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Spacciatori di identità

Sostiene Antonio Brusa, al termine dell’intrigante conferenza dedicata al tema “Le carte della storia. Si può disegnare il tempo storico?”, nell’ambito del convegno “Educa 2010” di Rovereto (23-26 settembre 2010), che si aggirano tra noi i “manager identitari”, spacciatori di “protesi identitarie” per coloro che hanno problemi di identità, o credono di averli o si lasciano convincere di averne. Docente di Didattica della storia presso l’Università di Bari, Brusa formula una domanda cruciale: “Può la scuola mettersi sul mercato delle protesi identitarie? O deve piuttosto fornire ai propri studenti gli strumenti affinché possano costruirsi una propria identità, a loro volontà, adattabile ad ogni mutamento di situazione micro- e macrosociale?”.

Quesito importante, come si intuisce, non solo nel Trentino autonomista, ma anche nell’Italia a deriva leghista e nel mondo dei conflitti neo-nazionalistici e post-coloniali. Solo citare il concetto di “nazionalismo” fa rabbrividire chi coltiva la storia e la memoria... ma il problema sta tutto qui, infatti: chi le coltiva e come? Il “manager dell’identità” cerca assiduamente interlocutori aventi lacune di memoria da riempire con i sistemi concettuali che inventa, per convincerli di far parte di un popolo con una precisa “origine”, una “eredità culturale” e una “missione storica”, di solito auto- ed etnocentrica. Naturalmente, questi manager illuminati e lungimiranti propongono se stessi alla testa di questo edificante e artefatto percorso etnoculturale... con tutti i privilegi del caso, per sé e i propri familiari e clientes.

Il giudizio storico - spiega Brusa - va sempre fondato “su una questione di scala”. La microstoria (o storia locale) non confligge né coincide necessariamente con la macrostoria (storia globale); nessuna delle due, tuttavia, può essere trattata come materia a sé stante, e nemmeno può fare a meno dell’altra. Padroneggiare gli strumenti di analisi storica, a ogni dimensione e livello di analisi, è ormai diventato non solo un dovere della didattica della storia, ma anche e soprattutto un dovere e una necessità: “una competenza di cittadinanza”, sostiene Brusa.