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“Con la gente tutto bene, ma le istituzioni...”

Storia di due ex clandestini che ce l'hanno fatta.

Sadi Brahmi viene dalla Tunisia; nel 1979, finita la scuola superiore, comincia a girare per il mondo: "A spingermi, era un’insoddisfazione dovuta a varie cause: ricerca di realizzazione personale, bisogno di democrazia, curiosità...". Viaggia in vari paesi del Nordafrica, poi in Austria, finché nel ’90 capita a Trento, da dove però, due mesi più tardi, viene espulso. "Allora sono andato nel Meridione, dove c’erano meno controlli". Con la legge Martelli e relativa sanatoria, ritorna a Trento, dove nel suo precedente soggiorno aveva fatto delle conoscenze. "E poi, visto che sapevo il tedesco meglio dell’italiano, pensavo che lì avrei avuto più opportunità".

Nomane Smain (a destra) e Sadi Brahmi.

Sadi lavora per 5 anni a Shangrillà, e quando quell’esperienza si conclude, fa il grande passo, mettendo in piedi una piccola ditta di trasporti. "Non è esattamente il lavoro che avrei voluto fare, ma dal punto di vista economico non posso lamentarmi. Il mio progetto, adesso, è quello di riuscire a coinvolgere una decina di altre piccole imprese di trasporti gestite da immigrati fondando un consorzio che acquisterebbe dimensioni rispettabili. A quel punto potremmo creare nuovi posti di lavoro per altri cittadini stranieri".

Namane Smain è algerino, ha 34 anni ed è sposato con due figli. E’ capitato in Italia quasi per caso dopo aver interrotto gli studi di Ingegneria: stava andando in Svizzera dove si proponeva di lavorare e studiare, quando un compagno di viaggio lo convinse ad andare con lui a Villa Literno. "Usciti all’alba dalla stazione del paese, vedemmo tanta gente sdraiata per terra che dormiva, e poi, in centro, lo stesso panorama, con i padroni del pomodoro che venivano col camioncino a prendere gli operai. Allora me ne sono andato; prima a Napoli, poi in campagna a raccogliere il tabacco, finché con la sanatoria ho potuto mettermi in regola e da Caserta, nel ’90, sono venuto a Trento, a raccogliere le mele. Adesso sono da 8 anni capoturno alla Trentingrana di Spini di Gardolo".

Che bilancio fate della vostra esperienza?

"Con la gente (i compagni di lavoro, i vicini di casa) nessun problema – risponde Namane Smain. Quando, due mesi fa, è nato il mio secondo figlio, i condomini mi hanno fatto trovare all’entrata un cartello con scritto "Auguri, Riad" (il nome del bambino), e una cicogna col bimbo. Ma con le istituzioni è tutto un altro discorso. Ad esempio, Riad, per loro, non esiste, non c’è nel mio stato di famiglia. La spiegazione è questa: per far venire qui mia moglie e il primo figlio, la casa doveva avere certe dimensioni minime, ma adesso, con una persona in più, risulta fuori regola e così il bambino non viene riconosciuto. E’ pazzesco.

Un altro esempio? Mio fratello, che vive a Milano, per farsi riconoscere un figlio ha dovuto farlo vedere materialmente, non è bastato l’estratto di nascita. E ancora: mia moglie è laureata, è veterinaria, ma il suo titolo non veniva riconosciuto. All’Università di Padova le hanno detto che avrebbe dovuto rifare 4 anni (su 5) per laurearsi di nuovo; a Milano si accontentavano di due… Finalmente, l’anno scorso, una disposizione del Ministero della Sanità sembrava dovesse risolvere le cose, ma è ancora tutto fermo. In Italia un medico algerino non può neanche fare l’infermiere…"

Analoghe le considerazioni di Sadi Brahmi: "La mia esperienza è complessivamente positiva: è stata un laboratorio di curiosità, di conoscenze… Ho imparato tanto dall’Italia. Per strada e sul lavoro mi sento come tutti gli altri, ed è giusto che sia così, visto che contribuisco con la mia attività alla ricchezza dell’Italia. Ma quando si entra in rapporto con un ufficio pubblico, ecco i guai. Per poter essere inserito nell’Albo degli artigiani è stata una guerra. Sono stato costretto per sei mesi a lavorare in nero: ed è lo Stato che ci ha rimesso!"

E non è solo una questione di burocrazia: "Quando ti avvicini allo sportello di una questura o ancor più di un consolato - conclude Namane Smain - lo vedi subito da come ti guardano: anche se vivi in Italia da dieci anni, lavori, ti comporti bene, tu rimani uno straniero, cioè una cosa diversa: sei un ignorante per il quale si possono inventare leggi inesistenti, che non merita riguardi, spiegazioni o certezze di diritti".