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Referendum ex Alpe: è mancato il confronto

Organizzare un referendum comunale non è cosa facile, ma a Rovereto è stato particolarmente difficile. Quanto accaduto domenica 13 novembre a Rovereto merita alcune puntuali osservazioni.

Di solito, in democrazia, nel caso di un referendum comunale, c’è da una parte l’Amministrazione, dall’altra c’è il comitato organizzatore del referendum. Tra le due parti, in democrazia, si stabilisce un dialogo, anche acceso, dove le due parti si confrontano, si incontrano in dibattiti pubblici, argomentano e controargomentano. A Rovereto questo non è accaduto.

Il primo cittadino ha dichiarato che non sarebbe andato a votare, e tutta la Giunta si è chiusa a testuggine: la parola d’ordine è stata: "Silenzio, guai a chi parla, lasciamoli fare".

Il comitato promotore ha preso atto del muro di gomma che l’Amministrazione poneva in essere ed ha cercato coi propri mezzi lillipuziani di informare più persone possibile.

Peccato che sia andata così, peccato che il sindaco Valduga abbia inteso il referendum come un atto di lesa maestà. Noi avremmo voluto dire a Valduga che siamo certi che l’Itea non eserciterà mai il diritto di prelazione sull’area e che quest’area sarà alla fine venduta ai privati costruttori; avremmo voluto dire a Valduga che sappiamo nome e cognome dei costruttori edili che hanno fatto pressione perché l’area venga venduta a loro in tempi rapidi; avremmo voluto dire a Valduga che Borgo Sacco avrebbe bisogno d’un polmone verde, perché la dotazione di verde pubblico, a Sacco, è del tutto carente e che quel parco potrebbe divenire il terzo grande parco della città; avremmo voluto dire a Valduga che l’aggressione edilizia che il quartiere e l’intera città stanno subendo deve trovare un bilanciamento che consenta il rispetto di un rapporto accettabile tra verde e edificato e che, guardando le mappe, per costruire questo bilanciamento, a Borgo Sacco, l’area ex Alpe è l’ultima possibilità; avremmo voluto dire a Valduga che una riqualificazione del quartiere non si ottiene con un giardinetto, ma che quel che serve è un’area confrontabile per dimensione con le altre aree verdi della città tenendo presente che l’intera area ex Alpe ha già una superficie inferiore ai giardini di corso Bettini e di via Dante; avremmo voluto dire a Valduga che una politica di edilizia popolare diffusa, anziché una sua concentrazione, riduce anche il rischio di creare case "povere", abitate esclusivamente da "poveri"; avremmo voluto dire a Valduga che il progetto del parco può essere fatto attraverso un concorso di idee con costi bassissimi per il Comune; avremmo voluto dire a Valduga che ci sono fondi europei cui attingere per la riqualificazione urbanistico-ambientale di zone urbane periferiche.

Questi e altri aspetti avremmo voluto dibattere col nostro Sindaco, che si è nascosto persino la sera della domenica quando, a mente serena, avremmo voluto dirgli che il referendum è di tipo consultivo e propositivo, e che una forte affermazione del significa una forte pressione sulla Giunta comunale a prescindere dal quorum di partecipazione al voto.

Avremmo voluto dirgli che ora alla Giunta compete l’obbligo di dire con maggiore chiarezza, cosa intende fare: vuole davvero altro cemento in una città che da cemento e da polveri sottili rischia sempre più di essere soffocata?

Paolo Cova, coordinatore del Referendum

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