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Musica & news, e poco altro

Intervista al prof. Enrico Menduni

Dopo aver fatto il punto sulla situazione radiofonica trentina, abbiamo girato le nostre impressioni al prof. Enrico Menduni, docente all’Università di Roma Tre, uno dei massimi esperti italiani di radiofonia, tra le altre cose autore di “La radio nell’era della televisione. Fine di un complesso di inferiorità” (il Mulino 1994), curatore dell’edizione italiana di “La radio nell’era globale” di David Hendy (Editori Riuniti 2002) e membro del comitato editoriale del britannico The Radio Journal. International Studies in Broadcast and Audio Media.

Professor Menduni, coi nostri interlocutori siamo partiti dal constatare lo scarso numero di emittenti radiofoniche sul territorio trentino. E’ una situazione diffusa in ambito italiano, da considerare normale, o un campanello d’allarme per il pluralismo trentino in questo settore?

“Rispetto all’emittenza radiofonica locale, il problema di questi ultimi tempi non è tanto relativo al numero delle emittenti locali quanto all’erosione dei loro ascoltatori a vantaggio di quelle nazionali private. In Italia, infatti, dalla fine degli anni ‘90 ha preso il via, grazie alla migliore diffusione dei segnali, una forte penetrazione delle radio nazionali private nei vari ambiti provinciali. Questo ha danneggiato, da una parte, le radio Rai, dall’altra appunto quelle locali.

Oggi, in ambito locale, ci sono in genere due scenari. Il primo è caratterizzato dall’azzeramento o quasi della biodiversità radiofonica: le emittenti locali, a seguito dell’arrivo delle nazionali, hanno chiuso bottega, un po’ come è capitato ai piccoli negozi con l’arrivo dei supermercati. Nel secondo scenario, invece, la quota di ascolto delle emittenti locali è rimasta consistente, e in certi casi arriva anche fino al 40%. Inevitabile, però, che questa quota venga ad essere spartita solo tra un numero ridotto di radio più forti, con quelle più deboli espulse sistematicamente dal mercato. In ogni caso, rispetto al primo scenario, direi che il secondo è senz’altro accettabile”.

Proprio questo secondo scenario è quello che si è venuto a configurare in Trentino (vedi il grafico alla pagina precedente), che da questo punto di vista resta forse una delle migliori realtà italiane. Magari, ad incrementare ulteriormente il pluralismo delle realtà locali, potrà contribuire in futuro la cosiddetta ‘web radio’, oggi ancora in fase pionierisitca (vedi box). Lei, professore, cosa ne pensa?

“Sinceramente, non credo che la diffusione delle web radio avverrà molto presto, ammesso che avvenga. Innanzitutto, a causa del ‘digital divide’, cioè la netta divisione tra chi ha accesso ad Internet e chi no, ancora piuttosto forte in ambito italiano, considerando anche che la web radio si ascolta solo in banda larga. D’altra parte, anche perché, in ogni caso, la radio è un mezzo che si è sempre storicamente contraddistinto per la possibilità di una fruizione del tutto libera, in questo del tutto diverso dalla televisione. Con la tradizionale radio portatile, infatti, io posso ricevere via etere in qualunque luogo mi trovi. Sarà difficile che il pubblico accetti invece una ricezione radiofonica resa possibile solo da un PC, e dunque legata ai fili della corrente e del telefono, tutti elementi che fanno parte della modalità di connessione ad Internet ad oggi ancora nettamente più diffusa…”.

Comunque sia, ci par di capire anche dal suo ragionamento che non è tanto il caso di preoccuparsi del numero di emittenti, ma semmai della qualità della loro programmazione. Tuttavia, anche nella nostra realtà territoriale che pure non è da buttar via, si fatica a trovare un modello di radio che si discosti con decisione dal tipico palinsesto commerciale fatto di “musica & news”. Come mai?

“Credo anch’io che l’emittenza radiofonica locale, in generale, potrebbe fare molto di più, orientarsi ad una programmazione più parlata, più capace di approfondire la realtà del territorio. Credo che la resistenza al cambiamento del modello tradizionale sia dovuta ad una cultura radiofonica ancora piuttosto arretrata da parte di chi fa radio in Italia. La maggior parte delle imprese radiofoniche locali sono ancora legate a gestioni personalistiche, è raro trovare in questo settore mentalità pienamente imprenditoriali. Ovvero, realtà che non si limitino al compitino, ma che mirino a crescere, dedicando spazio alla ricerca di nuovi formati e alla riflessione critica su se stessi”.

Non crede che la radice del problema stia proprio nella natura commerciale dell’emittenza?

Disegno di Domenico La Cava

Non pensa che la presenza di finanziamenti pubblici all’emittenza radiofonica cooperativa, come accade per il settore dell’editoria cartacea, potrebbe non solo aumentare il pluralismo, ma soprattutto migliorare la qualità dei prodotti radiofonici?

“Vede, in Italia esiste già la figura giuridica delle radio comunitarie, che qualche agevolazione finanziaria indiretta ce l’hanno (vedi box). Certo, sono agevolazioni che non bastano, così che le radio comunitarie sopravvivono solo grazie al volontarismo e all’attivismo dei loro gestori. Ma implementare un regime di finanziamento diretto, sul modello del settore cartaceo, dove lo Stato copre una parte dei costi di gestione, mi sembra molto difficile: da una parte, perché gestire una radio ha costi molto maggiori che gestire un giornale, dall’altra, perché le emittenti commerciali già esistenti, che in ambito locale generalmente non nuotano nell’oro, si ribellerebbero. Ripeto: credo che il miglioramento qualitativo della radiofonia italiana possa passare solo attraverso un miglioramento della cultura del mezzo, non solo da parte di chi trasmette, ma anche da parte di chi ascolta”.