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Cogo al contrattacco

Margherita Cogo, non più candidata alla Presidenza del Consiglio dopo la nostra denuncia, non ha proprio gradito.

Margherita Cogo

“Voi di QT: brutti, livorosi e vendicativi”

Copertina di gennaio 2011

Caro direttore, in apertura vorrei precisare che la vicenda giudiziaria di due anni fa che mi riguardava si è chiusa positivamente con un’archiviazione (mancava proprio l’oggetto del contendere e cioè il documento falso)! Capisco che molti, affetti da invidia, non abbiano gradito e che alimentando la propria vita attraverso il godimento delle disgrazie altrui e non rassegnandosi tentino di sostituirsi a giudici e tribunali. Così ho anche interpretato la copertina dell’ultima pubblicazione del periodico da Lei diretto e non Le nascondo che mi sono chiesta quali altre motivazioni possono spingerLa ad essere così feroce nei miei riguardi. Ne ho ipotizzate alcune. La prima potrebbe essere la sete di giustizia; ebbene, vediamo di cosa potrei essere colpevole.

A Suo avviso avrei truffato il mio partito non versando quanto dovuto: non è così, perché ho ampiamente provato di aver sempre versato quanto pattuito, compresa la liquidazione (sarebbe invece interessante ricordare chi ancora risulta debitore verso i DS, ma anche verso il PD).

Ma ancora Lei potrebbe amare l’ipotesi che io abbia tentato di truffare il partito, ma nemmeno questa ipotesi è plausibile. Tutti sapevamo quanto ogni consigliere incassava mensilmente e a quanto ammontava l’assegno di liquidazione, per cui ogni tentativo d’imbrogliare era infantile e scopribile in un attimo. Il problema è un altro e cioè qualcuno voleva far credere che fossi scema; scuso in parte il giudice, che a mio avviso s’è scordato per un attimo del diritto alla difesa anche del peggior criminale e ha voluto difendere l’operato della Procura, perché è davvero abnorme l’azione giudiziaria intrapresa nei miei riguardi, se solo penso alla durezza di una ingiustificabile perquisizione da parte della Squadra Mobile che di solito si occupa di omicidi o di operazioni antidroga.

L’azione della Polizia Giudiziaria la ricordo ancora con angoscia e sono certa che se non fossi rimasta con i nervi saldi, che solo la tranquillità della mia coscienza mi dava, forse mi avrebbero tratta in fermo, infatti mi hanno imposto la loro presenza sulla mia macchina ed inoltre hanno trattato me e la mia collaboratrice domestica non benissimo! Ma Lei si rende conto che hanno rovistato nel mio ufficio ed in casa mia per cercare un certificato di liquidazione di 5 anni prima per stabilire se avevo manomesso qualche cifra e se dunque avevo cercato di non versare poche migliaia di euro ai DS? Ma Lei lo sa che la perquisizione è stata totalmente inutile, perché la liquidazione é esente da tassazione e dunque non tenevo una carta che non mi serviva? C’è anche chi mi aveva suggerito che forse nei miei confronti un qualche abuso era stato commesso!

Comunque, ancora una volta, ribadisco la mia estraneità ai fatti ma soprattutto La invito a riflettere su quanto fossi, diciamo antipatica, agli ultimi due segretari dei DS e si chieda come mai furono così “generosi” da non denunciarmi, (visto che si fa riferimento a una mancata querela da parte dei DS) ed eliminarmi dalla scena politica per via giudiziaria, visto e considerato che politicamente non ne erano capaci!!

La inviterei a questo punto a riflettere sul mio ruolo di Sindaco, di Presidente della Regione, di Vicepresidente della PAT e di quanti soldi ho amministrato e di come non mi si possa imputare la minima disonestà. Ma Le pare davvero credibile la storia di cui Lei si è così innamorato? Non pensa anche Lei che invece sia frutto di un’abile montatura sostenuta e tenuta in piedi da Lei, che evidentemente dà credito a persone che accusano gli altri per far scordare le proprie manchevolezze e i propri fallimenti politici?

Ho pensato, però, anche ad un’altra motivazione meno nobile, Lei mi scuserà se la esplicito. Ricordo quando Lei mi propose di sostenere una pubblicazione sul rogo delle “Streghe di Nogaredo”; mi permisi, allora, di criticare il contenuto della pubblicazione e decisi di prenderne le distanze non scrivendo l’introduzione e non finanziandone la ristampa, ma sostenendo invece la sfortunata rappresentazione teatrale che mi pareva più rispettosa delle figure femminili narrate. Mentre Le negavo il sostegno, ricordavo le tante cattiverie sentite sul Suo conto tra cui anche la Sua capacità di vendicarsi di coloro che riteneva non allineati alla Sua impostazione culturale. Debbo riconoscerLe questa capacità, perché dopo di allora sono stata spesso oggetto della Sua malevola attenzione.

Se mi permette, infine, un consiglio: la Sua costante criticità e negatività verso l’universo mondo non Le fa bene, ultimamente mi pare sempre più sciupato e consigli un po’ più di positività anche al Suo caro amico e mio poco caro ex collega ora anche collaboratore del Suo periodico [Mauro Bondi, n.d.r.], che appare sempre più spettrale e molti si preoccupano per lui.

La ringrazio per l’attenzione che vorrà ancora accordarmi magari pubblicando integralmente questo mio scritto.

Margherita Cogo

Berlusconi ha fatto scuola

Questa risposta di Margherita Cogo alla nostra denuncia (dell’ipotizzata sua candidatura alla Presidenza del Consiglio Provinciale, nonostante fosse risultata responsabile di una truffa) risulta al contempo emblematica e paradossale. Emblematica di una linea di pensiero, arrogante e spudorata, che si è in questi anni affermata nella parte peggiore del personale politico; paradossale perché Cogo spinge la spudoratezza a livelli inusuali, con effetti vagamente comici.

La consigliera, assessora, ex-presidente della Regione, e - solo grazie alla nostra denuncia - mancata Presidente del Consiglio, inizia subito con un falso. Un classico del politico colto in castagna: “la vicenda giudiziaria di due anni fa che mi riguardava si è chiusa positivamente con un’archiviazione”. Eh no: non c’è stata alcuna “chiusura positiva” né alcuna “archiviazione”; bensì una sentenza di “non luogo a procedere per mancanza di querela di parte” con le motivazioni che spiegano come “truffa ci fu”, ma trattandosi di truffa semplice e non aggravata, per passare al processo ci sarebbe stato bisogno della querela della parte lesa, i Ds, in assenza della quale si passa appunto al “non luogo a procedere”.

Margherita Cogo fa la furba: gioca sulle parole, ed equivocando tra “non luogo a procedere” ed “archiviazione” cerca di trasformare una sentenza che proclama la truffa acclarata in una che la disconosce. È un meccanismo noto, e possibile solo se c’è l’acquiescenza dei media: così Malossini, colpevole di “corruzione” e non di “concussione”, tentava di passare per immacolato, e Grisenti, colpevole di “corruzione” ma solo “impropria”, per un benefattore, Berlusconi, con i reati caduti in prescrizione grazie a leggi ad personam, in vittima innocente.

Ed ecco che la Cogo, fatta sparire la truffa mediante l’invenzione di un’archiviazione inesistente, si chiede “quali motivazioni possono spingere (QT n.d.r.) ad essere così feroce nei miei riguardi”. Naturalmente non la sfiora l’idea che come cittadini anzitutto, e come giornalisti poi, desideriamo che la cosa pubblica non vada in mano a chi è colpevole di falsificazioni e truffe; e intendiamo strigliare un ceto politico così spudoratamente insensibile alla moralità da “dimenticarsi” dei recenti trascorsi della candidata alla Presidenza. No. Per Cogo noi agiamo per “invidia” e “godimento delle disgrazie altrui”. Il marrano quindi, guarda un po’, non è chi truffa; ma chi vorrebbe, nelle istituzioni, gente onesta.

A questo punto la Cogo, forse temendo di non essere abbastanza convincente, si giustifica asserendo di non aver truffato il partito in quanto “ho ampiamente provato di aver sempre versato quanto pattuito” (ma solo dopo che era stata beccata in fallo, si dimentica di dire) e poi si lancia in una contorta spiegazione tesa a dimostrare di essere stata da una parte vittima di più complotti, uno all’interno del suo partito, e uno all’interno della magistratura, con il Giudice (il dottor Ancona per la precisione, e prima di lui il dottor La Ganga) che non le avrebbe creduto per “difendere l’operato della Procura”, evidentemente dedita alla criminalizzazione della povera consigliera.

In tutto questo (e nella lamentazione per essere stata sottoposta a perquisizione) c’è l’eco delle intemerate berlusconiane contro i comunisti e i magistrati rossi; Margherita Cogo evidentemente guarda la televisione. Ma non la possiede, e quindi la sua difesa-contrattacco, non supportata da avvocati arroganti e da una grancassa mediatica, risulta solo un balbettio, un illogico affastellamento di concetti in libertà. Come abbiamo detto, presso il peggior ceto politico Berlusconi ha fatto scuola; ma non è facile imitarlo.

Passiamo infine all’ultimo punto, in cui Cogo tira in ballo chi scrive, con una notazione che vorrebbe essere velenosa. La riprendiamo, perché secondo noi indicativa di una concezione dei rapporti cittadino-amministratore purtroppo diffusa nel ceto politico, e purtroppo, non solo in quello peggiore.

La ricostruzione data dalla consigliera è sostanzialmente corretta. Nelle vesti private di autore letterario, andai da Cogo, allora assessore alla Cultura, a proporre la sponsorizzazione di una ripubblicazione di un mio lavoro sulle “Streghe di Nogaredo” e della messa in scena di un testo teatrale che ne avevo ricavato. L’assessora, dopo aver approvato il progetto, in un secondo momento revocò la sponsorizzazione al testo scritto: con motivazioni che trovai culturalmente fragili ed arretrate (rappresentavo le streghe, in accordo con i dati storici, come delle poveracce, dedite alla mendicità quando non alla prostituzione, mentre l’assessora le voleva candide eroine, dimenticandosi che la storia insegna come il potere schiacci per primi i reietti), ma legittime. “Se questo è quello che lei pensa, non sono d’accordo - ricordo che le dissi al termine del nostro incontro - ma è logico che lei ritiri la sponsorizzazione”. E la cosa finì lì.

Ora Cogo fa risalire a quell’episodio una mia “malevola attenzione” supportata da una “capacità di vendicarsi”, sfociata nella denuncia della truffa. Qui non ci stiamo proprio. Perché entra in campo una perversa visione dei rapporti con il cittadino. Secondo la quale la persona che entra in contatto col pubblico amministratore, assessore o sindaco, viene a spogliarsi dei suoi diritti civici. Non potrà più esercitare alcun diritto di critica: se lo fa ed ha ottenuto il permesso, l’autorizzazione, il contributo, è un ingrato; se invece ha ricevuto un rifiuto, è un rancoroso.

Insomma, varcare la porta di un municipio, o di un assessorato, equivarrebbe, secondo Cogo e non solo, a diventare cittadini di serie B, sostenitori forzati dell’amministratore cui ci si è rivolti. E invece no. Cara Margherita Cogo, noi rivendichiamo il diritto di rapportarci con la pubblica amministrazione, ma da pari a pari, da persone libere, senza essere schiacciati nel ruolo dei clienti o dei rancorosi.

E non crediamo per niente di essere un caso isolato. Grazie al cielo, ci sono anche trentini con la schiena dritta.

Ettore Paris