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Lo smembramento

Il Parco nazionale dello Stelvio: un territorio dimenticato.

Una lunga storia quella dello smembramento del Parco nazionale dello Stelvio: inizia negli anni ‘70 con la SVP insofferente al parco perché imposto dal fascismo. Un passaggio che trova subito sostegno negli ambienti politici lombardi, che ritengono di vedere la montagna dell’alta Valtellina ingessata in un abito che le impedisce ogni sviluppo. Italia nostra del Trentino, già nel 1974, pubblicava un libretto che letto oggi appare di una attualità disarmante.

Per rispondere ai continui attacchi che il parco subiva, vent’anni fa Mountain Wilderness lanciava la proposta di istituire il primo grande parco naturale europeo, transnazionale e interregionale, individuando il cuore delle Alpi come il polmone strategico della biodiversità del nostro continente. Si sperava che un legame internazionale sollecitasse i politici ad affrontare una avventura culturale di alto valore sociale ed ambientale.

Il progetto era stato denominato “Peace” e doveva, partendo dal Parco nazionale dello Stelvio, comprendere il parco nazionale svizzero dell’Engadina, quello austriaco degli Alti Tauri, quelli regionali lombardi delle Orobie e dell’Adamello e il trentino Adamello- Brenta. Mountain Wilderness vedeva il centro delle Alpi - un’area vasta oltre 250.000 ettari - come un modello per l’avvio della ricerca scientifica e della innovazione in tema di sviluppo, di possibilità di nuovi lavori, di offerta valoriale nell’utilizzo del territorio dell’alta montagna. Subito Alexander Langer si entusiasmò della proposta e la strutturò presso il Parlamento Europeo come esempio di rilancio della cooperazione transfrontaliera e progetto pilota sul quale investire e diffonderlo in altre realtà della nuova Europa.

Quel progetto voleva anche superare le croniche difficoltà gestionali del parco dello Stelvio, immobilizzato dai veti della SVP e dalla insensibilità politica della Regione Lombardia e del Ministero dell’ambiente. Già allora non si riusciva a discutere del piano faunistico o del piano di gestione. L’Alto Adige pretendeva libertà di caccia al cervo e chiedeva di ridurre i confini del parco in Val Venosta, portandoli sopra quota 1800, e voleva impianti sciistici in Val Martello.

La Lombardia, come poi è avvenuto in occasione dei mondiali di sci alpino di Bormio, sperava di poter ampliare l’area sciabile in Valtellina, mentre Trento si chiedeva perché mai un’area valanghiva, Val della Mite, non potesse essere riportata all’attenzione dell’industria dello sci.

L’intervento di Micheli. Poi...

Nel 1992 la passione politica di Walter Micheli riuscì ad evitare la frammentazione del parco in tre realtà, costituendo un consorzio amministrativo fra le province autonome di Trento e Bolzano e la Regione Lombardia e mantenendo così intatto il principio della gestione unitaria a livello di pianificazione, normative e personale. Con l’accordo di Lucca si salvò l’integrità del parco e l’autonomia offerta alle tre realtà amministrative faceva sperare che in tempi brevi si sarebbe potuto arrivare al varo di una pianificazione moderna che rilanciasse le straordinarie potenzialità insite nel parco naturale.

Ma l’apatia sempre più incisiva della provincia di Bolzano e il taglio dei finanziamenti al parco in Lombardia da parte dei governi Formigoni hanno vanificato quasi un ventennio di sforzi da parte della Provincia di Trento nel mantenere alta l’offerta di lavoro e della ricerca. L’azione corrosiva degli interessi politici speculativi, locali e nazionali, ha poi di fatto impedito ai piani e alle diverse varianti, di essere approvati. Non casualmente questi giacciono da anni nei cassetti del Ministero. È in tale cornice che si è inserito il recente golpe della Commissione dei 12, guidata da Mario Malossini, che ha chiesto al Consiglio dei Ministri di abrogare di fatto l’unitarietà del parco cancellando il consorzio e gli accordi di Lucca. Ed il 22 dicembre il Consiglio dei ministri, con la inusuale presenza di Durnwalder, ha di fatto sancito la cancellazione dell’area protetta nazionale.

Malossini, come del resto Durnwalder, invoca il passaggio come atto innovativo riferendosi al varo di un discutibile modello federale nella gestione di un’area protetta. Da parte del discusso presidente nessun accenno alla normativa internazionale che invece viene sottolineata da Marco Onida, segretario generale della Convenzione delle Alpi: “La preservazione dell’integrità e funzionalità delle aree protette alpine è un obbligo derivante dalla Convenzione delle Alpi”.

E ovviamente nessun rispetto verso il dettato dell’art.8, comma 4, della legge quadro n.394/91: “Qualora il parco o la riserva interessi il territorio di più regioni, ivi comprese quelle a Statuto speciale o Province autonome, è comunque garantita una configurazione ed una gestione unitaria”.

Con la decisione del Consiglio dei Ministri si è anche costruito un precedente che rischia di essere recepito da altre realtà: pensiamo al possibile smembramento del Parco del Gran Paradiso o di quello d’Abruzzo, oppure dei parchi marittimi. L’associazione nazionale del personale delle aree protette ci ricorda che “solo una gestione unitaria, che tenga conto unicamente delle unità ecosistemiche e paesaggistiche, può garantire il perseguimento degli obiettivi di conservazione e sviluppo compatibile delle comunità locali di un’area storicamente omogenea”.

E il PD? Qua e là...

Il Partito Democratico in tutta questa vicenda ripete uno schema ormai logoro: l’assenza di una posizione unitaria e strategica sui parchi. L’apatico assessore all’ambiente della provincia di Trento Alberto Pacher (PD) ha creduto di ravvisare nell’operazione un segnale positivo. Nemmeno è stato capace di convocare con urgenza la Cabina di regia provinciale sulle aree protette. Quanto al suo compagno di partito, Roberto Pinter, astenendosi in Commissione ha comunque lasciato che l’operazione facesse il suo corso. Ma anche Pinter legge nella gestione “federale” del parco un possibile incremento di credibilità e di investimenti occupazionali.

Mentre in Trentino si sono sottostimati gli effetti negativi dell’operazione, il responsabile lombardo del partito, Angelo Costanzo, ha fatto approvare dal Consiglio regionale lombardo una mozione chiaramente contraria ad ogni forma di smembramento. A Bolzano il Pd e il sindaco di Bolzano, che è stato per oltre un decennio direttore del consorzio altoatesino del parco, si sono fatti sentire con voce autorevole nettamente contraria allo smembramento.

Perché una simile accelerazione di una storia che languiva da anni? Sembra certo che la decisione della commissione dei 12, presa senza alcun preavviso, senza alcuna discussione presso i direttivi del parco e senza confronto sociale, faccia parte del regalo che Berlusconi ha offerto alla SVP in cambio dell’astensione dei suoi parlamentari sulla sfiducia al governo.

Che succederà?

Quali conseguenze porterà nell’area protetta la decisione della Commissione dei 12, prontamente ratificata dal Consiglio dei Ministri? Senza dubbio l’impossibilità di costruire una pianificazione di ampio respiro e quindi di arrivare ad una gestione unitaria dell’area sui temi della conservazione, della tutela della biodiversità e della qualità del territorio. Non solo: andrà perduto tutto il processo di formazione che il parco attendeva da anni di varare. In Lombardia si vedrà crescere la diffidenza popolare nei confronti del parco: in assenza di finanziamenti statali e regionali in quella terra, oltre agli storici vincoli urbanistici, il parco non riuscirà ad offrire più nulla agli abitanti della Valtellina. In provincia di Bolzano si assisterà, in tempi non lontani, alla riduzione drastica dell’area del parco per soddisfare il partito delle doppiette.

Probabilmente in Trentino e forse anche a Bolzano si manterranno adeguati contributi a sostegno dell’occupazione e del recupero del territorio, ma anche in questo caso i cacciatori avranno facile accesso alla caccia al cervo e specialmente si potrà trovare una pianificazione arrendevole nei confronti delle aree sciabili di Pejo e della valle della Mite. Ma come lascia ben intendere il vicepresidente di Federparchi, Antonello Zulberti, il rilancio della prospettiva transnazionale con una simile decisione diventa improponibile. L’Unione Europea sta infatti investendo nell’area fra Marcantour e le Alpi Marittime. Il grande sogno di Alex Langer viene frantumato dalla decisione della Commissione dei 12.

La decisione del Consiglio dei Ministri viola anche l’articolo 118 della Costituzione, laddove si garantisce ai cittadini e alle associazioni il diritto di partecipazione. Infatti solo una ristretta cerchia di politici (sindaci, rappresentanti di Province e Regioni, ministero) decideranno del futuro dell’area protetta. Con un solo atto si sono private le associazioni ambientaliste e alpinistiche, il mondo scientifico e quello della ricerca, di una minima rappresentanza nelle stanze delle decisioni.

Con questo passaggio si indebolisce, o meglio si impedisce anche la prospettiva aperta dalla legge provinciale trentina sulla montagna del 2007, passata grazie alle osservazioni degli ambientalisti, quella che permette di tessere un filo di collaborazione strategico fra i parchi e le zone di conservazione speciale, anche al di fuori della nostra provincia, per costruire la rete delle riserve naturali ed offrire risposte credili alle politiche della conservazione e al miglioramento della biodiversità nelle Alpi.

Delle dichiarazioni dei politici, nazionali e locali, preoccupa la visione localistica, la tendenza a confondere ciò che è compreso in un confine amministrativo come un possesso, un territorio con contenuti propri, da gestire in isolata autonomia dell’”ognuno per sé”. Così non è e non deve essere in particolare quando si tratta di ambiente, ecosistema, paesaggio, salute, acqua, aria, suolo. Beni riconosciuti di interesse collettivo, peraltro dal 1935, come nel caso dello Stelvio, la più grande area protetta dell’arco alpino.

Alla protesta aderiscono: CIPRA Italia, WWF, Legambiente, Italia Nostra, FAI, Federparchi, Mountain Wilderness, LIPU, 394, LIPU, Dachverband fur Natur, CIPRA Alto Adige, CAI, Toring Club, Società Speleologica italiana, CIPRA internazionale. Tutte con firma dei presidenti nazionali.