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Il Welfare dimentica le giovani coppie

Intervista al prof. Gianfranco Cerea

Sul tema dei servizi alla famiglia nella provincia di Trento abbiamo chiesto al prof. Gianfranco Cerea, docente di Economia pubblica nel nostro ateneo, di svolgere assieme a noi alcune riflessioni.

Professore, qual è il suo parere attorno al dibattito che si è recentemente acceso attorno al tema dei servizi per l’infanzia? Quale sarebbe il suo suggerimento a chi governa la Provincia?

“E’ sbagliato limitarsi a discutere soltanto sul fatto se i servizi debbano essere pagati soltanto da chi li usa o da tutti, cioè dall’ente pubblico. Il problema va affrontato con una strategia più complessiva e con un ordine di priorità, sciogliendo almeno quattro grandi nodi."

Anzitutto, prima ancora di parlare del chi paga e del quanto paga, sarebbe necessario affrontare il problema della qualità del servizio in rapporto al costo. Spesso si ha infatti l’impressione che anche in questo ambito il servizio sia organizzato rispondendo più alle esigenze di chi ci lavora che non ai bisogni reali degli utenti. Che senso ha chiudere la scuola dell’infanzia per due mesi l’anno? In base a quale criterio si è stabilito che l’orario normale di chiusura debba essere alle 15.30? Perché non si può pensare di adattare il servizio ai bisogni, anziché i bisogni al servizio?

"Quando si pongono questi problemi si finisce spesso per dover fare i conti con resistenze corporative, vale a dire col rifiuto del personale di accettare maggiori livelli flessibilità, ed il risultato è che ogni tentativo di miglioramento del servizio diventa possibile solo aumentando a dismisura i costi. In questo anche i sindacati hanno forti responsabilità: non si può fare una difesa corporativa della categoria e poi lamentarsi se le tariffe a carico degli utenti aumentano. Il modello italiano nei servizi pubblici è quello del pretendere poco dai lavoratori e pagarli poco. Si deve invece pretendere di più, riconoscendo anche sul salario il maggiore impegno.”.

Ciò che però gli utenti si chiedono è per quale motivo i servizi per l’infanzia non possano essere pagati dall’ente pubblico, come è normale in molti altri paesi europei.

“Siamo un Paese nel quale centrodestra e centrosinistra gareggiano nel promettere di abbassare le tasse. Il problema non è quello di aumentare la spesa per il welfare: in questo l’Italia è allineata con gli altri paesi europei. Il nodo da affrontare – è il secondo punto della strategia che adotterei – è come si distribuiscono le risorse tra i giovani e gli anziani. In Italia una parte consistente della spesa sociale finisce a pagare le pensioni ai cinquantenni o l’integrazione al minimo ai ricchi possidenti, mentre per i giovani si spende poco o nulla. Rispetto agli altri Paesi europei, gli anziani in Italia sono iper-tutelati, mentre le giovani famiglie con figli non lo sono per niente”.

Il terzo punto?

“La terza questione riguarda la razionalità nell’applicazione delle rette a carico delle famiglie a seconda dei servizi resi. Perché l’asilo nido deve costare come un mutuo per la casa, mentre la scuola dell’infanzia deve essere totalmente gratuita? Perché chi è costretto ad andare a prendere il bimbo alle cinque del pomeriggio deve pagare 500 euro, mentre a chi può andarlo a prendere alle tre non si fa pagare nemmeno un centesimo?”.

Quindi secondo lei la Provincia ha sbagliato ad aumentare le rette per anticipi e posticipi?

“Certo che ha sbagliato! Ma ritorniamo alla nostra strategia: dopo aver affrontato i tre nodi suddetti ci si può infine porre il problema – quarto ed ultimo punto – di come differenziare le rette in base alla ricchezza degli utenti. Perché una forma di contribuzione al costo del servizio deve essere mantenuta, per evitare sprechi e abusi, ossia per sensibilizzare gli utenti sul fatto che il servizio ha un costo elevato, che pesa sulla comunità”.