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Draquila

Le domande di Sabina Guzzanti

Niente paura. Non mi sostituirò ad Alberto Brodesco nella critica cinematografica di “Draquila”, il film di Sabina Guzzanti sul terremoto dell’Aquila dell’aprile 2009, presentato all’ultimo festival di Cannes. A lui, se vorrà, il compito di una recensione “tecnica” oviamente. Ma l’ho visto, e non riesco a sottrarmi ad alcune considerazioni, rigorosamente extra-cinematografiche. Non so se il film della Guzzanti sia un prodotto linguisticamente discutibile, al di fuori dei canoni del film-documentario. Non so se farà impallidire Michael Moore o altri registi “di genere”. Di sicuro fa impallidire un giornalista: nei titoli di coda viene sfornato un elenco interminabile di nomi di persone intervistate sul campo e, si legge, non inserite nel montato finale del film. Al di là delle tesi o dei teoremi avanzati dal film - inquietanti, ma quanto verosimili nell’Italia di oggi -, la Guzzanti ha fatto sul terremoto aquilano ciò che ha tutti i crismi di una vera inchiesta giornalistica. Con il suo stile, certo, ma di una complessità, di una completezza, di una profondità che da tempo il giornalismo italiano non sa più esprimere. Domande, domande, domande: anche banali, ovvie, a volte, ma forse proprio per questo ancora più necessarie. Non c’è niente di peggio di un popolo che si abitua a certi fatti - o misfatti: è il caso dell’Italia e degli italiani, che in sala, durante la visione del film, non si accorgono di ridere reagendo a cose agghiaccianti, come il presidente del consiglio che si rivolge agli scolari di una elementare dell’Aquila dicendo loro di salutare e riferire ai genitori, a casa, che è arrivato Lui, che ci penserà Lui a sistemarli dopo il terremoto, come fosse Papa Giovanni XXIII al contrario. Ma la Guzzanti non si ferma al bersaglio semplice, al Cavaliere, va dritta al cuore dei nodi che avvolgono e, stando al film, sembrano strozzare L’Aquila e i suoi abitanti. Continuando a fare domande, a instillare dubbi, a non fermarsi davanti a un Bertolaso che in mesi di richieste non le concede cinque minuti per un’intervista. E dal film traspare anche la difficoltà estrema, in Italia, almeno di tentare di fare davvero giornalismo: nemmeno di inchiesta, d’assalto. Macché: giornalismo, vale a dire almeno la possibilità di farle, le domande. E non è un caso che molte, moltissime di quelle della Guzzanti rimangono inevase, senza risposta e senza nemmeno un interlocutore cui porle.

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