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Dalle tigri indiane agli orsi trentini

Francesco Borzaga

Il 2010, come da molte parti ci viene ricordato, è l’anno internazionale della biodiversità. Permettete anche a me, che più o meno da una vita mi interesso di ambiente, di esporre qualche considerazione sull’argomento.

Sto sfogliando l’ultimo numero di “National Geographic” e attrae la mia attenzione un servizio dedicato al Parco Nazionale di Kaziranga, nell’estremo angolo nord-orientale dell’India. Kaziranga è senza dubbio una delle meraviglie naturali del nostro pianeta. Esso non è molto esteso, ma tuttavia difende un patrimonio unico di vita animale. Vi sono ospitate praticamente tutte le grandi specie asiatiche in immediato pericolo di estinzione: quasi 1300 elefanti, 2000 rinoceronti, 1800 bufali d’acqua, 800 barasinga e 90/100 tigri. Di queste la rivista ospita una straordinaria fotografia: la tigre è forse il più bello fra tutti gli animali selvatici.

Il Parco di Kaziranga è stato dichiarato patrimonio mondiale dell’umanità. Però la gente che vive nel Parco e intorno a questo è molto povera e vive di un’agricoltura di sussistenza. Credo che per rendere possibile la conservazione di una ricchezza animale assolutamente unica molti abitanti siano stati a suo tempo trasferiti fuori dall’area protetta. Il Parco è difeso da quasi 600 guardie. Dal 1985 al 2005 i bracconieri hanno ucciso 447 rinoceronti e alcune guardie; le guardie a loro volta hanno ucciso 90 bracconieri e ne hanno arrestati 663. I danni provocati dagli animali selvatici vengono in qualche modo risarciti, ma con ogni evidenza la vicinanza con la grande fauna deve aver causato anche vittime umane fra la povera popolazione locale.

Per quanti, come chi scrive, ritengono che la varietà della vita sulla Terra, che oggi così rapidamente scompare, vada difesa e salvaguardata, non vi è dubbio che l’elefante indiano, il rinoceronte e la tigre debbano essere assolutamente tutelati. Queste specie possono considerarsi le bandiere della biodiversità. Per questo - per me non è retorica - sono profondamente riconoscente al governo indiano e alla povera popolazione prossima a Kaziranga per gli sforzi e i sacrifici che rendono possibile la sopravvivenza di un patrimonio mondiale dell’umanità così straordinario e tuttavia così in pericolo.

Dall’India vorrei ora torrnare al nostro Trentino. Infatti la tutela della biodiversità è affidata a tutti noi, e noi italiani e trentini, partecipi di una notevole isola di benessere, abbiamo più di altri il dovere morale di contribuirvi. La convivenza con gli animali selvatici - non solamente con i grandi predatori - presenta inevitabilmente qualche problema. L’aquila può rapire qualche agnello, la volpe depredare galline; anche la lepre, il capriolo e il cervo provocano non pochi danni, per non parlare del cinghiale, da noi rilasciato abusivamente dai cacciatori. Per quanto riguarda l’orso, specie particolarmente protetta dalla legge italiana, voglio per prima cosa ricordare che esso non è mai scomparso dalle montagne trentine. L’orso va considerato il maggiore e più importante componente della fauna alpina ed è sopravvissuto su tutte le Alpi fino all’inizio del ventesimo secolo. Esso non è pericoloso per l’uomo. I timori sparsi a piene mani da Nerio Giovanazzi sono ridicoli e infondati. È però vero che l’orso, come mostra l’esperienza di questi anni, può predare qualche pecora, distruggere alveari e sfondare pollai. I danni causati appaiono tuttavia sopportabili e certo sono inferiori a quelli provocati dagli ungulati.

Aderendo al progetto europeo “Life Ursus” e dando il via all’operazione di rinsanguamento, la Provincia di Trento ha assunto un preciso impegno per la difesa della biodiversità sulle Alpi. Nell’anno internazionale della biodiversità mi sembra giusto chiedere che anche il Trentino affronti qualche modesto sacrificio a difesa della vita sulla Terra.

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