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L’Onda, le gocce, la cascata

Dopo un quindicennio berlusconiano, la società si va trasformando in un greve varietà televisivo. Il Movimento tenta di riportare la cultura e l’istruzione al centro dell’attenzione, rivendicando un diverso modello di società.

Assemblea studenti (Foto Marco Parisi)

Cazzo pensate di fare, voialtri? Era il 2005. Era il preside di uno dei maggiori istituti superiori della città. Una frase da nulla, un intervento forse involontario, ma certo scomposto. Gli studenti rimasero allibiti. Non che il riferimento fallico li turbasse: in fondo anche loro se ne servivano, e a piene mani. Quel che li sorprese fu l’uso che ne stava facendo, in pubblico, una persona che ricopriva un ruolo istituzionale, e proprio quel preciso ruolo istituzionale.

La discussione sull’evoluzione del sistema formativo, scolastico e universitario che il Movimento — Movimento e basta: perché sarebbe parziale etichettarlo solamente come universitario, o semplicemente come studentesco — ha messo in atto rilancia prepotentemente un ragionamento a più ampio respiro sulla crisi del sistema culturale italiano.

2006. «Miss Italia lascia il ‘Curie’ (l’istituto superiore di Pergine cui era iscritta, n.d.r.). L’organizzazione del concorso troverà per lei un istituto della capitale attraverso il quale affrontare l’esame di maturità come privatista».

Dal 1994, anno della berlusconica discesa in campo, l’impianto culturale del Belpaese ha subito un processo di profondo rinnovamento, nel senso riformistico del termine.

2007. «Sei aspiranti presidi sono state escluse dal concorso indetto dalla Provincia che si è svolto ieri all’Iti ‘Buonarroti’. Le professoresse sono state trovate in possesso di bigliettini e per questo sono state espulse. Loro, però, non hanno accettato il verdetto ed hanno chiamato i carabinieri che non hanno potuto far altro che prendere nota della vivace protesta delle candidate che vogliono denunciare la vigilanza per ‘metodi terroristici a favore dei trentini’.»

Che si possa parlare di genesi o piuttosto di brusca accelerazione di un processo già in atto, è difficile da definirsi; certamente, però, lo strappo con la concezione precedente, con la tradizione, per così dire, è stato repentino e lacerante.

«Io ritengo di essere geneticamente, istintivamente un innovatore».

Senza dubbio il Cavaliere è stato un grande innovatore. Il vento della Seconda Repubblica, in lui incarnatasi e incancrenitasi, ha spezzato gli schemi all’epoca esistenti. C’è poco da scherzare su Tangentopoli: il bello è venuto dopo. La vecchia Democrazia, per lo più Cristiana, era una balena in transatlantico chiara, visibile, identificabile, con prassi note ed in qualche misura rispettose. C’erano differenze e distinzioni; certo, anche il rischio della staticità e delle dispute culturali da giardinetto.

Ma oggi il modello berlusconoide di cultura ha pervaso maggioranze e opposizioni. A livello culturale, probabilmente non si può più parlare di "maggioranza" ed "opposizione": cambiano attori e stile recitativo, ma canovaccio, sipario, palco e movenze sono pressoché i medesimi. Le ideologie non sono finite: sono semplicemente state sostituite, in larga misura, dalla proposta di vita (quasi disumana) di un canale unico, la mondovisione nazionale dello stesso programma. Un format.

«Non ho scelto io la politica, mi è stata imposta dalla storia».

Effetto domino

Roma, manifestazione dell'Onda.

Ed ecco noi giovani, studenti medi (nel doppio senso del termine), superiori, universitari; noi nati tra anni Ottanta e Novanta. A noi il peso impalpabile di questa nuova idea di società, che ci è stata imposta in modo violento e silenzioso. Una società paradossale, nella quale tutto è permesso, perché tutto ha un prezzo, e quel prezzo può essere pagato. In contanti, se sei ricco. In cambiali, se sei povero. Una società nella quale è perfettamente normale che un commerciante si improvvisi pistolero e stenda a revolverate un rapinatore, secondo il modello di giustizia fai-da-te, e con buona pace del cosiddetto "diritto alla vita", tutelato prima della nascita e dopo la morte, ma non durante la vita stessa. Una società nella quale la prevaricazione, da delitto, si fa strumento necessario, da saper maneggiare con abilità filibusta. Una società nella quale la pratica costante e continua della negazione di quanto affermato ai fini dell’autoassoluzione è diventata, paradossalmente, buon esercizio di democrazia. In una società di questo tipo, la valorizzazione dei saperi e dell’istruzione non può che essere accantonata, se non irrisa.«Da padre il consiglio che le do è quello di ricercarsi il figlio di Berlusconi o di qualcun altro che non avesse di questi problemi. Con il sorriso che ha potrebbe anche permetterselo».

Il berlusconismo, con la sua sboccataggine, la sua protervia, la sua prepotenza, ha sfondato l’impiantito culturale del Paese sulle sue stesse basi. Chi cresce in questo greve varietà televisivo non può che cedere la curiosità in cambio di morbosa e petulante invadenza. Ne paghiamo i segnali tutti i giorni: basta accendere la televisione e subirne la volgarità, o abbandonarsi allo sconforto di fronte alle vetrine delle librerie.«Un leader politico ha l’esigenza di rinnovare la propria immagine, ha il dovere di farsi più bello e più fresco per andare in tv».

Alla vecchia borghesia d’idea marxiana se n’è sostituita, oggi, una molto più violenta, perché sprezzante, ignorante, egoista, incivile, povera. Carica di tensione, brutale, ridanciana e triviale.

Anche il modello cooperativo, a ben vedere, si è spostato verso binari rotaryani: l’amicizia e la collaborazione sono fornite, come una merce, in proporzione alla pinguedine del conto in banca, moderna moneta dello status sociale.«La P2 raccoglieva gli uomini migliori del Paese, iscriversi non fu un errore ma un incidente senza colpa».

In questo disegno, chiaramente, chi fa ricerca per mille euro al mese è un idiota, non foss’altro perché non potrà mai permettersi un cellulare videofonante, una bella auto (ma prima che bella, dev’essere grande), camicie con il collo alto una spanna, droghe pesanti, indulgenze ed indultini, riverenza; tutt’al più, il sole posticcio di Sharm el Sheik.«Scende in campo l’Italia che lavora contro quella che chiacchiera. L’Italia che produce contro che quella spreca. L’Italia che risparmia contro quella che ruba. L’Italia della gente contro quella dei vecchi partiti. Forza Italia, per costruire insieme il nuovo miracolo italiano.»

L’universo scuola

Negli ultimi quindici anni, le diverse teste che compongono il colorato universo della scuola, in senso lato, hanno visto passare il cambiamento e sono rimaste paralizzate — sorpresa, orrore, o semplice passività? Quelle che poi in realtà riforme non erano, perché non avevano la capacità di andare al nocciolo delle questioni — quei vischiosi assetti informali che sono il vero cuore dei problemi che oggi paghiamo (sprechi, clientelismi, baronie, incapacità...) —, ma solo di modificare qualche pezzettino qua e là, sono passate come un treno in corsa. Riforma Berlinguer/Zecchino. Vada! Riforma Moratti. Vada!«Il cliente, il pubblico, è un bambino di undici anni, neppure tanto intelligente».

Roma, manifestazione dell'Onda.

Solo ora le diverse anime che vivono, studiano, lavorano nel mondo della scuola paiono dare segnali di risveglio — accorgersi, alla fine, che c’è un grande cambiamento in atto. Che c’è bisogno di dignità. Che Inglese, Internet, Impresa possono essere parole vuote, formule magiche da creduloni.

Forse il vaso nel tempo si è riempito ed infine è arrivata la classica goccia di troppo. Forse, più verosimilmente, l’istruzione ha fatto da valvola di sfogo per tutte le frustrazioni accumulatesi nell’ultimo decennio: ecco spiegata la presenza, tra i manifestanti, di chi non era né studente né professore, e neppure "di sinistra", come molti vorrebbero far credere. Ecco perché la protesta è nata solo due mesi dopo l’approvazione dei provvedimenti incriminati, quelli dei ministri Tremonti, Brunetta e Gelmini. Ecco perché il Movimento, a Trento, ha puntato il dito anche contro scelte autoreferenziali e vagamente individualistiche come quella di AQUIS, guardando più in là, senza fermarsi al contingente. Ecco perché la mobilitazione è molto più duratura di quanto qualsiasi osservatore esperto della recente storia politica del nostro Paese avrebbe potuto prevedere.«Siamo realisti. Vogliamo l’impossibile».

Paradossalmente, il taglio di alcuni milioni di euro all’istruzione non è, ora, il punto centrale. Non lo sono neppure i provvedimenti sul maestro unico o sulle classi ponte. L’Onda, come è stata definita — forse proprio in considerazione di quelle famose gocce di cui sopra —, è stata l’incasso naturale di una lunga serie di cambiali che si sono accumulate nel tempo.

A Trento come altrove, si è iniziato protestando: il Movimento ha criticato l’ormai famosa legge 133, i tagli alle Università e, più in generale, quelli all’Istruzione. Ma poi il ragionamento si è allargato ad un’idea di scuola; si è cominciato a parlare di riforma fatta e non subita; di valore del pubblico; di antirazzismo. Il Movimento, oggi, rivendica il diritto alla curiosità e quello all’indignazione.

Non fa parodie del passato — un passato a volte davvero ingombrante, come i nomi dei suoi fantasmi. Non pensa neppure per un momento che sia tempo per richiami retorici, nostalgici e grotteschi ad altra storia. Il Movimento si sente maturo, o tenta di maturare. Con fatica, come inevitabilmente accade nella fisiologia di certi divenire. Con la sua particolare esperienza. In questo senso, mentre da un lato dà vita a lezioni sull’universitas e lunghi cortei, a critical mass e laboratori pubblici di fisica per le strade, dall’altro lavora intensamente all’analisi delle linee guida proposte dal governo, dei disegni di legge, delle rivendicazioni del corpo docente; riflette sul ruolo e sull’operato di AQUIS. Tenta di creare il linguaggio che permetta all’Università di (re)inserirsi nella società, di porsi come grimaldello contro la sua indifferenza e la chiassosa sordità.«Non pagheremo noi la vostra crisi».

Ecco perché, a Trento come altrove, la gente si è accorta di questa protesta: dopo le prime occupazioni e manifestazioni, il Movimento si è aperto all’esterno, calandosi nelle strade della città in modo colorato e creativo, nel tentativo di far capire alle persone che quello che si è avviato non è un discorso che riguarda solo gli studenti, la scuola, l’istruzione. E’ piuttosto un discorso che riguarda la società.

Alla prova del tempo

Roma, manifestazione dell'Onda.

Nella quiete che segue la tempesta è opportuno cominciare a riflettere a mente fredda su quello che è stato il Movimento fino a qui. Le occupazioni, le manifestazioni, i documenti, i comitati, i post sui blog lasciano un’eredità importante, fatta inizialmente di proteste, poi soprattutto di proposte. Dimostrano che è possibile opporsi ad un certo modo di concepire la cultura. Che è possibile farlo in modo ampio e condiviso, in risposta all’atomismo che vorrebbe caratterizzare un certo tipo di società.

Al di là di alcune contraddizioni e della confusa retorica che contraddistingue i documenti emersi dalla manifestazione di Roma del 14 novembre, gli studenti e i professori si sono convinti che possono ancora giocare un ruolo costruttivo, che è questo il momento in cui possono finalmente spogliarsi della passività con la quale erano stati rivestiti.

Tante domande, allo stato attuale delle cose, restano ancora aperte. Il Movimento è giunto, com’è naturale, alla fase del riflusso. Passati gli echi entusiastici sulla stampa nazionale e locale, finite le grandi manifestazioni di piazza, smantellate le occupazioni pacifiche, resta il tempo della riflessione a lungo termine. Senza nuove forme ed obiettivi, difficilmente l’Onda potrà evitare di infrangersi sugli scogli. Adesso è davvero il momento di chiedersi se questo Movimento sarà capace di fare un passo in più, portando un contributo duraturo per l’innovazione della società, o se finirà per soffocare chiudendosi su se stesso.

All’origine del Movimento

Vignetta Marco Dianti

L’Onda nasce in reazione ai provvedimenti di luglio del governo Berlusconi. Non lo fa in estate, bensì in ottobre, quando scoppia la crisi finanziaria. Non è, tutto sommato, un caso: il Monte dei Paschi di Siena è infatti costretto a chiedere all’Ateneo senese il piano di rientro dei debiti, mettendo così a nudo un buco di milioni di euro. L’effetto è micidiale: un po’ alla volta si scopre che molte Università (Milano, Venezia, Firenze, Bari, Napoli...) hanno bilanci drammaticamente in rosso.

Ecco, forse, spiegato perché professori, presidi e rettori di alcuni atenei sono i primi a mobilitarsi. In ogni caso, i provvedimenti dei ministri Tremonti, Brunetta e Gelmini, nel frattempo, aprono il dibattito nel mondo accademico. Tagli ai finanziamenti, inquietanti politiche delle assunzioni e il fantasma delle fondazioni di diritto privato scaldano gli animi. Gli studenti scendono in piazza e occupano le facoltà.

A Trento, nell’ordine, gli studenti ed i dottorandi: danno vita ad un sit-in in Rettorato; manifestano in città; occupano la Facoltà di Sociologia; propongono, assieme ai professori, una serie di lezioni alternative; creano laboratori permanenti nella Facoltà di Matematica e in quella di Giurisprudenza; tornano nelle vie della città per una serie di performance artistiche: critical mass (centinaia di persone in bicicletta, tra fischietti e volantini), freezing (studenti immobili nel centro storico, a simboleggiare le condizioni della ricerca); scendono a Roma per partecipare alla manifestazione nazionale del 14 novembre; preparano gli appuntamenti di un dicembre avviato allo sciopero generale promosso dalla CGIL.

Venerabile cultura

La scuola nel progetto di Licio Gelli

"In linea di massima sono d’accordo con la riforma Gelmini perché ripristina un po’ di ordine".

Le manifestazioni di piazza, poi, "non ci dovrebbero essere, gli studenti dovrebbero essere in aula a studiare". "Nelle piazza non si studia; se viene garantita la libertà di scioperare dovrebbe essere tutelato anche chi vuole studiare, e molti in piazza non ne hanno voglia".

È questo il parere sulla recente mobilitazione del "Venerabile Maestro" Licio Gelli, mente oscura della loggia P2, ex repubblichino, condannato per calunnia, tentativo di depistaggio (strage di Bologna) e bancarotta fraudolenta (Banco Ambrosiano).

Del resto, nel suo piano di rinascita democratica, rinvenuto agli inizi degli anni ’80, il Maestro già delineava obiettivi e modalità della sua linea in fatto di cultura.

Anzitutto, la società: "Primario obiettivo e indispensabile presupposto dell’operazione è la costituzione di un club (di natura rotariana per l’eterogeneità dei componenti) ove siano rappresentati, ai migliori livelli, operatori, imprenditoriali e finanziari, esponenti delle professioni liberali, pubblici amministratori e magistrati nonché pochissimi e selezionati uomini politici, che non superi il numero di 30 o 40 unità".

Sulla "involuzione subita dalla scuola", Gelli fa notare come ne sia "conseguenza una forte e pericolosa disoccupazione intellettuale - con gravi deficienze invece nei settori tecnici - nonché la tendenza ad individuare nel titolo di studio il diritto al posto di lavoro. Discende ancora da tale stato di fatto la spinta all’equalitarismo assoluto (contro la Costituzione che vuole tutelare il diritto allo studio superiore per i più meritevoli) e, con la delusione del non inserimento, il rifugio nella apatia della droga oppure nell’ideologia dell’eversione anche armata. Il rimedio consiste: nel chiudere il rubinetto del preteso automatismo: titolo di studio - posto di lavoro; nel predisporre strutture docenti valide; nel programmare, insieme al fenomeno economico, anche il relativo fabbisogno umano; ed infine nel restaurare il principio meritocratico imposto dalla Costituzione".

Per la riforma della scuola, Gelli propone alcune linee-guida: "selezione meritocratica - borse di studio ai non abbienti - scuole di Stato normale e politecnica sul modello francese". Considerato il personaggio, forse c’è da riflettere. A fondo.

Infine, il Venerabile suggerisce "l’abolizione della validità legale dei titoli di studio (per sfollare le università e dare il tempo di elaborare una seria riforma della scuola che attui i precetti della Costituzione)" e "l’immediata costituzione di una agenzia per il coordinamento della stampa locale (da acquisire con operazioni successive nel tempo) e della TV via cavo da impiantare a catena in modo da controllare la pubblica opinione media nel vivo del Paese".

Cos’ è AQUIS

Chi ha il diritto di autodefinirsi "virtuoso"?

L’AQUIS è una associazione di 19 rettori riunitasi per individuare obiettivi, strategie e programmi da proporre a governo e istituzioni. L’obiettivo immediato è di riuscire a strappare ai ministri competenti un trattamento di riguardo nel momento in cui s’andranno a applicare i tagli ai finanziamenti. L’intento a lungo termine è di influenzare la traiettoria su cui si dovrà muovere la riforma del sistema universitario.

Che la C.R.U.I. (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane) sia ormai un "corpo molle" – come più volte affermato da uno dei fondatori di AQUIS, il rettore dell’Università di Trento Davide Bassi – oramai incapace di discutere e promuovere questa riforma, sperata da tutti, è accettato da entrambi i fronti della protesta. Sia il Movimento che le istituzioni parlano della necessità di una riforma profonda e radicale, di una ridiscussione del sistema di finanziamento ministeriale, di meritocrazia, di didattica/ricerca di qualità.

C’è però una differenza forte sull’idea di Università che si vuole creare: da una parte si ruota attorno ai concetti di auto-formazione, eguaglianza e pari dignità di ogni università; il modello che sembra animare la lobby – s’intenda lobby alla statunitense, senza troppi intenti polemici – delle Università "virtuose", aderenti all’AQUIS, è quello dello sviluppo di poli d’eccellenza, concorrenti tra loro, e il conseguente svilupparsi di Università meno quotate, volte più alla didattica che alla ricerca. Università di serie B? Questo va a cozzare con le istanze portate avanti dal movimento; oltretutto la "riforma dal basso", auspicata dagli studenti, difficilmente si sposa, anche solo per modus operandi, con quella portata avanti da un ristretto gruppo di Università.

AQUIS non è un parto troppo recente: è del marzo 2008 il suo annuncio, a Bologna. Fin da marzo erano noti i criteri di ingresso, basati su alcuni criteri economici, di popolazione, di produttività, degli atenei. Fin dal giorno dopo la sua nascita sono state avanzate critiche: a cosa porta spaccare il fronte degli atenei avendo a che fare con un governo – forse un’intera classe dirigenziale e politica – che non vede nell’istruzione una priorità? Chi ha il diritto di autonominarsi "virtuoso"?

Giulio Dalla Riva