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Gli anni ‘60 di Gigliola Cinquetti

In mostra le lettere degli ammiratori (una gustosa scelta di un fondo di 150.000 pezzi), i giornali, gli abiti di scena della cantante-ragazzina-per-bene: una mostra sulla cultura dell'Italia pre-moderna degli anni '60.

Gigliola Cinquetti vinse il suo primo Festival di Sanremo che non aveva neppure 17 anni. Si era nel 1964, a miracolo economico ormai affermato; anzi, cominciavano a palesarsi, presso i giovani, i primi pruriti di disubbidienza. Mancavano quattro anni al ’68, ma già impazzavano i miti della Swingin’ London, dei Beatles, dei Rolling Stones. Sicché quella canzone – "Non ho l’età" ("…per amarti, per uscire sola con te…"), benché fosse interpretata da una nostra coetanea e volesse parlare di noi, più che non piacerci, non ci interessava, ci sembrava parte di un repertorio musicale datato, destinato agli adulti.

Ma il successo arrivò ugualmente – clamoroso – e non solo grazie alle mamme e alle nonne; perché esisteva, corposa e senza dubbio ancora maggioritaria, un’Italia di giovani provinciali, imperfettamente alfabetizzati, tradizionalmente mansueti, a disagio con l’inglese e con i ritmi svelti della musica all’avanguardia, che si riconobbe immediatamente in quella ragazzina tanto graziosa, pulita, disciplinata, elegante. E – apparentemente – autentica, tanto che il nostro dissenso non si traduceva in burla, in sberleffo. Un’autenticità che Gigliola Cinquetti ebbe modo di dimostrare nel corso del tempo.

La sua carriera di cantante proseguì felicemente per una decina d’anni, dismettendo un po’ alla volta, com’era giusto, il look della bimba ingenua; finché la vicenda delle mode musicali e ancor più le vicende della vita (il matrimonio, i figli…) la fecero uscire di scena. Rientrò qualche anno dopo, affermandosi come attrice e personaggio televisivo, stavolta riscuotendo un consenso unanime come persona disinvolta, pacata, di buona cultura.

La mostra diTrento ("Una storia romantica. Gli anni ’60 dall’archivio di Gigliola Cinquetti", a Palazzo Roccabruna, in via SS. Trinità 24, fino al 13 novembre – chiuso il lunedì) trae origine dalla decisione della cantante di depositare presso il Museo storico il suo vasto archivio, fatto di lettere di ammiratori (circa 150.000), dischi, spartiti, giornali, abiti di scena, ecc. E non ci si meravigli che un’istituzione "seria" si occupi di queste apparenti frivolezze: l’Archivio della scrittura popolare, ospitato nel Museo, raccoglie appunto gli scritti e i materiali di gente "comune"; e così come le fotografie, i diari e le lettere sgrammaticate dei soldati al fronte durante la Grande Guerra ci aiutano a comprendere l’atmosfera di quegli anni in maniera non mediata dalla retorica, lo stesso vale per questi materiali, che documentano con modalità efficace e diretta almeno una parte – la più tradizionale - di una società che stava subendo una trasformazione profondissima.

La mostra – di cui criticheremo soltanto una localizzazione un po’ troppo labirintica – è una scelta forzatamente parziale di questo patrimonio, di cui la parte più godibile sono senza dubbio le lettere dei fans, che rivolgendosi con grafia spesso incerta alla "Preg.ma Cantante M. Leggera Prof. Gigliola Cinquetti", ne magnificano estasiati "la voce bellissima", la "bella personalità", il "bellissmo abito in L’ame" (sic)… Insomma, "una fata uscita da una fiaba".

Ma dal mito della cantante, assurta a simbolo di una femminilità tradizionalmente rassicurante, il discorso si amplia ad una storia del costume di quegli anni di crescente benessere: non solo alcuni abiti di scena della Cinquetti, gli spartiti delle sue canzoni, le riviste in cui, in maniera implacabilmente stereotipata, si parla di lei, o dove compare come testimonial pubblicitaria, ma anche alcuni oggetti-simbolo di quei tempi, dal juke-box al mangiadischi. E mentre si cammina fra una saletta e l’altra, una qualche canzone dell’epoca ti accompagna...