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Commercio invece che aiuto

Commercio invece che aiuto è lo slogan che racchiude la filosofia del commercio equo e solidale. La stabilità del prezzo garantisce ai produttori la programmazione seria dell’attività produttiva senza contare il fatto, fondamentale, che i produttori che forniscono i prodotti al mercato equo e solidale ricevono un congruo anticipo molto tempo prima della consegna del frutto del loro lavoro.

Il prefinanziamento ai contadini o agli artigiani che collaborano con il commercio equo consente loro di evitare lo strozzinaggio.

La strategia scelta dal commercio equo e solidale si basa sui alcuni principi operativi:

- contatto diretto coi produttori organizzati in piccole leghe o cooperative di villaggio, evitando l’intermediazione dei grossisti locali;

- garanzia di un’equa retribuzione;

- mantenimento di una struttura artigianale della produzione;

- trasparenza del prezzo del prodotto;

- garanzia che i prodotti sono realizzati con materie prime locali ed il più possibile lavorati e finiti sul posto.

I beni che si possono acquistare in una bottega del commercio equo e solidale, sono di due tipi: i prodotti alimentari (caffè, the, cacao, zucchero, spezie) e i prodotti dell’artigianato. Il commercio equo e solidale intende allargare il "settore dei consumatori critici". Il consumatore che entra in una bottega del commercio equo e solidale, ottiene quindi informazioni sulla qualità, sul prezzo, sul Paese di provenienza, sui produttori e sul mercato. Non è poco, perché ogni consumatore, al momento della scelta, ha un suo "potere", che è un "potenziale di cambiamento".

I Paesi del Sud del mondo esportano soprattutto materie prime (circa l’80% delle loro esportazioni); nello stesso tempo importano manufatti dai Paesi del Nord del mondo, con una quota che supera il 70% delle importazioni. Ma sono le ragioni di mercato, dominato dalle multinazionali del Nord, a fissare le condizioni dello scambio.

Di fatto, i Paesi del Sud del mondo non sono in grado di controllare il prezzo dei loro prodotti. La logica dello "scambio ingiusto" è rotta dalla logica dello "scambio equo e solidale", che prevede una giusta retribuzione per i produttori. I prodotti di questo commercio saltano l’intermediazione delle compagnie multinazionali, che impongono a contadini e artigiani di Africa, Asia e America Latina delle condizioni capestro.

Basti l’esempio del caffè, il cui prezzo internazionale ha subito in questi ultimi dieci anni oscillazioni incredibili: ma il prezzo pagato dal commercio equo solidale ha seguito il prezzo delle borse solo in parte, non scendendo mai al di sotto di un certo prezzo minimo garantito di 120 dollari la libbra, mentre il prezzo del cosiddetto mercato libero è precipitato arrivando a toccare i 50 dollari.