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L’illusione dell’autarchia energetica nelle Alpi

Senza diminuire i consumi le rinnovabili non potranno bastare

L’associazionismo ambientalista internazionale e il mondo scientifico da oltre un ventennio si trovano alleati nel sollevare un problema di dimensioni globali, un tema che, qualora non affrontato in tempi rapidi, sconvolgerà il modo di vivere nel nostro pianeta in modo ben più incisivo della crisi economica che stiamo vivendo. Si tratta dei cambiamenti climatici legati all’emissione in atmosfera della CO2 e della scarsità di risorse energetiche fossili. Il mondo dell’informazione e della politica si sofferma solo sulla crisi finanziaria e sottostima le conseguenze che i cambiamenti climatici imporranno alla nostra qualità del vivere.

Come ben dimostrato da CIPRA Internazionale, gli effetti di tali cambiamenti sulle Alpi saranno più incisivi che nel resto del pianeta. Per questo motivo l’associazione ha organizzato una serie di convegni che nelle Alpi italiane hanno ottenuto poca attenzione. Nel 2007, a San Vincent, si voleva conoscere l’entità del bilancio energetico della regione alpina. Non solo l’opinione pubblica, ma anche il mondo ambientalista era convinto che la regione alpina, grazie all’energia idroelettrica, fosse autosufficiente. Una serie di studi di diverse università alpine aveva invece dimostrato come le popolazioni alpine risultassero importatrici di energia: un risultato stupefacente.

In una lettura superficiale del vivere nelle Alpi, che riduce il tutto alla ruralità delle alte quote, si dimentica spesso l’importanza del consumo energetico dei trasporti, del settore industriale quasi ovunque ben rappresentato, dell’industria turistica dello sci, i consumi delle città alpine, il ruolo della mobilità privata. Il grande sogno ambientalista dell’autarchia energetica nelle Alpi subiva allora un primo scossone.

Al mondo ambientalista rimaneva da compiere un secondo passo: valutare se i propositi di alcuni importanti Stati alpini come l’Austria, la Svizzera e la Slovenia di diventare energeticamente autosufficienti grazie alle energie rinnovabili entro il 2050 erano realizzabili.

Lo sconcerto degli ambientalisti

A metà settembre a Bovec, in Slovenia, l’ambientalismo alpino ha affrontato il tema dell’autarchia energetica della macroregione alpina. Il risultato, sostenuto da tutto il mondo scientifico e universitario, è stato unanime: l’autarchia energetica con le energie rinnovabili è un mito, un obiettivo ideologico. C’è una sola strada efficace da intraprendere accanto al potenziamento della produzione di energia e di calore tramite le risorse rinnovabili (vento, sole, geotermia, acqua, case passive, biomasse, diminuzione dei trasporti), quella del risparmio e della drastica riduzione dei consumi.

Fino a che si rimane ancorati all’attuale modello di sviluppo produrremo sempre più anidride carbonica e gas alteranti dell’atmosfera di quanto le nostre foreste riescano ad assorbire. Non solo le Alpi, ma l’umanità intera, se vuole invertire la tendenza all’aumento medio delle temperature del pianeta e della emissione di CO2, deve modificare strutturalmente l’attuale modello di vita. Una sola settimana dopo, ad Agordo (22-24 settembre), durante i lavori del convegno “Di chi sono le Alpi”, organizzato dall’Istituto di Geografia dell’università di Padova e da Rete montagna, questa tesi trovava ulteriori conferme.

Buona parte dell’associazionismo ambientalista è rimasta sconcertata dall’esito di questi studi, specie all’interno di quelle associazioni che in modo sbrigativo e superficiale avevano sostenuto la diffusione massima dell’energia del vento, dell’idroelettrico e del fotovoltaico, a prescindere dalla qualità dell’impianto e dell’inserimento nel paesaggio e nel contesto ambientale. Così come sono rimasti delusi quanti affermavano che la questione dell’energia non era un problema tecnico, ma sociale, cioè quanti, come la Confederazione Elvetica, hanno lanciato magari in buona fede un contratto sociale con i cittadini: entro il 2020 ogni persona non dovrà consumare più di 2000 Watt (oggi il consumo medio si aggira sui 6000).

Anche la Germania programma di ridurre le sue emissioni di CO2 entro il 2050 dall’80 al 95%, del 40%. nel solo settore dei trasporti

Esportare l’inquinamento non basta

Il segretario della Convenzione delle Alpi, Marco Onida, nel rilanciare le Alpi come laboratorio di intelligenze tese a costruire un progetto pilota esportabile di strategie rivolte al risparmio dei consumi energetici, ha posto i primi dubbi sull’autarchia ponendo il problema dell’impatto sul territorio: “L’autarchia è un’immagine, non un assoluto, non una chiusura della regione alpina, si trattadi una prospettiva verso la quale lavorare consapevoli della relatività dei risultati”.

Ma è stata la fisica, con la climatologa Lucka Kaifez dell’università di Lubiana, a smontare il termine politico e utopico “autarchia” per ridurlo a concretezza. La ricercatrice da anni lavora per ridurre drasticamente i consumi energetici e realizzare altra e alta qualità del vivere. Pochi numeri: ogni cittadino dell’Unione Europea emette 15 tonnellate di CO2 a persona, e nonostante le politiche attivate queste emissioni continuano ad aumentare.

Questo nonostante si siano esportate gran parte delle lavorazioni inquinanti in Cina o in Vietnam. La sola Svizzera ha esportato in Cina il 62% delle emissioni di CO2. Così facendo si dipinge di verde?

Seguendo l’analisi della Kaifez, l’Europa si è prefissata obiettivi irraggiungibili per semplici ragioni di spazio. Il vento produce solo 2 watt a metro quadrato di superficie occupata, come la biomassa e l’idroelettrico arriva a 11 watt. In termini di spazio, la concorrenza del nucleare (1000 watt a mq.) è spietata. Nelle Alpi, ma anche nel pianeta terra, non c’è spazio per l’autarchia. Qualora attuata, il paesaggio verrebbe sconvolto, sparirebbero i terreni agricoli con conseguenti ripercussioni e si alimenterebbero conflitti sociali. Va anche sottolineato che a causa dei cambiamenti climatici entro il 2030 avremo una riduzione del 7% della produzione energetica idroelettrica ed entro il 2050 del 22%; diminuendo la risorsa primaria in tale entità, ci sarà una pesante contrazione della produzione di energia.

Ma nonostante questo, i nostri ingegneri ancora oggi dicono che troppa acqua scorre inoperosa. Dimenticano le mille funzioni che l’acqua riveste. Ad esempio, nelle Alpi poco più del 5% dei corsi d’acqua è naturale, già oggi nelle acque si sta perdendo 5 volte la biodiversità che si perde in terraferma. Insomma, l’autarchia non significa sostenibilità: valutato l’insieme, quando si esagera, l’energia idroelettrica non è fonte pulita. Un semplice dato riassume quanto detto: nelle Alpi abbiamo un solo fiume intatto: il Tagliamento.

L’invasione delle pale eoliche

Ma anche le ragioni dell’eolico sono fragili. In Stiria, in soli cinque anni, un campo eolico ha ridotto la popolazione dei galli forcelli da 41 esemplari a 9, causa il rumore. Negli Stati Uniti, un altro campo, in sole sei settimane, ha sterminato una popolazione di 1700 pipistrelli senza poi valutarne i costi reali di sostenibilità e i danni irreversibili portati al paesaggio.

Prima di decidere è necessario definire una mappa della sensibilità ambientale, del paesaggio e della vulnerabilità - diceva Walter Micheli nel 2003 - tenendo anche presente che nelle sole Alpi, per coprire il fabbisogno energetico col vento, avremmo bisogno di migliaia di chilometri di percorsi eolici sulle creste fino a coprire il 10% del territorio complessivo.

Rimane aperto lo spiraglio delle biomasse. In provincia di Bolzano ci sono 66 centrali di teleriscaldamento, che devono importare legname non solo dalle segherie austriache, ma dall’Europa centrale e dalla Russia, e qui il discorso della sostenibilità va subito in frantumi. Anche perché nelle Alpi la biomassa riesce a coprire solo l’1% del fabbisogno, a meno che non si decida di incidere ulteriormente nell’utilizzo delle foreste fino a precludere il loro servizio per la stabilità dei versanti, la complessità della struttura, la capacità di assorbimento di CO2. Recenti studi dell’università di Zurigo ci consiglierebbero fin da subito, anche dal punto di vista della sostenibilità economica, di abbandonare a se stesse le foreste, di lasciarle invecchiare per investire economicamente nelle quote internazionali di capacità di assorbimento della CO2.

E allora che fare?

In presenza di una simile complessità del tema cosa fare? Arrendersi?

Non ci è permesso. Senza correttivi importanti nel 2030 la dipendenza delle Alpi dai combustibili fossili sarà ancora dell’80% e le emissioni di CO2 aumenteranno del 50%. A livello globale avremo bisogno di un altro pianeta. Ma abbiamo anche visto come tante alternative sono solo una goccia nel mare oppure ci costerebbero il sacrificio degli ultimi ecosistemi naturali. Abbiamo tre alternative possibili: o ridurre i consumi, o costruire centrali nucleari, oppure acquistare energia altrove. Le ultime due ipotesi sono etiche?

Se è vero quanto ci dice la dott.ssa Kaifez, che i visionari sono utili motori ideali ma si deve investire nel realismo e nell’onestà, ci rimane una sola scelta, ridurre i consumi nella nostra società del 60%.

Sembra un traguardo impraticabile, specialmente per un italiano abituato sul tema al totale assopimento imposto dal mondo politico e dell’informazione, dalla pigrizia della nostra imprenditoria. Ma appena a nord di Trento una città si sta movendo. Si tratta di Bolzano. Il comune si è dotato di una pianificazione coraggiosa: in soli vent’anni le emissioni ad abitante di CO2 da 10 tonnellate ad abitante dovranno passare a 2 grazie ad investimenti e politiche mirate nel settore elettrico, nel termico, nella mobilità. Durante questo periodo di azioni precise, che vanno dall’edilizia fino ai trasporti, dal termico all’elettrico, Bolzano conta di risparmiare 160 milioni di euro, 42 in energia termica, 52 nell’elettrico, 61 nella mobilità.

Il grande arco delle Alpi italiane riuscirà a raccogliere questa enorme opportunità che ci permetterebbe di rilanciare la ricerca, di investire in nuovi lavori e professionalità, di ritornare ad essere protagonisti nel vivere grazie alla qualità e ad un nuovo concetto di benessere (inteso come bene-stare)? Lucka Kaifez richiamava la politica al realismo e all’onestà: un binario ormai obbligatorio da seguire.