonella, ma non è stato sempre così: “Nelle altre cooperative non ci voglio andare più - racconta, mentre il sopracciglio si aggrotta sulla fronte spaziosa - alla Iter invece vado d’accordo con tutti”. Tatiana un giorno ha preso il treno per andare a Cles, al Centro Sensibilizzazione Handicap, quel maledetto treno dove ti ficcano in un vagone vuoto, da sola con la tua carrozzina, o in mezzo alle biciclette. I treni allora non avevano le carrozze con i posti dedicati ai portatori di handicap. Una frenata improvvisa e la carrozzina si rovescia. Tatiana cade a terra, lei scaraventata da una parte e la carrozzina dall’altra, non può piangere e nemmeno chiamare, non la sentirebbe nessuno. Saranno stati forse nove, forse dieci anni fa. Tatiana è rimasta a terra fino a Cles, con gli occhioni neri sbarrati nel vuoto e il cuore che batteva all’impazzata: “Quando hai l’osteoporosi - dice esprimendosi a fatica e scandendo le parole - se cadi ti puoi subito rompere qualcosa”. Da allora su un treno non è più salita.

Cinzia

Cinzia non sa come sarà vivere da sola, in città, è sempre vissuta in un piccolo paese della Valsugana con 8 fratelli, ma “a 34 anni bisogna andare, esplorare, mettersi alla prova”. Cinzia parla con disinvoltura e proprietà di linguaggio, mi spiega che oggi per chi lavora la mobilità non è più un grosso problema, il servizio “Muoversi” mette a disposizione un tot di km all’anno. Entro quel tot basta chiamare, ti vengono a prendere e ti portano dove vuoi. Si è laureata in Sociologia, con una tesi sul lavoro per i disabili e mai rinuncerebbe al suo lavoro all’azienda sanitaria, ufficio rapporti con il pubblico, anche se “andrebbe valorizzato - spiega - soprattutto per chi ha un’istruzione superiore; i rapporti con il pubblico dovrebbero essere improntati ad una maggiore professionalità, mentre noi siamo solo dei tappabuchi”. Cinzia vede solo ombre, ma in quel buio che la circonda vede la leggerezza di chi programma una città ad ostacoli: marciapiedi pieni di pali, di cartelli, di gradini senza invito, di scivoli troppo ripidi. E invece vorrebbe vedere un mondo dove nelle nuove progettazioni si possa interpellare anche un disabile, dove nei servizi si possa introdurre il sonoro: sugli autobus, alle fermate, nei tabelloni magnetici delle stazioni. “I pulsanti digitali non li senti con le dita - racconta aiutandosi con la gestualità -come i touch screen al supermercato, in banca, dal medico. Possibile non poter entrare in un ambulatorio e fare una visita da sola? Il medico parla con il tuo accompagnatore, a te non rivolge nemmeno la parola”. A Cinzia piace fare da sola, soltanto lei ed il suo cane guida. Sogna di viaggiare, di andare in Australia: “Là tutti i semafori sono acustici”.

Monica

Monica è nata di 24 settimane, la mancanza di ossigeno ha colpito la retina, ha un residuo visivo che le ha permesso di iscriversi alle magistrali, di fare il 5° anno integrativo e poi un corso per centralinista a Milano: l’Università era un obiettivo troppo ambizioso, la famiglia aveva bisogno, e così ha iniziato a lavorare. Monica è solare espansiva, le piace parlare, raccontarsi. Racconta del suo lavoro, 15 anni all’Inail, un ripiego poco gratificante per lei che ha una formazione umanistica, e a cui sarebbe piaciuto lavorare nel sociale. Anche Monica vive da sola e spesso prende l’autobus per andare al lavoro. Ma l’autobus se l’è visto anche sfrecciare davanti senza poterlo prendere: “È accaduto spesso, l’autista si ferma se tu gli fai segno, ma per noi questo non è possibile. Per noi come per molti anziani”. Anche per Monica i disagi di marciapiedi e fondo stradale dissestati sono il calvario quotidiano. Oggi però c’è un nuovo problema per chi deve camminare fiancheggiando i muri delle case, i sacchetti azzurri della differenziata: “Sono diventati il mio incubo”. Anche lei era presente alla seconda passeggiata organizzata da “Trento Attiva”, un’associazione di giovani che lotta per una società più attenta, più solidale e più consapevole.

Le barriere trasparenti

L’ideatore delle passeggiate di “Trento Attiva” per la sensibilizzazione sulla disabilità si chiama Paolo ed ha trasformato la sua condizione in una opportunità per informare, per chiamare a raccolta la cittadinanza, tirare per la giacca i politici, gli amministratori, le associazioni. Dopo un primo percorso nella primavera 2009 attraverso le barriere architettoniche d’accesso ai pubblici esercizi, a maggio 2010 si replica. Una petizione raccoglie a marzo 134 firme e poi una livida mattina di maggio, il rendez vous alla stazione della Trento-Malè, a guardarle dritte in faccia, le barriere architettoniche. Se la passeggiata del 2009 fu poco partecipata, così non si può dire di quella del mese scorso: assessori e consiglieri comunali, consiglieri provinciali (due), associazioni... Una in particolare, si è mobilitata per permettere la partecipazione dei diretti interessati, l’Associazione Pro Ciechi di Trento. Paolo ha mostrato come sia impossibile in carrozzina salire su un treno senza un sollevatore (tutti che ti guardano... psicologicamente tremendo), alla biglietteria il banco è troppo alto e le banchine per i bagagli impediscono l’accesso, per non parlare dei pullman, solo il 10% è attrezzato al trasporto disabili. E poi fondo stradale dissestato (piazza S.Maria è un percorso di guerra), grate dove si incastrano le ruote delle carrozzine e bastoni, sottopassi senza il servo scala, dove esiste è inutilizzabile, gradini senza scivoli. Bagni delle stazioni sempre chiusi. E chi aveva mai badato a questi mostri, sui quali transitiamo ogni giorno senza nemmeno vederli? Gli amministratori comunali hanno preso nota ed il consesso civico di Trento nei giorni scorsi ha approvato all’unanimità una mozione PD che chiede a Sindaco e Giunta di intervenire presso gli esercizi commerciali, sollecitando le associazioni di categoria a farsi carico del problema. Basterà? O sarà la solita storia infinita di buone intenzioni, di cui è lastricato il pavimento dell’inferno, tanto per restare in tema?