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I cattolici e la guerra

Gli Stati Uniti hanno esplicitamente dichiarato che è necessaria una guerra preventiva (preemptive war) contro l’Irak. Il termine consente una duplice interpretazione: 1. un attacco militare "a freddo", nella supposizione che l’Irak rappresenti una minaccia di tale entità da trasformarsi in breve tempo in una guerra di aggressione; 2. una guerra di difesa contro una aggressione già in atto da parte dell’Irak. In quest’ultimo caso si tratterebbe di legittima difesa e potrebbe essere definita una guerra difensiva. Delle due definizioni gli Stati Uniti utilizzano a parole la seconda, ma in realtà mettono in atto la prima . L’Irak infatti non ha il dito sul grilletto: non ha posto in essere alcuna azione concreta di carattere militare che minacci direttamente gli Stati confinanti e meno che mai gli Stati Uniti. La guerra preventiva ha dunque un’apparenza difensiva, ma in realtà è una guerra di aggressione.

L’ultimo numero di "La Civiltà Cattolica" (18 gennaio2003) contiene un editoriale che esamina e critica i motivi che gli Stati Uniti adducono per giustificare l’attacco. Il primo motivo è che l’Irak non ha rispettato le risoluzioni dell’ONU, rifiutandosi di far conoscere i siti segreti dove nasconderebbe le armi di distruzione di massa. E’ un motivo debole, anzi inconsistente. Israele, che possiede armi atomiche, non ha rispettato 32 risoluzioni del Consiglio di Sicurezza. L’ultima, la n° 1435 del 2002, esigeva "il ritiro rapido delle forze israeliane dalle città palestinesi e il ritomo alle posizioni del settembre 2000": è rimasta lettera morta. La Turchia ha violato 24 risoluzioni dell’ONU riguardanti l’occupazione turca di Cipro, e gli Stati Uniti non hanno mosso un dito. Anche il Marocco non ha rispettato 16 risoluzioni dell’ONU riguardanti il Sahara occidentale.

Per nessuna di queste 72 violazioni gli Stati Uniti sono intervenuti militarmente. D’altra parte l’Irak ha accettato l’ultima risoluzione dell’ONU (la n. 1441 dell’8 novembre 2002) permettendo agli ispettori di visitare i siti che desideravano.

Quanto alle armi di distruzione di massa, chimiche e biologiche, è probabile che l’Irak le possieda, ma non si hanno prove certe della loro esistenza e sulla eventuale capacità di usarle. Gli ispettori finora non hanno trovato nulla. Il discorso del 5 febbraio di Powell all’ONU lascia perplessi per la ambiguità delle prove: la "pistola fumante" non c’è. Di contro le armi biologiche e chimiche sono prodotte e possedute da molti altri Stati, in particolare dai più potenti, avanzati e no: USA, Russia, Cina, India, Pakistan, Israele, ecc. Non c’è dunque una ragione perché si debba punire l’Irak per il possesso di armi che altri Stati possiedono e minacciano di usare in caso di conflitto.

Quanto agli aiuti che l’Irak avrebbe fornito al terrorismo intemazionale di Bin Laden, non c’è alcuna prova. L’attacco dell’11 settembre 2001 fu compiuto da 15 kamikaze dell’Arabia Saudita, addestrati in Afganistan.

Se dunque i motivi dichiarati per attaccare l’Irak non sono tali da giustificare una guerra preventiva di aggressione, perché gli Stati Uniti sembrano così decisi? Secondo l’editoriale di "La Civiltà Cattolica" i motivi reali sono la posizione che l’Irak occupa nell’area medio-orientale e le sue immense risorse petrolifere: poter accedere liberamente a tali riserve è di importanza vitale per gli Stati Uniti.

L’editoriale esamina quindi il problema della guerra preventiva sia sotto il profilo del diritto internazionale sia sotto il profilo morale, concludendo con un "no alla guerra", in conformità con quanto affermano sia il Papa sia l’episcopato degli Stati Uniti.

Io, che sono un laico, concordo con queste posizioni e aggiungo: no all’ignominia di contrabbandare la conquista militare del petrolio con la difesa della civiltà occidentale. Penso che tutti i democratici, credenti e non, dovrebbero condividerle e fare anche un piccolo gesto di grande significato: appendere alle finestre delle loro case la bandiera iridata con la scritta: PACE.