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Il sociale vissuto dalle cooperative

Viaggio nel mondo del sociale trentino attraverso gli occhi e le preoccupazioni di alcune cooperative

Foto Marco Parisi

Storicamente il Trentino è sempre stata una terra che ha investito nel sociale e nella solidarietà. Un settore fino a dieci anni fa in forte espansione, entrare a lavorarvi, in una cooperativa o associazione, risultava relativamente semplice e anche sicuro. Attualmente, però, la situazione sembra peggiorata, molte persone, giovani e laureate soprattutto, fanno fatica a trovarvi un impiego stabile: è il sintomo di qualche cosa che non va o di un settore in affanno?

Puntiamo l’attenzione sulle cooperative, che impiegano, secondo i dati di Con.Solida (il consorzio delle cooperative sociali trentine, che da solo ne riunisce ben 56), circa 3000 persone; sono la tipologia maggiormente diffusa sul territorio e toccano una grande quantità di servizi e di realtà: appoggio assistenziale ed educativo a famiglie, minori svantaggiati, disabili ed anziani, progetti di animazione del territorio, promozione del volontariato e inclusione sociale per le cooperative classificate di “Tipo A”, inserimento lavorativo per le fasce deboli della popolazione per quelle di “Tipo B”.

Tre nodi da sciogliere

Foto Marco Parisi

Quali gli ostacoli principali che oggi mettono in difficoltà queste realtà? Sinteticamente sono tre: il periodo oggettivo di difficoltà economica, il blocco legislativo provinciale, la nascita delle Comunità di valle.

 Le cooperative sociali di tipo B sono a tutti gli effetti delle imprese e come tali sottostanno alle dinamiche aziendali. Come riportato da Silvano Deavi, direttore di “Alpi”, in questi ultimi anni si è assistito a una riduzione dei margini di guadagno, dovuta principalmente alla diminuzione dei prezzi di vendita e un parallelo aumento del carico di lavoro. Poi, in alcune situazioni, per esempio proprio per “Alpi”, gli effetti della crisi sono in parte mitigati dalle committenze pubbliche, ma non annullati e - continua a spiegarci Deavi - ottenere l’assegnazione di lavori si fa sempre più arduo.Il punto più critico riguarda il costo del lavoro (educatori e utenti in primis), con una conseguente riduzione sia dei margini operativi della cooperativa, sia della possibilità di avviare nuovi inserimenti lavorativi.

Per una cooperativa il cui scopo principale è proprio quello di formare al lavoro persone svantaggiate, ciò porta inevitabilmente all’impossibilità di assolvere al suo compito, non perché non ce ne sia più bisogno, ma perché impossibilitata a farlo. Anche se, auspica Michelangelo Marchesi di “Progetto ‘92”, la diminuzione dell’intervento pubblico potrebbe aprire le porte a una maggiore presenza nel sociale dei privati, dando inizio a percorsi virtuosi di integrazione tra le due realtà.

 Anche le cooperative di tipo A risentono in ugual modo della situazione di crisi. Da ormai un paio di anni i finanziamenti non hanno avuto nessun incremento e con le stesse risorse si devono affrontare vecchie e nuove spese e sfide, un problema comune a tanti settori in questo frangente. Ma quello del sociale è un settore in cui quasi la totalità delle spese è rappresentata dagli operatori stessi, che sono anche lo “strumento” di lavoro, e non si può certo ridurre lo stipendio per un lavoro già di per sé faticoso e poco remunerativo, rischiando di ghettizzarlo, spiega Massimo Comaz, coordinatore di “Villa S. Ignazio”.

E ridurre il numero di operatori ed educatori è altrettanto rischioso: per assicurare un certo livello di qualità, infatti, la Provincia ha stabilito un certo rapporto educatori-utenti (ad esempio, per una comunità di accoglienza il rapporto è di un educatore per 5 ospiti), che garantisce all’operatore la possibilità di svolgere in modo ottimale il suo lavoro. Pertanto togliere un dipendente da un centro, una comunità o un appartamento protetto significa ridurre anche i posti messi a disposizione per gli utenti, limitando così la possibilità di accesso ai servizi e scatenando una possibile guerra tra poveri per riuscire ad assicurarsi il diritto di accedervi, diritto che invece, dovrebbe essere garantito a tutti.

 In aggiunta a ciò, in Trentino si assiste anche a un blocco legislativo, in quanto le leggi provinciali che regolano il settore o sono obsolete o non sono mai state seguite dai decreti attuativi necessari.

Con l’ultima finanziaria poi è stata approvata anche la nuova “Riforma sanitaria” voluta dall’assessore Rossi, che, pur non concentrandosi esclusivamente sul sociale, ne tocca aspetti salienti, visto che parte degli interventi sociali sono connessi a quelli sanitari e con tale riforma ne vengono rivisti alcuni rapporti.

Luca Sommadossi coordinatore del “Progetto 92”

La visione più critica viene dalla voce di Mauro Tomasini, coordinatore de “La Rete”, la quale, avendo a che fare con persone diversamente abili, risente maggiormente delle novità legislative; egli sottolinea il problema del passaggio di risorse dal sociale alla sanità, che finirebbe per appiattire l’approccio sociale a quello sanitario, limitandone la progettualità e riducendone i margini di movimento. Altri tipi di commenti arrivano da Luca Sommadossi della “Comunità Murialdo” e da Silvano Deavi, questa volta in veste di presidente di Con.Solida. Sommadossi sottolinea che, attraverso l’articolo 41 della riforma, si possono individuare delle modalità concrete di incrocio tra interventi sanitari e sociali, mediante criteri di maggiore integrazione tra i due settori.

Anche Deavi, guardando soprattutto la situazione delle cooperative di inserimento lavorativo, ritiene positivo che dopo 20 anni l’amministrazione pubblica affidi ora direttamente alle cooperative la gestione dei servizi di natura sociale. “Sperando - ammette - che sia l’inizio di una volontà politica di fare filiera”.

Comunità di valle: problemi e possibilità

Foto Marco Parisi

Dal punto di vista legislativo, negli ultimi tempi si è aggiunta un’altra questione: quella delle Comunità di valle. Alle neonate entità amministrative, infatti, verrà affidato, tra gli altri compiti, quello di stilare il cosiddetto Piano sociale di zona, col quale verranno progettati e coordinati tutti gli interventi sociali.

Primo problema: il passaggio di consegne. Alcune Comunità, quelle che vanno a sostituire in toto i vecchi comprensori, si troveranno con competenze già consolidate e figure professionali preparate; le altre, quelle che nascono fresche fresche, si troveranno a dover iniziare daccapo la mappatura dei bisogni del loro territorio. Ciò genererà una disparità di possibilità e di livelli di risposta delle cooperative a seconda del Piano di zona di riferimento.

Michelangelo Marchesi coordinatore della Comunità Murialdo.

Altra perplessità, comune peraltro a tanti altri aspetti, è il il rischio di confusioni e sovrapposizioni tra le competenze delle Comunità e quelle della Provincia, prevedibile leit-motiv dei prossimi anni. E per dirimere le controversie bisognerà aspettare i regolamenti attuativi, ma intanto i finanziamenti rimarranno bloccati ancora per tutto il 2011.

A questo si aggiunge il rischio frammentazione dei servizi se non verranno stabiliti dei criteri comuni di valutazione tra le varie Comunità, e che esse vengano sfruttate come strumento per preservare ciò che già esiste, sia limitando l’innovazione che tutelando soprattutto gli attuali utenti invece di aprirsi a nuove esigenze. Ad esempio, negli interventi di educativa domiciliare, gli operatori hanno iniziato a intervenire nelle famiglie, aiutando nei compiti a casa, nei rapporti spesso problematici con i genitori, ma, con una recente direttiva, la Provincia ha bloccato questa nuova possibilità nella logica di mantenere l’esistente.

Comunque le Comunità di valle presentano anche delle potenzialità: l’aria che si respira all’interno delle cooperative è quella di accettare la sfida e di proporsi come interlocutori attivi per portare avanti programmi, dubbi e idee, per evitare di vedersi calare dall’alto risposte preconfezionate e proponendosi di aiutare i nuovi enti nella lettura collettiva dei bisogni del territorio.

Per fare il punto

Insomma, per le cooperative è molto importante sentire la fiducia dell’ente pubblico, che ultimamente è apparsa meno piena, come sottolineato da più voci. Anche se, in generale, il settore tiene e risulta essere ancora tutelato, non mancano le preoccupazioni e i segnali di un cambiamento di tendenza da parte della politica.

Uno dei rischi maggiori - riferisce Comaz - è rappresentato dall’eventualità che in questo momento di difficoltà ci si faccia prendere dalla psicosi del taglio fondi, togliendo risorse in modo indiscriminato invece di procedere ad una valutazione attenta per attuare interventi mirati ed effettivamente utili.

Un esempio di questi tagli indiscriminati è la drastica riduzione dei posti per il Servizio Civile Nazionale, che, pur non toccando direttamente il lavoro di operatori ed educatori, ha tolto linfa vitale a molte realtà, oltre ad aver ridotto le possibilità per i giovani di fare un’esperienza di vita significativa.

La sensazione che serpeggia è che, dietro la scusa della crisi, si stiano di fatto prendendo provvedimenti che smantelleranno il sistema di diritti finora riconosciuti agli svantaggiati, che così ora possono vedere negata una possibilità di integrazione sociale.

Pur sapendo che valutare i risultati del lavoro del sociale è complesso e spesso impossibile, c’è da tenere conto che investire sul reinserimento sociale di persone svantaggiate è un investimento nel e sul futuro per la società intera.

Consapevoli della complessità di questo tema, ci impegniamo ad approfondire l’argomento con ulteriori inchieste.