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Un urlo da San Ramon. La colonizzazione trentina in Cile 1949-1974

La disavventura cilena. Renzo Maria Grosselli. Trento, Fondazione Museo Storico del Trentino, 2011, pp. 647, euro 28.

Sloi, Stava, Cermìs, trentini in Cile... Sono tutte vicende delle quali, a distanza di decenni, nella memoria di tanti è rimasto poco più che un nome, accompagnato da una pesante connotazione negativa: una fabbrica saltata in aria, una diga crollata, una funivia tranciata da un aereo, una colonizzazione drammaticamente fallita. Ma le cause e le responsabilità risultano ormai sfumate. Ben vengano, allora, il monologo di Marco Paolini su Stava, lo spettacolo “Sloi Machine” nuovamente in scena a Trento l’8 maggio, e questo ponderoso libro (oltre 600 pagine) di Renzo Maria Grosselli, frutto di trent’anni di ricerche e interviste, ultimo nato di una serie di opere che fanno di Grosselli, il più importante studioso dell’emigrazione trentina nell’America del sud.

Una caratteristica di questo lavoro è il suo essere, ad un tempo, un approfondito testo di livello universitario ma anche una appassionante narrazione. Grosselli ha seguito passo passo le infinite tappe della vicenda, ha intervistato politici, funzionari, burocrati e tecnici che hanno avuto un qualche ruolo; ha consultato la stampa locale e spulciato verbali di consigli di amministrazione, raccogliendo una mole impressionante di documentazione. Ma ha anche registrato, su ogni singolo momento di quella sfortunata avventura, le testimonianze degli emigrati, che chiariscono e umanizzano il racconto dello storico, dando vita e sentimenti alla trattazione.

Tutto comincia perché, in quel dopoguerra, molti trentini sono disposti ad emigrare, il Cile li vuole, il viaggio è gratuito e il piano Marshall mette a disposizione delle risorse per attuare il progetto. Le partenze, avvenute a ondate fra il 1951 e il 1953, hanno come meta tre località: San Manuel presso la città di Parral, nel Cile centrale (154 persone), e Vega Sur (153) e San Ramon (900), presso La Serena, 800 chilometripiù a nord; e sono accompagnate da promesse allettanti. E le cose, a leggere i quotidiani trentini, procedono a meraviglia: “Piccola felicità a La Serena” - titola L’Adige, e: “Dopo una settimana di lavoro nei campi, vanno all’ippodromo a godersi le corse”.

La realtà, fin dall’inizio, fu ben diversa. Se la piccola colonia di Vega Sur poté vivere decorosamente, il grosso degli emigranti si trovò, fin dall’inizio, a fare i conti con mille problemi: al loro arrivo, le case non erano ancora finite, i poderi (troppo piccoli) erano spesso sabbiosi o seminati di sassi, gli attrezzi agricoli inadatti, il sistema irriguo insufficiente, l’assistenza tecnica scarsa e incompetente, le comunicazioni difficili. A peggiorare le cose, i contrasti fra i vari enti che gestivano l’operazione, afflitta anche da mancanza di adeguati mezzi finanziari. Sicché già nel 1955 la popolazione di San Ramon si era dimezzata: chi era rimpatriato quasi subito (“Siamo rimasti in Cile solo 56 giorni. Là non c’era speranza”), chi si era spostato altrove. Le autorità trentine sapevano del disastro, ma l’opinione pubblica ne rimase all’oscuro finché la disperazione indusse gli emigrati ad auto-organizzarsi e a rivolgersi a Trento, ai partiti di opposizione. A quel punto - c’erano delle elezioni alle porte! - bisognava intervenire, chiudere la partita, e la soluzione consistette nel favorire i ritorni in patria di alcuni e nello spostare altri in Brasile, con nuove promesse anche stavolta disattese.

Colpiscono, in questa storia, le numerose analogie con i drammi patiti da tanti italiani durante la “grande emigrazione” di fine ‘800; con la differenza che allora si trattava per lo più di truffe consapevoli, mentre nell’avventura cilena le colpe vanno messe in conto alla fretta e alla superficialità con cui l’operazione fu condotta: la fretta pretesa dal presidente cileno Gabriel Gonzalez Videla, che prima di terminare il mandato voleva lasciare una testimonianza della sua opera aLa Serena, sua terra natale. E le tante superficialità di chi non tenne conto dei sopralluoghi effettuati sui terreni scelti per l’emigrazione o di chi selezionò malamente le famiglie da mandare in Cile, in molti casi allevatori che avevano poca dimestichezza con l’agricoltura, o addirittura operai e artigiani. Da qui il disastro, di cui finalmente anche i giornali parlarono; il che non impedì alla DC di stravincere le elezioni.

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