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L’apocalisse irakena

In greco antico “apocalisse” significa rivelazione, ma dopo il libro di San Giovanni evangelista è diventato nel parlar comune, e anche colto, sinonimo di catastrofe di grandi dimensioni. Coloro che dal marzo 2003 in poi hanno letto sul Mattino alcuni articoli (anche miei) dedicati alla tragedia irachena non potranno non cogliere il corretto collegamento fra i due termini: rivelazione e catastrofe.

In quegli scritti avevamo da subito condannato l’invasione militare anglo-americana come ingiustificata e illegittima, basata su menzogne atte a manipolare l’opinione pubblica, inefficace ad esportare la democrazia, efficace invece a destabilizzare il Medio Oriente, a moltiplicare il terrorismo non solo di Al Qaeda ma di tutte le fazioni islamiche estremiste. Mettevamo in guardia contro i costi umani ed economici, le stragi che ci sarebbero state, la possibilità di una resistenza sanguinosa e di una guerra civile lunga, l’imbarbarimento che si sarebbe verificato dall’una e dall’altra parte.

Siamo stati facili profeti e ci dispiace molto. Non mi dispiace affatto invece che i fatti abbiano sbugiardato i falchi di Washinton. Il 19 marzo 2003 Cheney dichiarava in televisione: ”Quanto durerà la guerra in Iraq? Parliamo di settimane al massimo, non di mesi.”. E Rumsfeld poco dopo, sempre nel mese di marzo, insisteva: “Sei giorni, sei settimane, dubito sei mesi”. Da allora sono passati ormai 4 anni, i caduti americani (che non sono di leva, ma tutti volontari, povera gente che non sapeva come vivere e l’arruolamento gli è parso la luna nel pozzo) sono ormai 3000, i civili iracheni fra uccisi e feriti raggiungono il milione, le città e i villaggi sono distrutti, manca l’acqua potabile, gli oledotti bruciano e continua lo sgozzamento quotidiano fra le opposte fazioni.

Come finirà ? Kissinger, la vecchia volpe, ha detto in questi giorni che “questa è una guerra che non si può vincere”. Il che vuol dire che è già perduta.

Si può trovare una via di uscita che salvi la faccia all’Inghilterra e a agli Stati Uniti ? Forse, alla condizione che Bush si rimangi tutto quello che ha detto, chieda perdono al popolo americano e ai genitori dei caduti, si accordi con gli antichi nemici con la mediazione della Siria e dell’Iran, per ristabilire la pace in Iraq. Lo capirà? Glielo faranno capire, magari con la minaccia dell’impeachment?

Il futuro ha mille risorse, e io spero tanto, per la vita e la pace dei popoli, che un soluzione si trovi. Del destino personale di Bush non mi importa nulla: egli passerà alla storia come il Presidente che ha disonorato l’America.