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Ben venga il dialogo fra cacciatori e ambientalisti

Dopo aver letto, nello scorso numero di QT, l’analisi di Maddalena Di Tolla sul voto espresso dai cacciatori sono rimasto perplesso. Non riconosco in quanto scritto le motivazioni vere e forti del disagio espresso nel voto dai cacciatori trentini. È tempo che l’ambientalismo italiano esca dalla lettura solo emotiva e ideologica del mondo venatorio e assuma una certa laicità, come avviene negli altri paesi dell’arco alpino. Comprendo le ragioni di principio dell’associazionismo animalista, con il cuore le condivido, ma quando mi calo nella realtà riesco anche a vedere altro. Ad esempio che oggi il cacciatore (assieme ai pochi boscaioli e a qualche allevatore) è l’unica figura sociale che frequenta i boschi ed i grandi pascoli, le aree rocciose. Scruta non solo la qualità e la salute della fauna selvatica, ma anche quanto avviene sul territorio, frane, modifiche vegetazionali, sistema sentieri altrimenti perduti, baite, mantiene viva una sottile rete di azione e di pensiero fra paesi di fondovalle e alte quote. L’alpinista, l’escursionista della montagna, non riescono ad offrire attenzioni di dettaglio così preziose.

Nel mondo venatorio, anche trentino, stanno aumentando le persone che vivono la caccia in modo diverso dai loro padri e nonni, sanno confrontarsi con l’ambientalismo scientifico, cercano di comprendere le ragioni di altri: certo, sono una minoranza, come è una minoranza il gruppo Ars Venandi di Osvaldo Dongilli. Ma queste avanguardie non sono nate per caso, rappresentano una spinta al rinnovamento, ad un incontro con la fauna selvatica più delicato e attento alle regole.

Devo dire che queste persone, mai lo ha fatto Flaim, non hanno saputo cogliere fermenti nuovi presenti nell’ambientalismo trentino e alpino. Non lo hanno fatto 25 anni fa mentre si proponeva il gruppo Fauna ed Ambiente, non lo fanno oggi mentre si comincia a sollecitare un incontro fra queste due culture che fra loro, in modo diverso, pongono attenzione sincera al territorio e alla fauna. Anzi, non appena si presenta la proposta di un nuovo parco locale (vedi Baldo o Bondone) subito partono e raccolgono, con false informazioni, centinaia di firme di opposizione. Non appena si propongono limitazioni serie verso i tetraonidi ancora insorgono scandalizzati. I cacciatori ancora non sanno coltivare un terreno di confronto serio con l’ambientalismo, come invece avviene in Austria o in Svizzera, o meglio ancora in Baviera. Ma certo gli ambientalisti italiani non aiutano l’avvio del confronto.

L’ambientalismo deve comunque provare e insistere in questa ricerca di dialogo, deve riuscire sui grandi temi della montagna e del paesaggio a costruire alleanze e momenti di impegno collettivo con i cacciatori. Altrimenti avremo una desertificazione culturale delle alte quote. Gli ambientalisti si fermeranno a guardare la devastazione dei fondovalle ed i cacciatori, sempre più arrabbiati, si isoleranno sotto la protezione delle rocce.

Per quanto riguarda invece l’aspetto politico non vi è dubbio che il vincitore delle elezioni del rinnovo dei vertici dell’Associazione dei Cacciatori trentini, Sassudelli, sia stato appoggiato dalla destra istituzionale, da Nerio Giovanazzi e Claudio Eccher. La vittoria è stata schiacciante in 15 aree su 20. Per come frequento i cacciatori non me la sento di leggervi un voto politico, di destra. È una lettura fuorviante. I cacciatori erano stanchi di Flaim, della sua obbedienza cieca a Dellai, dei favoritismi che i vertici della Associazione mantenevano verso alcuni, guarda caso sempre i forti, della incapacità di Flaim di spiegare le scelte che maturavano nel Comitato faunistico. È stato un voto contro il potere consolidato, contro Dellai certamente, e questo dovrebbe far riflettere, ma non un voto ideologico.

Oggi l’ambientalismo trentino deve organizzarsi per battere culturalmente le proposte di legge di Giovanazzi e Eccher che Maddalena ha ben spiegato, non vi è dubbio. Ma per fare questo c’è una sola strada: abbandonare il percorso anticaccia e avviare un confronto impostato su basi diverse, più scientifiche e tecniche.

Un esempio. In Trentino la vigilanza è gestita dalla Associazione dei Cacciatori. Sembrerebbe una bestialità, in parte lo è, condivido, se mantengo una lettura ideologica. Ma guardiamo i risultati che queste 35 guardie particolari ottengono. Sono incredibili i loro successi, e non guardano in faccia a nessuno. Semmai sono stati i loro vertici a nascondere e proteggere qualche personaggio influente, o a nascondere alla stampa notizie importanti. Cosa proponevano Flaim e il presidente Dellai? Di accorparli al Corpo Forestale Provinciale, ovviamente togliendo loro il patentino di guardie particolari, cioè rendendoli degli escursionisti del territorio, dei tecnici che avrebbero dovuto valutare i trofei. Null’altro. Alla Provincia, specialmente a Dellai, danno fastidio queste persone autonome dotate di poteri di intervento. Sfuggono al suo controllo politico. Accorpandoli al Corpo Forestale li avrebbe annullati nella loro specificità, nelle loro competenze, li avrebbe diliuiti in un Corpo generalista privo di alte specificità e conoscenze in materia venatoria. Cosa sarebbe accaduto? Che in dieci anni un bagaglio incredibile di professionalità sarebbe andato perduto.

Io ritengo che questo minuscolo corpo di vigilanti vada mantenuto alle dipendenze dell’Associazione dei Cacciatori, anzi, vada potenziato trasferendo a loro competenze di Polizia Giudiziaria. Ovviamente mantenendo e rafforzando, ovunque, i rapporti di collaborazione con il Corpo Forestale provinciale.