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Lucio Fontana: Venezia e New York

Rari capolavori di Fontana da collezioni private in mostra alla Guggenheim di Venezia.

La serie dei dieci dipinti di Venezia nell’estate del 1961 animò la mostra internazionale intitolata "Arte e contemplazione" in Palazzo Grassi per quell’elemento di stupore infantile nel vedere e interpretare una città orizzontale, distesa nella sua linea d’acqua e pur sempre cangiante perché legata alla luce dell’ora.

“Concetto spaziale. New York", 10 (1961).

Alcune di queste opere in maniera frammentaria sono apparse in mostre antologiche o a tema dedicate a Lucio Fontana, ma rivederle a Venezia alla Fondazione Guggenheim insieme al ciclo dedicato a New York è stato davvero emozionante.

Ha un bel dire Achille Bonito Oliva che l’atto di bucare o tagliare la tela sia in realtà un atto mentale: tutto vero, ma dove lo mettete l’atto fisico erotico eroticissimo coattivo a ripetere quanto basta, costante atto fecondante perché apre agli inediti del non detto e del non ancora esperito, sempre vicini all’estasi o al baratro?

I giorni e le notti veneziane sono vissute da Fontana e dalla sua donna Teresita nell’elemento magico della festa e della sospensione: emblematica diventa allora una foto dell’artista, colto in un sorriso arguto, che segue i gesti sicuri del gondoliere che fende, solca la superficie, laguna-tela, immagine metaforica delle sue "Attese", opere caratterizzate dai tagli che ritmeranno i Concetti Spaziali degli anni Sessanta.

Su fondo scuro due mezzelune color dell’oro segnano una cartografia ideale della città con le sue "Chiese"; un perimetro solcato dalle dita della mano cede all’oro del sagrato attraversato dai riflessi e dai turgori dei vetri variopinti di Murano, inconscia rielaborazione poetica della superba luce dei mosaici bizantini...

Lucio Fontana accanto al suo “Concetto spaziale. Sole in piazza S. Marco" (1961).

Questa magica atmosfera cederà il passo all’altra città, al sogno futurista di una "città che sale" che lo affascinerà più di Venezia: New York, una città verticale fatta di vetro con scheletri in acciaio, dove ogni elemento del reale, nel rimando continuo e moltiplicato degli specchi, acquista forza, si solidifica in una corazza metallica sempre pronta a reagire alla luce. Lastre di rame e zinco cedono alla forza fisica (punteruolo e martello), l’urlo si fa più alto perché si incide in profondità, ma raffinatissimi ne risulteranno i contrasti, i riverberi di luce sulla superficie.

Questa mostra imperdibile rimarrà aperta fino al 28 settembre 2006 e poi andrà ovviamente nella metropoli americana.

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