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Histoire du soldat

Stravinskij di scena

Dal 1915 Stravinskij è in esilio in Svizzera, lontano dalla guerra e dalla Rivoluzione che infiamma la sua patria. Lo spettro della guerra è però più vivo che mai, tanto che nel 1918 egli decide di mettere in scena, con lo scrittore Charles-Ferdinand Ramuz e il pittore René Auberjonois, un piccolo spettacolo ambulante, i cui mezzi scenografici e musicali sono ridotti al minimo. Il libretto è incentrato sulle vicende di un soldato e del suo violino, di cui il diavolo s’impossessa, e con esso del destino del soldato, che alla fine soccombe diventando suo schiavo. Stravinskij struttura la composizione in nove scene, come un caleidoscopio di generi musicali diversi a cui attinge guardando ormai più ad occidente che alla patria russa: tanghi, valzer, ragtime, pastorali, piccoli concerti, marce...Ogni scena è un piccolo quadretto musicalmente a sé, dove sono sì riconoscibili i temi e i generi musicali di riferimento, che però l’autore stravolge trattando i diversi parametri musicali secondo le nuove regole anticlassiche che caratterizzano la rottura della musica di inizio ‘900 con la tradizione precedente: linee melodiche simultanee ma armonicamente distanti, frenetici cambi di metro, inusuale scelta del colore orchestrale. Viste le ristrettezze economiche del periodo, l’organico originario era ridotto al minimo: sette esecutori strumentali, un narratore e alcuni attori che illustravano le scene.

Sul palco della Filarmonica di Rovereto, i sette solisti dell’Orchestra Haydn si dividono lo spazio e l’attenzione del pubblico con quel mattatore istrionico che è Luigi Maio, Musicattore© (professione che ha inventato e addirittura registrato come marchio) e curatore della versione italiana del testo dell’opera, diventata testo UNICEF per l’infanzia. Maio è eccellente trasformista, si muove nei panni dei diversi personaggi- il narratore, il soldato, il diavolo, la vecchina - cambiando identità con minimi gesti e repentini cambi di timbro vocale: bastano un cappotto aperto dalla fodera fiammeggiante e una lugubre voce infernale per trasformarlo da pavido soldato a scaltro Belzebù. Il testo è stato tradotto in rima, arricchito di simpatiche allusioni all’attualità (il cellulare, la principessa che diventa una schizzinosa bambola gonfiabile, il soldato divenuto commerciante che ansima come quel famoso venditore televisivo): ma Maio improvvisa anche dialoghi col pubblico, applaude le risate dei bambini divertiti, interagisce con gli orchestrali che, un po’ rigidi nel loro ruolo, faticano a volte a giocare con l’opera e con se stessi, adeguandosi ai fuoriprogramma che propone l’attore.

Ci è sembrata forse un po’ didascalica la componente musicale (soprattutto se confrontata con la recitazione scoppiettante di Maio), dove gli aspetti più caratteristici della connotazione ritmica e dei continui cambi di metro della partitura stravinskijana sono rimasti poco evidenziati, in un’esecuzione omogenea e a volte noiosa. Uno spettacolo, comunque, estremamente piacevole: vale davvero la pena di inserire opere come queste anche nei cartelloni dalle programmazioni concertistiche più paludate e tradizionali.

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