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Educazione di una canaglia

Storia di un’infanzia violata nella parrocchia di San Bartolomeo

Luciano ricorda Paolo Rossi. Cognome: lo stesso. Fisico minuto: è lui. Aria da spiazarol (monello): pure. Un che di maledetto alla Mike Jagger. Nei suoi anni giovanili non s’è fatto mancare niente: eroina, galera, comunità. La fuga in Olanda. non quella romantica dei canali e dei tulipani ma dell’amaro sapore dell’attesa dell’amnistia e - ficcata nelle ossa - la maledizione dell’Hiv. Buchi nelle braccia, buchi nell’anima, più giù in fondo...

Eppure non è difficile scavare nel passato e farlo riaffiorare, goccia a goccia, onda su onda, fiume in piena che travolge argini e schemi. Incontenibile.

Troppo: troppo dolore, troppa rabbia, troppo schifo nel ricordo di quei baci in bocca.

“Sono nato il 2 ottobre 1963, insieme alle palafitte di San Bartolomeo. Anni di boom economico che significava lavoro per la mia famiglia, diventati burrascosi dopo il ‘68 per le scelte politiche di mio fratello maggiore. Il rione era ancora senza asfalto e la frontiera era a ridosso della campagna, fatta di vigne, prati a non finire e ciliegi. E tantissimi bambini; anche quelli che allora ne provavano fastidio ne ricorderanno il frastuono delle voci, a inizio e fine scuola. Le due suore dell’asilo tenevano a bada l’esuberanza di certi bambini a suon di ceffoni e castighi. Suor Fausta, per aver dimenticato il grembiule, me ne fece indossare uno da femmina. Per umiliarmi davanti a tutti gli altri: ‘Una bambina non gioca con le macchinine!’ Ho un bel ricordo di mia nonna: salivo le scale correndo e lei era lì, con la stufa a legno accesa. Mi preparava il cappuccino con il caffè della moka, proibito ai bambini”.

Poi, come nei peggiori noir, cambiano il cappellano della parrocchia e improvvisamente la tua vita diventa un incubo. Troppo grande per un bambino di otto anni che ha appena fatto la prima comunione, è diventato chierichetto, deve ubbidire ai grandi, non raccontar bugie, né quello che gli succede, tanto non gli crederebbero...

“Sì, era come un film che si girava da solo, che ho poi rivisto all’infinito. Il cortile dell’oratorio, schiamazzi di giochi al sole, un apparente tranquillo pomeriggio. Arrivava. Sorridente, grassoccio, occhiali con montatura in oro. Faceva qualche carezza in fronte a un bambino/a - le dita come salsicciotti putridi - alzava il mento di un altro e gli sorrideva. Fiùùù... era andata bene. Non io! Ma poi si dirigeva proprio verso di me: merda, non era andata! Il sangue era polvere che non scorreva, la bocca arsa. Non rispondevo al saluto, guardavo a terra, mi prendeva per un polso e mi chiedeva di andare di sopra per parlare. Ok, ok... era andata di merda. Su, dopo finiva... Le due scalinate, la porta a vetri degli appartamenti dei preti. Si girava a destra, poi a sinistra, la terza porta era il suo ufficio. Lo seguivo tenuto per un polso. Incrociavamo spesso la perpetua, ci fermavamo, nessuno parlava. Lei guardava il padre, poi me, poi di nuovo lui. Speravo che mi aiutasse, che dicesse qualcosa. Ma taceva, abbassava gli occhi e se ne andava”.

Ma chi era quest’uomo, come aveva conquistato la fiducia dei genitori?

Foto tratta dall’archivio “Quei da San Bortol”.

“In parrocchia padre Pietro Fochesato, eccellente uomo e cappellano, aveva coinvolto tutti i bambini del rione e costruito un rapporto di totale fiducia con i genitori, che ci mandavano all’oratorio in assoluta tranquillità. Gli succedette padre Gelmo che ereditò la fiducia del quartiere; nessuno poteva immaginare che in lui si nascondesse una tigre feroce che individuava le prede più facili. Ero a rischio perché la parrocchia diventava un rifugio se a casa le liti finivano a botte, l’unico posto dove star,e visto l’ordine datomi dalla mamma: ‘Lo vengo a sapere se non sei li!’ A suon di raffiche di botte col battipanni e con l’altezza di un soldo di cacio, era difficile contrariarla.

Ricordo che provavo molta soggezione, era il primo prete con cui avevo a che fare. Lui sapeva molte cose di me... ma io non gli avevo detto niente e questo mi creava gran confusione, non capivo come facesse. Perfino a confessarmi mi veniva paura di dimenticare qualcosa, magari lui lo sapeva già. Oggi mi rispondo facilmente: confessava tutta la famiglia quell’essere immondo, chissà quante storie sapeva da mia madre. Sicuramente avrò disobbedito, detto parolacce o bugie... tutti quei piccoli peccati che fa un bambino di quell’età!”

Foto tratta dall’archivio “Quei da San Bortol”.

È vero, restammo tutti orfani quando padre Pietro andò via: grandi e piccini lo amavamo tutti, era stato un grande punto di riferimento.

So che hai deciso di raccontare la tua storia a un giornale come cassa di risonanza, dopo che hai aperto una pagina su facebook “San Bartolomeo Trento - ricordi innocenti non solo reati”...

“La prima volta mi condusse per mano di sopra per parlarmi. Parlare non era una cosa che si negava, men che meno a un prete, ti confessi anche, da lui. Un prete lo chiami padre, è normale che ti chieda di salire cavalcioni, sei un bambino, non hai in mente nulla, la fiducia carpita con frasi fatte e ammalianti. Lui aveva una bellissima spada con la figura di un soldato romano sull’elsa. La guardavo ammirato, erano tanti i film sui romani e le spade, lui me la promise in regalo, se diventavo più buono. Ma era un segreto e non lo dovevo raccontare a nessuno. Quello che stonava era quel dondolio su qualcosa di non identificato, ma ci ero seduto sopra e dava fastidio... e tutti quei baci in bocca bagnati. Ma come si fa a parlare di quelle zone dove tutto è tabù e di quei baci che ti danno fastidio?

Le cose si complicarono più avanti, quando cominciò a chiuder la porta a chiave, quando l’insopportabile dolore fisico veniva spacciato per necessario a diventar più buono! A scuola diventai una furia indisciplinata, litigavo con tutti anche senza motivo. A casa non mi sopportavano più e prendevo molte botte; in prima media fui io a picchiare mia madre e lei allora smise. Ero incontrollabile”.

Foto tratta dall’archivio “Quei da San Bortol”.

Non era l’unico pedofilo in zona: lo so perché abitavamo vicini.

“Negli anni Settanta a San Bartolomeo circolavano almeno sei pedofili, dati che ho raccolto grazie anche alle amicizie ricontattate con il gruppo di Facebook. La mia vicenda si chiuse dopo una segnalazione fatta da altri genitori e, dai documenti in Curia, risulta che lui fu spostato a Borgo Valsugana, dove avrà continuato a ‘cibarsi’ di altri bambini. In prima media ho chiuso definitivamente con quella chiesa, a parte frequentarla puntualmente alle undici del venerdì mattina, quando finivo le lezioni e andavo nella ‘succursale’, al Distretto militare. A quell’ora sapevo di trovare le porte aperte, sapevo dove erano i soldi delle elemosine e la chiave per aprire. Tutti i venerdì, con grande soddisfazione, rubavo quei soldi che poi spendevo con i compagni comprando petardi. Riuscii a ottenere il diploma di cuoco e poi via, di corsa, incontro a una vita piena di pericoli, rabbia, veleno, autodistruzione, e a fare i conti con il passato che, da oltre un anno, è tornato prepotentemente a galla, urlando”.

Altra testimonianza, stesso prete

Francesco B. racconta quasi con sollievo la sua esperienza. Si ritiene molto fortunato.

I tragici contatti, che hanno invece devastato Luciano, per lui si sono limitati ad “approcci troppo affettuosi, a palpeggiamenti intimi” da parte dello stesso sacerdote. Frequentava la prima media e raccontò subito l’episodio a suo padre che, d’impeto, affrontò e malmenò il sacerdote. Le molestie cessarono immediatamente e lui, poco dopo, cambiò parrocchia.

Anche se avere una famiglia solidale gli ha permesso di crescere normalmente, ripensare a quegli episodi incresciosi gli provoca comunque un senso di allarme, di timore per i tanti bambini affidati ingenuamente a persone indegne. E pensare a quel sacerdote ormai deceduto e al detto “lascia in pace i morti” non pacifica del tutto.