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Il fortino di Schelfi

È stato molto animato il dibattito attorno alla crisi della Cantina LaVis. Attorno al dilemma qualità/quantità del vino, perfettamente centrato, o a quello, troppo ampio e un po’ specioso, cooperazione sì/cooperazione no. E il presidente della Cooperazione Diego Schelfi difatti ha tentato di parare i tanti colpi cercando di compattare il movimento attorno alla difesa del fortino assediato.

In realtà il fortino i nemici li ha dentro le mura. E sotto sotto, hanno lavorato pure in questi giorni, e hanno potuto farlo tranquilli, ben pochi se ne sono accorti.

Come abbiamo già detto, il problema evidenziato da LaVis e dalla crisi del vino, è quello dello strapotere di cui oggi dispongono i manager delle grandi cooperative. La scarsa trasparenza nella conduzione, le carenze nei controlli dei soci; e il drammatico divaricarsi degli obiettivi: la corsa al gigantismo da parte del manager che gioca a monopoli, la difesa del proprio reddito e attività da parte dei soci.

Questi i tarli che rodono il sistema, i nemici dentro il fortino. Schelfi, per quieto vivere non se ne accorge, scruta accigliato dai bastioni ombre di nemici in lontananza.

I fatti di questi giorni invece parlano chiaro. È emerso che l’alta dirigenza della LaVis percepiva compensi stratosferici (690.000 euro all’anno) dalla controllata Casa Girelli. “Di quei soldi noi non abbiamo visto un euro, li abbiamo girati alla LaVis” si è difeso il megadirettore Peratoner. In attesa che la finanza e\o chi verifica i bilanci chiarisca la cosa, la difesa è un’ammissione ancor più grave: con i conti delle controllate i nostri pasticciavano alla grande, l’opacità era norma (e risuona ancora la domanda dello stesso Dellai: “ma come hanno fatto a creare un buco da 100 milioni in un paio di anni?”). A Schelfi però non viene alcun dubbio.

Secondo atto, decisivo: il piano Pedron, di riassetto del sistema vitivinicolo, è stato liquidato. Nella sua parte più pregnante: separare la cooperazione dalle spa, il vino di qualità da quello da smerciare un tanto all’ettolitro.

Emilio Pedron infatti, come consulente proprio della cooperazione, aveva suggerito una via maestra per uscire dalla fossa in cui si è ficcato il sistema vitivinicolo trentino: da una parte spostare in capo a una spa l’attività commerciale-industriale di Cavit, di acquisto di vini da tutta Italia, imbottigliamento e vendita nei supermercati di mezzo mondo; e dall’altra far funzionare Cavit come consorzio di promozione e commercializzazione delle cantine sociali produttrici di vino rigorosamente trentino e di qualità. Una soluzione che aveva due immensi pregi: riportare il vino trentino alla qualità; portare la cooperazione fuori dalle commistioni con le spa, regno dei maneggi dei nostri supermanager.

La proposta è stata bocciata. Da chi? Da Cavit.

Schelfi, che pur aveva commissionato il piano Pedron, non se ne è neanche accorto. Il tema di fondo è: ma di quale cooperazione stiamo parlando, con quelle cascate di società (poco) controllate, che hanno altre finalità e sfuggono ad ogni verifica dei soci? Che investono ovunque, ora sono accusate persino di collusioni mafiose, che si portano indietro intrecci perversi (vedi il caso LaVis-Girelli, ma anche Mezzacorona-Feudo Arancio) di proprietà e capitali del manager intrecciati con quelli della cooperativa e delle spa? Ma dove si sta andando con tali assetti che nulla, proprio nulla hanno a che spartire con la gestione cooperativa? Cosa ci dobbiamo aspettare ancora, le società off-shore?

Schelfi, sui bastioni, scruta l’orizzonte.