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Vita e morte oggi

Il dibattito sull’eutanasia è tornato rovente in seguito ad alcuni avvenimenti occorsi nelle ultime settimane: il suicidio del regista ultranovantenne Mario Monicelli, l’indizione da parte del governo della Giornata nazionale degli stati vegetativi proprio nel giorno della morte di Eluana Englaro, le polemiche intorno al programma di Fabio Fazio e infine la trasmissione sulle reti Rai di uno spot in favore della morte dolce su iniziativa dei Radicali. Come al solito si grida tanto, si discute poco e non si affrontano per nulla le reali questioni sul tappeto: problemi che investono qui e ora il nostro rapporto con la vita e con la morte, e che rivestono un’importanza decisiva in campo etico e politico.

Tra il caso estremo di Eluana e quello discutibile del musicista che con la moglie ha scelto il suicidio assistito in Svizzera, ci sono innumerevoli vicende nelle quali le persone coinvolte (pazienti, parenti e medici) hanno dovuto decidere in scienza e coscienza, con amore e sofferenza, sui momenti finali della propria esistenza o di quella altrui. La medicina ha fatto passi da gigante in questi ultimi anni consentendo un miglioramento della qualità della vita (un settantenne di oggi in salute è quasi come un cinquantenne di un secolo fa) e un aumento generalizzato della speranza di vita. Ma la malattia e la vecchiaia presto o tardi bussano alla nostra porta e quasi sempre a un certo punto la scienza medica non può più intervenire e gli stessi passi da gigante della medicina si rivelano ambigui, insidiosi: perché rischiano di risolversi nel protrarre lente agonie, stati vegetativi, situazioni insostenibili segnate da inutile dolore oppure da totale e irreversibile incoscienza.

Ogni giorno medici e familiari decidono sulla vita e la morte. Tutto questo è inevitabile anche se a volte diventa un peso gravoso, difficile da sopportare; perché più abbiamo a disposizione conoscenze e mezzi per curare e tenere in vita una persona, tanto più sarà in carico alla nostra volontà responsabile scegliere se e come utilizzarli, e quando dismetterli. In questa scelta anche le motivazioni economiche non sono secondarie, in quanto le apparecchiature e i medicinali hanno un costo e non ci sono risorse per tutti e per tutto. Pensiamo solo a un caso estremo ma tutt’altro che paradossale: il paziente in coma che vi permane indefinitamente, sopravvivendo agli stessi famigliari che dovrebbero assisterlo.

Questa è la nuova condizione della nostra epoca: siamo costretti a decidere sulla vita e sulla morte. Non per un nostro capriccio o per un desiderio di assoluta libertà, ma perché ce lo impongono le conquiste scientifiche che offrono la possibilità di incidere su quelle che un tempo erano inesorabili leggi di natura. Più ci allontaniamo dalla natura, più aumenta la nostra discrezionalità. Parlare di morte naturale diventa uno slogan privo di significato.

Perciò è molto debole l’affermazione per cui la vita è un bene indisponibile. Anche dal punto di vista religioso non sta in piedi dire che è Dio a decidere della mia vita e della mia morte: perché Dio mi ha dato la vita affinché in piena libertà agissi responsabilmente secondo una determinata via di fede. Tuttavia non può essere Dio a scegliere per me. Tale prospettiva non è in contraddizione con un’etica laica basata sulla responsabilità individuale.

Davanti alla morte si stagliano le nostre convinzioni più profonde, la nostra visione del mondo, il modo in cui abbiamo affrontato la vita. Nel momento supremo non possiamo essere spodestati della nostra libertà. Non può essere uno Stato e neppure una Chiesa che impone per legge una determinata posizione. Il testamento biologico, ossia l’indicazione delle proprie volontà sul fine vita, è una soluzione provvisoria ma significativa e necessaria per affrontare la realtà presente.

Un’astratta libertà individuale però non esiste, perché siamo sempre in relazione con qualcuno. Quindi occorrono quadri normativi di riferimento chiari ma con le maglie larghe. È garantito costituzionalmente il diritto a sospendere trattamenti medici, anche se vitali. Prima di perdere eventualmente le capacità di intendere e di volere è quindi un diritto poter enunciare le ultime volontà, che dovranno essere quanto più possibili vincolanti per i medici e per chi mi accompagnerà alla morte.

Tutto questo non soltanto in nome della laicità, ma per un comune senso di umanità che potrebbe unire al di là delle diverse convinzioni etiche, religiose e politiche.