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La lunga vita di Vittorio Foa

Ricordo a 100 anni dalla nascita

Paolo Tonelli

È difficile riassumere una vita come quella di Vittorio Foa, di cui in questi giorni ricorre il centenario della nascita (18 settembre 1910). La sua personalità è stata così multiforme da rendere arduo definire chi è stato. Io penso sia stato un maestro, cioè un uomo che ha insegnato per tutta la vita e insieme ha saputo “ascoltare” effettivamente. Non sono uno studioso, ma non ho presente nessun altro, dentro la storia del movimento operaio, che fosse come lui convinto che c’è da imparare da tutti. Anche dagli avversari e perfino dai nemici. E i nemici non sono stati teneri con lui. Entrato in quel liceo Massimo d’Azeglio di Torino che è stato una forgia di personalità formidabili per la costruzione dell’Italia democratica, nel 1933 aderisce a Giustizia e Libertà e nel ‘35 il tribunale speciale lo condanna a 12 anni di carcere, molti dei quali scontati (8 anni, 3 mesi e 8 giorni). Uscirà dalle galere fasciste solo nel 1943, aderendo immediatamente al Partito d’Azione (“l’unica organizzazione politica nella quale mi sono totalmente identificato”, disse). Deputato azionista alla Costituente, poi a lungo deputato socialista fu dirigente della CGIL, dove rimase fino al compimento dei 60 anni. Nel 1972 fu uno dei fondatori del Partito di Unità Proletaria e partecipò da protagonista alla sua storia e ai successivi sviluppi, fino al 1978. Nell’ultima parte della sua vita aderì ai Democratici di Sinistra e successivamente al Partito Democratico.

Si dirà: percorso tortuoso. Lui stesso spiegò che la sua fedeltà era a “una idea” e che per rimanere fedele a quell’idea aveva cambiato molte organizzazioni politiche. Aggiunse anche che altri, per rimanere fedeli a un’organizzazione, avevano cambiato molte volte idea. E la polemica in quel momento era con il comunista Giancarlo Paietta (“Braje curte”), con il quale peraltro aveva un rapporto di amicizia che datava dagli anni del liceo.

Fiducia e ottimismo

Non smise mai di leggere e di studiare, in una ricerca sociale continua e puntigliosa che aveva al centro due parole chiave: “futuro” e “libertà”. Ho avuto la fortuna di conoscerlo, soprattutto in riunioni di partito, e confesso che qualche volta questa sua proiezione in avanti mi dava perfino un po’ fastidio. Possibile, pensavo, che non veda le difficoltà nelle quali ci dibattiamo, non veda la forza dell’avversario, sia sempre così ottimista. In realtà capii più avanti che il suo fu sempre l’impegno di chi sente il compito di dover indicare prospettiva alle generazioni di quel momento. La sua proiezione nel futuro partiva dalla convinzione che senza fiducia nelle persone non c’è spazio per la democrazia. Fiducia anche contro l’evidenza. La sua presa di distanza dal pensiero di Gobetti e la sua vicinanza, per contro, a quello di Rosselli derivava proprio da questo.

“Nel mio impegno sindacale ho sempre visto nelle rivendicazioni del lavoro, accanto e dentro le motivazioni egualitarie, il bisogno di esserci, di contare, il bisogno della libertà”. E aggiungeva: “Nella storia del socialismo non ci sono stati solo il comunismo e la socialdemocrazia. Vi è stato anche, sempre represso da due grossi concorrenti, un socialismo libertario che rivendicava democrazia e redistribuzione dei redditi e di risorse ma poneva al centro del quadro l’autonomia del lavoro, l’autodeterminazione del lavoratore, la sua possibilità di intervenire sul suo lavoro e sulla sua vita. Il socialismo delle autonomie non è mai riuscito ad affermarsi come sistema. Forse era inevitabile, comunque è un problema aperto. Lo si è sconfitto, non si è riusciti a cancellarlo. Dopo il declino delle sue grandi correnti storiche il socialismo può riapparire solo con l’autonomia”.

Si inscrive qui la sua proposta, in una delle riunioni fondative del PdUP nel 1973, di chiamarci Democrazia Proletaria, non per una ridicola contrapposizione alla Democrazia Cristiana come venne scritto, ma a sottolineare la ricerca del socialismo nella democrazia delle donne e degli uomini che lavorano. Qualche riga di citazione può servire a riassumere il suo complesso atteggiamento nei confronti del comunismo e dei comunisti: “Sarebbe ora di finirla con questa damnatio memoriae per cui la storia del Novecento ruota intorno ai comunisti, agli ex comunisti e ai comunisti o filocomunisti pentiti. C’è una grande storia che è stata rimossa: quella degli antitotalitari democratici e liberali - anticomunisti e antifascisti - che non hanno avuto bisogno di rivelazioni tardive, di omissioni generalizzate e di compiacenti assoluzioni”, sottolineava nel 2006.

“Ma non c’è solo il Partito comunista, ci sono anche i comunisti, uomini e donne in carne e ossa. Con moltissimi di essi ho lavorato gran parte della mia vita in un impegno solidale, così nei momenti belli e di ascesa come in quelli delle sconfitte, delle oscure resistenze, delle penose stagnazioni. Ci siamo trovati insieme nelle carceri, nella Resistenza, nel sindacato, nella quotidianità politica e parlamentare della sinistra. Non è stata solo una somma di convergenze tattiche, è stato (per me) un coinvolgimento serio, da cui è derivata la mia percezione dell’importanza dei comunisti per la difesa della democrazia...”, scriveva nel 1991 in Il Cavallo e la Torre.

Questo atteggiamento (fatto di una posizione politico-culturale chiara e insieme di sentimento di fratellanza) gli ha permesso di essere amico di tantissimi comunisti, fra i quali Bruno Trentin, insieme al quale aveva vissuto la breve vita del Partito d’Azione e che fu con lui all’ufficio studi della CGIL. Ma forse l’amicizia/stima più coinvolgente fu con Giuseppe Di Vittorio, il bracciante autodidatta divenuto segretario generale del più grande sindacato italiano. Uomo di grande capacità politica e di autonomia critica, che lo portò ad assumere decisioni fondamentali anche affidandosi alla fiducia nei collaboratori più vicini come Foa. La circostanza probabilmente più importante fu l’appoggio alla svolta verso la contrattazione articolata che la CGIL fece nella seconda metà degli anni Cinquanta. L’adesione di Foa alla linea della contrattazione articolata che, in quegli anni, fu pensata e sperimentata dalla CISL, trovava nel suo “scegliere sempre la periferia” il terreno di coltura. La “periferia” corrispondeva anche alla forte convinzione autonomista e federalista, approfondita nel rapporto con Silvio Trentin, che trovò negli azionisti robusti sostenitori seppure sconfitti e rapidamente messi da parte.

Penso non si possa ricordare Vittorio Foa senza riflettere un momento sulla “mossa del cavallo”, che dà il titolo al suo libro autobiografico. È la mossa che scarta, quella che spiazza l’avversario. Ma sarebbe sbagliato e quasi impudente se fosse ridotta ad astuzia, a mero espediente per uscire tatticamente da situazioni difficili. Al contrario, è libertà mentale, è sprigionamento di nuova energia, è ricerca per modificare pensiero e paradigmi quando è necessario, e in questo mutare c’è anche il cambiamento di sé. Il cambiamento di se stessi per restare coerenti.

Foa, la montagna e il Trentino

C’è un lato della vita di Foa che non viene spesso ricordato ed è il suo grande amore per la montagna. La valle d’Aosta e Cogne sono state meta di soggiorni di vacanze ma anche di studio di lavoro e di incontri per tutta la sua vita, non fra i meno importanti quelli con Palmiro Togliatti, di cui ammirava l’intelligenza. In questo quadro va ricordato l’incontro, avvenuto nell’estate del 1945, con il trentino Renzo Videsott, impegnato nella costruzione del Movimento Italiano per la Protezione della Natura che vedrà la luce al Castello di Sarre il 25 giugno 1948, concentrato sulla battaglia per la salvezza dello stambecco. Nella presentazione al bel libro di Franco Pedrotti Il fervore dei pochi, Vittorio Foa dice: “Mi chiedevo: con tutto quello che c’è da fare...trova modo di occuparsi degli stambecchi. Con la sua bruciante energia Videsott me lo aveva fatto capire. Lo stambecco era come il simbolo di un impegno più vasto a cui il mondo circostante, soprattutto quello politico, era allora indifferente od ostile, quello del rapporto fra l’uomo e la natura”.

Dicevo di aver avuto la fortuna di conoscerlo, anche in qualche momento privato (se così si può dire), negli incontri in casa di Guglielmo Ragozzino, nelle giornate di alcune campagne elettorali come quella delle regionali del Friuli nel giugno 1978 e quelle del Trentino nel novembre dello stesso anno o in concomitanza di riunioni seminariali. Non smetteva mai di chiedere, di informarsi (sui lavoratori, gli studenti, la politica...) con una pignoleria che ci metteva spesso in imbarazzo, non sentendoci in grado di dare risposte esaurienti.

È stato più volte in Trentino, ma penso che una sua visita importante è stata l’ultima, il 16 novembre 1996. All’interno del progetto “I testimoni del secolo” venne a incontrare gli studenti delle scuole superiori nella sala grande del centro Santa Chiara gremita di ragazzi. Dopo la sua testimonianza una sola giovane ebbe il coraggio di scendere le gradinate, andare al microfono e porgli una domanda. Nel silenzio che succedette l’allora segretario della Cgil Flavio Berti suggerì di scrivergli le domande. Fu un fiume in piena con un susseguirsi di botta e risposta fra i giovani e l’incarnazione di un esempio che sentivano autentico.

Non ricordo più l’occasione nella quale, dopo nostra insistenza per una sua presenza a Trento, acconsentì purché si andasse a prenderlo alla fine di un dibattito che doveva tenere in Abruzzo. Arrivai all’incirca alle undici di sera e partimmo in macchina. Approfittai per farmi raccontare di tutto. Quelle cinque o sei ore di viaggio le ho usate per cercare di avere testimonianza della sua vita. Dai colloqui con i sindacati americani alle lezioni all’università di Damasco, dall’incontro pubblico del presidente USA Woodrow Wilson a Torino cui aveva assistito nel gennaio del 1919, alla distruzione della Camera del Lavoro della sua città. Ma soprattutto mi feci raccontare dei lunghi anni di carcere e di quali fossero le cose che più gli erano mancate. Lui rifletté un poco, poi disse accompagnando le parole con la gestualità famosa delle sue mani: “I bambini, la possibilità di accarezzare un bambino”.

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