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Cirillo E Florian Grott

Di padre in figlio

Florian Grott, Crocifisso (2009)

Da alcuni anni Maso Spilzi, abbandonata definitivamente l’idea di un museo della comunità folgaretana (vedi Qt n. 15, 2003), propone annualmente delle mostre dedicate ad artisti trentini, da Fortunato Depero a Remo Wolf. Quest’anno la scelta è caduta su Cirillo (1937-1990) e Florian (1974) Grott, padre e figlio, due scultori profondamente attratti dalle modalità espressive e simboliche del legno, pur non disdegnando altri materiali, come il bronzo, né altre tecniche artistiche, come la pittura. Il percorso, curato da Karin Cavalieri e Alessandra Grott, si snoda attraverso tre distinte sedi espositive: Maso Spilzi a Folgaria, sede principale dell’esposizione; la casa-museo Grott di Guardia; e la Sala degli Affreschi di Castel Beseno.

Non è semplice indagare i rapporti tra artisti, tanto più quando questi sono padre e figlio, il primo prematuramente scomparso, il secondo che insegue da oltre un decennio le sue orme artistiche.

La mostra ha il pregio di scansare ogni tentazione retorica e di affrontare il tema attraverso un doppio binario: da una parte gli evidenti punti in comune tra i due artisti, dall’iconografia -profondamente incentrata sull’uomo, dal sacro al profano- all’amore per il legno e le montagne in cui questo cresce; dall’altra la diversità d’approccio nell’analisi, storica in Cirillo, critico-stilistica nel caso di Florian. A osservare quest’ultimo nel bel video-intervista di Michele Trentini a Maso Spilzi, ambientato tra boschi e ruscelli nei dintorni di Guardia, par di vedere una sorta di Mauro Corona degli Altipiani. Dalla sua aspra parlata dialettale traspare forte l’ammirazione per il padre, così come il desiderio di seguire le orme artistiche di questo e, al contempo, di superarle: “Mio padre cercava tronchi molto contorti, pieni di radici. Io li cerco contorti, con molte radici e magari pure marci”, afferma fiero in un punto del video. Nonostante il carattere burbero e l’indissolubile legame con le proprie radici, Florian ha saputo guadagnarsi un buon curriculum artistico, con una quindicina di mostre personali, e, vista l’età tutto sommato ancora giovane, sembra promettere molto. L’iconografia delle sue opere, pur ricalcando a tratti quella del padre Cirillo, si concentra su tre specifici temi: i guerrieri medievali, sempre celati da un pesante elmo; la figura femminile, profondamente intima e sensuale; infine la religiosità, fatta sia di crocifissi profondamente nordici, esposti in gruppo a Castel Beseno, sia di ecclesiastici dai tratti ambigui, quasi caricaturali.

Cirillo Grott non ha certo bisogno di presentazioni. Artista profondamente legato alla propria terra -disseminata capillarmente di suoi lavori, dall’Ospedale S. Chiara al Palazzo della Regione, dalle opere d’arte sacra (Chiesa di Zambana Nuova, di Nomi, dell’Inviolata a Riva del Garda, per citarne solo alcune) ai numerosi monumenti ai caduti- egli vanta un percorso artistico non certo limitato all’ambito territoriale. E questo grazie soprattutto a una particolare ricerca sulla materia, esplorata attraverso molteplici direzioni: in alcuni casi le opere vengono definite attraverso una sorta di levigazione che lascia le figure quasi allo stato di non-finito; in altri casi, specialmente nei lavori in bronzo, i soggetti sono scavati fino alle ossa, consumati in un’accecante espressività che ricorda per molti versi quella fi Giacometti e degli artisti di “Corrente”. In ogni caso si tratta di sculture che non vengono mai improvvisate, bensì partorite attraverso un lungo iter che prevede sia disegni preparatori che bozzetti, come documentato nel percorso. Ricordare Cirillo Grott a vent’anni dalla scomparsa non è solo ricordare un grande artista trentino, che definì la propria scultura “amica di quei ceppi e di quegli abeti tra cui sono nato”. È anche ascoltare una voce sempre attuale, fuori da quel coro che nella sua terra sta distruggendo la montagna per imbastire teatrini invernali ad uso e consumo dei turisti.

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