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La rivoluzione dello sguardo

Costellazioni del secondo ‘800 francese

Frédéric Bazille, Riunione di famiglia (1867).

Benché la mostra in corso al Mart (fino al 24 luglio) sia dotata, a partire dal titolo, di ciò che occorre per riportare con ogni probabilità il museo trentino nelle prime posizioni della classifica nazionale dei visitatori, non si può dire che sia un’ulteriore, pigra replica dello spettacolo impressionista. La principale differenza rispetto ai troppi eventi consimili sta nel fatto che la corrente impressionista e i suoi sviluppi non vengono trattati isolatamente, ma collocati nel più ampio contesto dell’arte visiva francese della seconda metà dell’Ottocento, con un fitto lavoro di comparazione tra autori e tendenze. Anche quel pezzo, estraneo al nuovo movimento, che sembra messo lì apposta per moltiplicare i numeri, L’origine del mondo di Courbet, per la prima volta esposto in Italia (e del resto entrato a far parte delle collezioni del museo parigino “solo” nel 1995), trova una sua giustificazione nel pensiero che sottende il percorso.

Questa operazione di confronto nasce in un certo senso dalle caratteristiche stesse del Musée d’Orsay, una delle più ricche raccolte al mondo su tale periodo, resa possibile dalla circostanza della sua chiusura per lavori di ristrutturazione, che ha permesso il temporaneo trasferimento a Rovereto di un insieme di opere (circa 80 pezzi) altrimenti impensabile; non una semplice dislocazione, ma un progetto pensato e curato dal presidente del museo francese, Guy Cogeval, e da Isabelle Cahn (al primo dei quali appartiene anche l’ideazione della mostra Dalla scena al dipinto, presentata lo scorso anno a Rovereto).

L’idea di organizzare il percorso in otto sezioni per altrettanti temi ottiene diversi risultati. Da un lato permette di leggere, attraverso la pittura, certi profondi cambiamenti culturali che procedono nella società francese (ed europea), scossa dalla domanda di libertà del 1848, e soprattutto dall’avanzare dell’industria e della tecnica, per tutta la seconda metà del secolo. Dall’altro lato, sul terreno dell’arte, mobilita un continuo confronto tra personalità e correnti, rompe la consuetudine didattica facendo interagire opere a volte contemporanee, altre volte distanti decenni, ed inserisce, accanto a noti capolavori, opere e autori oggi poco frequentati, ma allora ritenuti punti di riferimento dagli artisti più innovativi.

Ci viene tra l’altro ricordato che la “rivoluzione dello sguardo” di Monet, Renoir e compagni avviene mentre è ancora in piena fioritura il realismo, avviato da Courbet (e poi sviluppatosi in varie forme meno radicali), il quale realismo è una premessa indispensabile alla nuova corrente, a livello di contenuto, poiché per primo ha portato la vita della gente comune nel quadro, in aperta polemica con i contenuti storici, mitologici, letterari e propagandistici della pittura accademica. Si sa che, prima dei quadri impressionisti, furono spesso proprio certe forme scioccanti di realismo ad essere rifiutate al Salon.

Jean-François Raffaëlli, La famiglia di Jean le Boîteux (1876).

Come poterono affermarsi nel tempo - non subito - le nuove idee e pratiche pittoriche, specie quella provocatoria pretesa “impressionista” di dare il primato all’effimera, provvisoria percezione di un momento?

È a questa domanda che inizia a rispondere, ad esempio, la prima sezione della mostra. L’artista non è più solo, con una notazione, se vogliamo, di sapore sociologico, ma tutta affidata a documenti pittorici: certi ritratti di gruppo, o ritratti reciproci, che la dicono lunga sulla nuova coscienza del proprio status che si fa largo tra gli artisti. Attorno all’artista si crea una rete, ci sono critici, collezionisti, soprattutto mercanti, un’economia e una committenza che evolve e fa sì che “il modello accademico non corrisponda più al modello sociale in atto”, come dice la Cahn.

Procedendo con un certo gusto per gli opposti, ecco anche la sezione L’artista emarginato, che nelle figure di Van Gogh, Gauguin, Cézanne, Bernard coglie il rifiuto dell’integrazione e del compromesso non solo col sistema accademico ma anche con la società borghese, ecco Parade (ovvero il mondo dello spettacolo) quasi in contrapposizione all’ Ascolto interiore, oppure Maschile-Femminile, Famiglia, Paradiso terrestre. Pittori di tendenza realista (viene in mente Jean-François Raffa?lli con i suoi contadini) o al contrario, di ispirazione simbolista (come Puvis de Chavannes, Denis) impegnati sugli stessi temi, danno luogo talvolta a una costellazione inattesa, illuminante, di sensibilità e linguaggi. Naturalmente non potevano mancare I luoghi dell’impressionismo, con una certa piacevole rivincita di Sisley.

Da ultimo, però, una domanda: va bene che non si voleva raccontare per l’ennesima volta la storia, ma, in tanta disponibilità al confronto, dov’è finito Manet?

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