Menù
Home
QT
Questotrentino
Mensile di informazione e approfondimento
Utente
Cerca

Sezione principale

La fiaccola olimpica simbolo dell’oppressione?

Roberlo Pinter

Ci voleva l’arroganza della Cina e l’indifferenza dei governi per riuscire a fare quello che i nazisti avevano iniziato nel 1936: usare la fiaccola olimpica come simbolo di un potere ottuso che con protervia pretende di sfilare per le vie del mondo a dispetto dei tanti che chiedono il rispetto dei diritti umani.

Che senso ha blindare una fiaccola, caricarla su un pullman per proteggerla dalle proteste, spegnerla per non farla spegnere, portarla per vie deserte con itinerari segreti, difenderla con poliziotti cinesi anche fuori dai confini, usare i manganelli per difendere un simbolo che ora non sarà più lo stesso?

La Cina ha imposto al mondo il proprio rituale, e ora le Olimpiadi le si ritorcono contro, perché se i governi erano pronti a tacere per non compromettere gli enormi interessi economici, l’opinione pubblica ha invece chiesto a gran voce che si smettesse con l’ipocrisia di esaltare lo sport schiacciando nel contempo la dignità umana.

I tibetani hanno usato il simbolo della propaganda cinese per ricordare al mondo la loro tragedia e oggi anche l’indifferenza è stata squarciata  dal coraggio dei monaci e dai tanti che si sono uniti nella protesta.

Mi chiedo perché i governi europei hanno accettato che agenti cinesi scortassero la fiaccola a Londra come a Parigi e come ad Atene, mi chiedo come abbiano osato usare migliaia di poliziotti per difendere la vergogna della propaganda di regime, mi chiedo perché tutti assieme non si alzino per chiedere che non si versi più il sangue dei tibetani, che cessi la menzogna, che ci sia il diritto di opinione e la libertà di informazione.

L’altra sera il presidente del Coni di Trento ha chiesto che si boicottino le Olimpiadi per evitare di legittimare un regime che nega la libertà, ma il governo cinese siede all’ONU con potere di veto ed è legittimato ogni secondo con l’interdipendenza dell’economia globale.

Ma oggi ci aspettiamo che non si invochino le ragioni di stato per non accogliere il Dalai Lama, ci aspettiamo che i capi di governo non siedano in tribuna d’onore ad omaggiare l’arroganza del potere; forse qualcuno di loro non è credibile ma il Tibet, le minoranze, i dissidenti cinesi hanno bisogno loro di essere legittimati, di essere accreditati, di essere protagonisti della comunità internazionale. La Cina è già una potenza, ora hanno diritto di riscatto i milioni di tibetani e di cinesi che hanno permesso alla Cina di diventare una potenza con la loro terra, con il loro sangue, con il loro lavoro.

E se non lo faranno i capi di governo lo faremo noi, ognuno nel nostro piccolo, esponendo una bandiera, accendendo un lume, sfilando per le strade o spegnendo una tv quando sentiremo l’arroganza del potere o l’indifferenza di comitati d’affari. Tanti piccoli gesti che esprimano la richiesta di verità e il diritto alla vita e alla libertà di ogni popolo del mondo.