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Referendum: l’assurdità nucleare

Intervista al fisico Gianni Mattioli

Fukushima

Avevamo conosciuto Gianni Mattioli nel 1986, all’indomani dell’incidente e della nube radioattiva di Chernobyl, quando in tutta Italia, e molto anche in Trentino e segnatamente proprio attraverso QT, si discuteva dei rischi - immediati e futuri - del nucleare. Mattioli, brillante docente di Fisica alla Sapienza di Roma, da alcuni anni - con qualche disappunto dei suoi maestri - si era specializzato nello studio degli effetti e conseguenze delle scelte energetiche, e venne anche in Trentino a sostenere appassionati dibattiti sulla scelta nucleare, che un anno dopo, con apposito referendum, fu cassata dalla volontà popolare. Oggi, di fronte al riproporsi dell’opzione nucleare e di un nuovo referendum, abbiamo riallacciato i nostri rapporti intervistando ancora Mattioli, ora esponente di Sinistra Ecologia e Libertà, e in questi anni parlamentare dei Verdi e anche ministro. Con lui parliamo del significato dell’attuale referendum, partendo proprio dai fatti dell’86-87.

È giusto che un referendum abbia validità limitata nel tempo. Oggi, cosa è cambiato dalla situazione di quegli anni? Anzitutto in termini di sicurezza degli impianti, che prima di Fukushima veniva data per molto migliorata dai tempi di Chernobyl e Three Miles Island (incidente del ‘79, in Pennsylvania, n.d.r.)?

Gianni Mattioli

“Attraverso il referendum dell’87, l’Italia intraprese la strada su cui già erano avviati gli altri paesi Ocse, Giappone compreso e la Francia dal ‘91: non costruire nuovi impianti. Decisione che, ora rivista da Obama, gli Usa avevano già preso dalla fine degli anni ‘70...”

Con quali motivazioni?

“Motivazioni economiche: il kwh nucleare era andato fuori mercato, causa i sempre maggiori investimenti in sicurezza richiesti dalla popolazione. Per questo nel ‘99 gli Usa, coinvolgendo le maggiori università, hanno varato il consorzio di ricerca Generation Four, nell’ottica ambiziosissima di rifondare la fisica per cercare di coniugare sicurezza ed economicità. Alla ricerca della ‘sicurezza intrinseca’, non più dovuta a nuovi tubi, valvole o dispositivi elettronici, ma a meccanismi fisici autoindotti, del tipo: se il materiale si surriscalda, si genera un fenomeno fisico che automaticamente ne provoca il raffreddamento”.

Che risultati si sono raggiunti?

“L’obiettivo era risolvere il problema in dieci anni. Oggi, passati i dieci anni, si è aggiornato l’obiettivo al 2035-2040, e c’è chi dubita del realismo di queste date”.

E allora?

“Oggi la quantità di energia da nucleare è pari al 2% di quella utilizzata in tutto il mondo. Mi chiedo: di cosa stiamo parlando?”

Anche perché le disponibilità di uranio non sono infinite...

“Con l’attuale domanda da parte delle centrali in funzione, abbiamo uranio 235 per altri 50-80 anni. Il problema si risolve se si usa uranio 238, perché dall’uranio naturale si ricava il 99% di U238 contro lo 0,7% di U235. Il problema è che le centrali a uranio 238 generano quantità di plutonio molto maggiori “.

E i problemi di sicurezza diventano ancor più drammatici...

“Sì, per almeno tre motivi. Il plutonio è tra le sostanze più nocive al mondo, per uccidere un uomo basta l’inalazione di un microgrammo, un milionesimo di grammo, e una centrale ne produce tonnellate; ha una permanenza praticamente infinita, un tempo di dimezzamento della radioattività di 24.000 anni, sicché l’area contaminata sarebbe interdetta all’umanità praticamente per sempre; il liquido refrigerante non può essere l’acqua, ma il sodio liquido, che è a sua volta molto pericoloso: a contatto con l’aria e l’acqua esplode, con tutte le conseguenze del caso. Ma non basta...”

Non basta?

“Il plutonio è il componente base della bomba atomica. Il che può essere un risultato appositamente ricercato; USA e Francia, fino a un certo momento, hanno sviluppato le centrali proprio nell’ottica di fornire la materia prima all’industria militare...”

Con i conseguenti giudizi di carattere politico...

Certamente. Però attenzione: anche se noi non vogliamo la bomba, con le centrali a uranio 238 il plutonio comunque c’è. E da una parte rende più grave il mai risolto problema delle scorie, dall’altra costituisce in ogni caso un materiale pericolosissimo e proprio per questo molto ricercato”.

Un’ulteriore drammatizzazione del problema della sicurezza, quindi. Ma in questi anni sono stati fatti significativi passi avanti?

“Solo nell’individuazione, molto precisa, dei problemi. Ma sono molto complessi. Oggi ci si basa su una sicurezza di tipo probabilistico (probabilità di malfunzionamento, di errore degli operatori, di rottura), che ha portato a stabilire cifre per cui ci sarebbe un incidente ogni 100.000 anni-reattore (se ci sono 100 reattori in funzione, un incidente ogni 1.000 anni) ma ce ne sono già stati quattro. Si vuole passare a una sicurezza di tipo deterministico, o c’è o non c’è, assicurata dalle stesse leggi fisiche. Ma si sta rivelando difficile”.

Che tipo di reattori sono quelli previsti dall’accordo fra Berlusconi e Sarkozy?

“È dal ‘91 che i francesi, proprio perché pericolose, hanno abbandonato le centrali a U238 e sviluppato quelle del tipo americano, che utilizzano U235 e producono plutonio in quantità minori, sufficienti comunque per le attuali esigenze dell’industria militare. Noi avremmo centrali di questo tipo”.

Cosa ci insegna la tragedia di Fukushima?

“Ha evidenziato, a livello macroscopico e facilmente comprensibile per tutti, dinamiche e dati pesantemente negativi. Anzitutto l’inaffidabilità delle aziende e - spesso - degli organi di controllo: solo ora ci si rende conto di quanto la Tepco e il governo giapponese siano stati reticenti; e anche di quanto, con il calcolo delle probabilità, giochino con la vita umana: uno tsunami di 10 metri c’era già stato, eppure hanno costruito l’impianto di raffreddamento a un’altezza di soli 8 metri, confidando che l’evento non si ripetesse”.

Con risultati catastrofici...

“E qui è l’altro punto, che enfatizza quello che già ci ha insegnato Chernobyl: le pur piccole dosi di radiazioni, quando però contaminano un numero elevato di persone, provocano numeri di tumori impressionanti. Ricordiamo che la dose di radiazione di un sievert provoca 5 morti su 100 persone; riducendo la dose a un millesimo (un millisievert) si avranno ancora 5 morti se la popolazione esposta è 1000 volte maggiore, cioè se vengono contaminate 100.000 persone. Le radiazioni di Fukushima hanno interessato il Giappone fino a Tokyo: non sappiamo realmente, grazie alla trasparenza del governo, con quanti millisievert, sappiamo però che gli interessati sono decine di milioni...”

...quindi 500 morti su 10 milioni di persone contaminate con un millisievert. E probabilmente la contaminazione è molto più alta. Ma se non sbaglio lo stesso Icrp (International Commission for Radiological Protection) prevede come dose massima di radiazione ammissibile per la popolazione la quantità di 1 millisievert.

“Sì, è la quantità ritenuta accettabile per chi vive nei pressi di una centrale, che è comunque esposto, oltre agli incidenti, a vari rilasci di materiale radioattivo”.

Questo concetto di “accettabile” significa che, per avere energia, si accetta una certa quantità di tumori?

“Sì. Basti pensare che per i lavoratori di una centrale la dose accettabile è di 20 millisievert. Sarebbe come se si ritenesse accettabile che, fra i 50.000 lavoratori della Fiat, nell’arco di 30 anni ci fossero 1.500 morti per infortunio. Per la Fiat non lo accetteremmo, per il nucleare invece è lo standard. Quanto poi agli effetti di questa impostazione su chi vive nei pressi dell’impianto, penso valgano i risultati di una ricerca fatta in Germania tra il 2003 e il 2008: tumori infantili raddoppiati, leucemie raddoppiate, gli effetti mutageni trasmessi e amplificati per via ereditaria, con le donne incinte che, pur sane, trasmettono il tumore ai figli. Come peraltro abbiamo già visto a Chernobyl”.

 Di fronte a questo disastro, come giudicare l’alternativa delle fonti rinnovabili?

Vale la forte immagine di Rubbia: tutta l’energia richiesta dall’Italia potrebbe venir soddisfatta da un quadrato di 25 km di lato, ricoperto di pannelli fotovoltaici. Che è poi circa la metà dell’area che le pur timidissime autorità giapponesi hanno dichiarato interdetta intorno a Fukushima”.

Insomma: se i giapponesi, invece di costruirvi le centrali atomiche avessero ricoperto Fukushima di pannelli solari, avrebbero soddisfatto buona parte delle loro esigenze complessive, non risparmiandosi certo lo tsunami, ma tutta la catastrofe successiva ancora in atto. Perché mai noi, incuranti di questa dolorosissima esperienza, dovremmo seguirli?