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Pacherismo e ipocrisia

Alberto Pacher si è costruito l’immagine politica come sindaco di Trento. Immagine di persona colta e sensibile, attenta, anzi partecipe dei problemi dei cittadini; e per converso distante dalla politica tradizionale, con un’accentuata riluttanza verso lo scontro politico. Il politico che non passa il tempo ad azzuffarsi con gli altri politici, ma ad ascoltare la gente. Se questa è la facciata, la sostanza è conseguente: Pacher non litiga, agli altri politici, soprattutto se più potenti, dice sempre di sì. Anche ai cittadini dice sempre di sì; poi fa quello che può, cioè quello che gli altri gli lasciano fare.

Vicesindaco a Trento di Dellai, tale è rimasto anche quando il capo si era trasferito a piazza Dante, e da lì comandava anche sulla città. Ridiventato vice di Dellai anche ufficialmente, come vicepresidente della Provincia si è sempre guardato dal far valere la valanga di preferenze con cui era stato eletto, rimanendo quieto e fedele, allineato al capo anche quando questi lo mandava avanti a difendere l’indifendibile, come l’acciaieria di Borgo. Assessore ai Lavori Pubblici, ha lasciato immutata la struttura provinciale, cresciuta sotto l’energico e discutibile Silvano Grisenti (condannato per corruzione), e che va avanti per conto suo; e assessore all’Ambiente, ha gestito il settore, ferita aperta nella politica dellaiana, con il suo stile, facendo il minimo indispensabile e, come un vecchio pugile, prendendo e assorbendo impassibile tutti i colpi.

Non litigare, non scontentare (gli amici politici), fare il meno possibile. Questo il verbo del pacherismo.

Il punto è che questa condotta ha successo. Innanzitutto nel Pd. Il partito da tempo ha smarrito gli orizzonti ideali. È in mano a un ceto di persone che pensa la politica come carriera, come - propria - promozione sociale; anche i nuovi che arrivano in breve ragionano in questi termini: “A me, quale posizione conviene assumere?” Non cosa è giusto, cosa è produttivo, ma cosa mi crea alleati, nel partito e nella casta: caso clamoroso la questione morale, che vale solo per il nemico Berlusconi. Quando infatti si tratta di questioni interne, di Margherita Cogo colta nel tentativo di truffare lo stesso partito, o di Renato Veronesi che scambia con la destra poltrone pubbliche in cambio di voti (vedi pag.7), la morale scompare, siamo tutti nella stessa barca. Secondo questa sottocultura, il pacherismo è l’esempio, il modello vincente: non crea nemici interni, viene ritenuto affidabile dagli altri partiti.

Non solo. Il pacherismo ha il suo appeal anche nella società trentina. Almeno per la sua parte notoriamente impregnata di ipocrisia: il politico che non litiga è rassicurante. Non decide? D’accordo, però si presenta bene, non scatena baruffe, permette di illudersi che tutto vada per il meglio.

Noi vogliamo pensare che la società sappia guardare oltre la facciata, sappia assumersi la fatica e talora il fastidio di guardare alla sostanza. E quindi giudicare la politica per quello che fa, e i suoi uomini per quello che sostengono, ma non a parole, bensì nei fatti, con idee salde e decisioni anche difficili ma portate avanti con determinazione.

Di sicuro esiste poi un’altra porzione di società che cerca il politico che conta e che sa difendere i suoi interessi. E che quindi degli arrendevoli Pacher e pacheristi non sa che farsene, preferisce il decisionismo di un Dellai, e magari la rudezza di un Grisenti.

Per questi motivi riteniamo che il molle pacherismo sia veleno per il Partito Democratico. Che difatti alle elezioni delle Comunità ha subito una sonora, meritata sconfitta. E oramai ha di fronte due strade: avere una politica, cioè avere convincimenti e difenderli, oppure galleggiare puntando a fare i vicepresidenti, per ora, in attesa di successive retrocessioni.

In questi giorni, dal segretario Nicoletti, dal capogruppo Zeni, dal presidente Kessler sono arrivate parole significative, contro le tentazioni a una comoda subalternità. Perché invece, se all’interno del Pd prevarranno coloro che sono guidati da pensieri del tipo “Beh, in fondo un posto di assessore mi va bene, non mettiamolo a rischio”, il suo destino è segnato.