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Perché la grande tragedia non sia stata vana

Rodolfo Mondolfo, da un manoscritto del 1917

La guerra immane, che oggi insanguina l'Europa, passerebbe forse invano per l'umanità quali che ne fossero i risultati materiali immediati se nella versione dei belligeranti ella avesse a ridursi anche dopo la cessazione del conflitto armato, ad un contrasto di soli interessi materiali, economici o politici o etnici. Passerebbe invano perché nella lotta degli interessi e delle ambizioni, in cui il vantaggio dell'uno implica sempre il danno dell'altro, non è possibile mai una fase definitiva; ma, come nella concezione empedoclea del periadico alternarsi del predominio delle opposte forze, la vittoria di un contendente non può significare se non il raccoglimento e la tensione dell'altro nella preparazione della riscossa. La guerra in questo campo non potrebbe generare che la guerra; e il destino dell'umanità, nel bellum ommium contra omnes imperversante senza fine mai tra le nazioni, apparirebbe segnato da una linea, deviante bensì ora a destra ora a sinistra, ma tracciata sempre col sangue.

Perché la grande tragedia non sia stata vana, bisogna che ne esca ben chiara per tutti la consapevolezza di un conflitto spirituale, che si dibatte in fondo ad essa: fra il principio egemonico, che vorrebbe affermare la supremazia di una nazione sopra tutte le altre, e il principio dell'autonomia, che nell'uguale diritto alla libertà e alla indipendenza, riconosciuto a tutti, individui e popoli, in quanto a ognuno viene riconosciuta una personalità etica, li rende tutti pari fra loro in dignità morale. Solo dalla coscienza di questo conflitto profondo la tragica prova odierna del valore di ogni nazione potrà generare il sentimento del rispetto dovuto alla dignità umana di tutti: solo a questo patto, dal sangue sparso non discenderà il triste retaggio di risorgenti più aspre contese per l'umanità futura.

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