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Graziano Pompili: “Ort”

Quel mito di un luogo isolato dal mondo

Una delle sculture di Graziano Pompili che si incontrano per prime nel percorso di Castel Pergine (fino al 6 novembre) era già realizzata nel 2007. Non pensata, dunque, per entrare in relazione con questi spazi e queste mura. Eppure, nella sua curiosa combinazione di schematicità e di enfasi - replicando 16 volte il volume di stampo infantile di una casa in cima ad altrettante pertiche - sembra giocare in più modi con l’estetica e la funzione del castello.

Sia che ne vediamo l’alto isolamento e la volontà di sovrastare, sia che vogliamo leggere in quelle punte il profilo di una qualche macchina da guerra, prevale un senso di arroccamento, una misura di difesa e di distanza dal mondo. Le intenzioni dell’autore, per quel che si capisce anche dal resto dell’antologica, non sono la ricerca di un confronto e una polemica diretta con la realtà sociale (né col presente né con la storia), casomai un modo per distaccarsene, proponendo un immaginario che si alimenta di forme ed elementi primordiali, e suggerendo qualche interrogativo di tipo “filosofico”.

Nato a Fiume nel 1943 e trasferitosi tre anni dopo come esule insieme alla sua famiglia a Faenza, Pompili lavora per una prima lunga fase, qui non documentata, entro la fascinazione del reperto archeologico: sono le “Ri-archeologie” degli anni ‘80, un modo di attingere dai frammenti di antica statuaria la forza del mito. In questa mostra intitolata “Ort” (luogo), in gran parte dedicata al luogo per antonomasia, la casa, il sentore di quella sua primitiva passione viene fuori in vari modi: non solo nella centralità dell’uso della terracotta ma, per quel che

riguarda sia i materiali che le forme, nel tema della palafitta, che costituisce un altro modo di articolare il suo pensiero poetico intorno al luogo-casa.

Così come era rimasto colpito da certe dimore isolate su dirupi dell’Appennino reggiano, che divennero chiara matrice della deriva fantastica, ma anche critica verso un mito di “dorato isolamento” (le sue “case” sono un volume puramente simbolico, sempre senza finestre), in modo analogo e speculare Graziano Pompili è rimasto segnato dalla scheletrica presenza solitaria di certi capanni da pesca nelle lagune del delta del Po, le terramare dalle parti di Comacchio: quell’essenziale perimetro di pali, traduzione minima dell’idea di casa, e di casa “fuori dal mondo”, lo ritroviamo qui in più di un’opera.

Nel suo sguardo sul “dorato isolamento” si percepisce, sì, una forma di attrazione esercitata da un luogo che risani dai mali, quali che essi siano, della società; ma non c’è nessuna adesione ingenua a questo mito, più spesso una messa in guardia dalla sua illusoria seduzione: i modi di ludica semplicità includono, spesso, un commento ironico. Si veda, al riguardo, un’opera emblematica: un alto tronco spoglio, con sulla cima lo scheletro di una casetta fatta di bastoni, l’uno e l’altra dipinti d’oro (allusione forse anche troppo facile al detto della “gabbia dorata”), e alla base un cerchio di grandi anfore. Inevitabilmente viene in mente la scelta di vita dello stilita, l’eremita che viveva in cima ad una colonna.

C’e anche un gioco intellettuale. Per non dire del significato della ruggine che corrode i moduli di quella sorta di capanno cieco posto a fianco dell’entrata.

Il registro può diventare insomma più lirico o più ironico, a seconda dei casi. Per esempio, la stele di sei metri (non presente qui) realizzata a Pirano, in Slovenia, nel 1999, che reca in alto la casa simbolica, appartiene al primo tipo. Ma le due “colonne” erette qui in vicinanza della torre rotonda del castello, oltre a cercare un qualche dialogo con la stessa, fatte come sono di sezioni cilindriche disassate, non trasmettono esattamente un sentimento di durata dello “splendido isolamento”.

E qualcosa del genere si può dire a proposito di un’altra opera dove, in mezzo a un troppo suadente e perfetto praticello, delimitato e sollevato su un alto basamento di terracotta, l’inconfondibile casa solitaria è in procinto di sprofondare.

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