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Dopo i dittatori i fondamentalisti?

La primavera araba sta portando al potere i partiti islamici “moderati”: un errore dell’Occidente che ha sostenuto le rivolte o un suo preciso calcolo politico?

Tunisini in fila davanti ai seggi elettorali

All’indomani delle elezioni tunisine e della fine di Gheddafi, nell’imminenza delle elezioni in Egitto, si intravede ormai più nettamente l’esito della “primavera araba” e della ventata di democrazia che ha spazzato il Nord Africa in questi mesi. Ovunque i partiti di un Islam moderato, o sedicente tale, si sono fatti avanti e hanno occupato d’imperio la scena uscendo dall’ombra indistinta dei movimenti rivoluzionari che hanno posto fine in pochi mesi a lunghe dittature. In Tunisia ha vinto le elezioni un partito islamico dichiaratamente moderato, di stampo “democristiano”, che ha già offerto un’alleanza di governo a forze di ispirazione laica, per fugare ogni sospetto residuo; in Egitto i Fratelli Musulmani, storicamente la matrice dei moderni fondamentalisti, hanno stretto un patto di ferro con la casta militare e si preparano a governare; in Libia si annunciano elezioni entro un anno, il cui esito a favore delle forze islamiche appare scontato.

Verrebbe da chiedersi: ma l’Occidente ha appoggiato e sostenuto - anche militarmente nel caso libico - le rivoluzioni arabe solo per vedersi poi questi paesi scivolare a uno a uno in mano a forze di ispirazione islamica? L’ Islam militante portato alla vittoria da armi occidentali: sarebbe un caso da manuale di eterogenesi dei fini. Eppure, si ragiona, la storia recente dovrebbe avere insegnato qualcosa agli Usa e all’Europa: nell’ Iraq “liberato”, le prime elezioni libere portarono al potere il partito degli sciiti, i cui vertici religiosi si sono formati nelle università religiose dell’Iran. Nell’Afghanistan “in via di liberazione” si può star certi che le prime elezioni democratiche, che si avranno all’indomani del preannunciato ritiro euro-americano, segneranno il trionfo di forze islamiche più o meno “moderate”. Paradossalmente Saddam, Ben Ali, Mubarak. Gheddafi, ossia quattro bastioni degli interessi occidentali, sarebbero stati spazzati via con l’intervento diretto o indiretto della NATO solo per regalare il potere agli islamici.

C’è evidentemente qualcosa che non quadra: o i leader politici americani e europei sono degli ottusi autolesionisti, incapaci di guardare agli interessi dell’Occidente, oppure le cose stanno diversamente. Per esempio, Obama Cameron e Sarkozy potrebbero aver fatto un calcolo diverso e starebbero in realtà scommettendo su un Islam moderato come nuovo garante degli equilibri nella regione.

Il premier turco Erdogan

Per capire meglio, dobbiamo partire un po’ da lontano. In primo luogo proprio dall’Irak, dove gli americani - ossia le forze occupanti - in questi anni hanno collaborato egregiamente con gli sciiti “moderati” al potere; e, in secondo luogo, si deve pensare alla Turchia dell’ “islamico e democratico” Erdogan. Questi due casi devono avere convinto i pragmatici americani e la NATO che su un certo Islam politico, che non parla necessariamente il linguaggio degli estremisti, si può oggi puntare, ci si può lavorare per arrivare domani a una migliore e più tranquilla gestione degli affari in Medio Oriente. I dittatori abbattuti - così si ragiona - erano al potere da troppo tempo, con un dissenso interno ormai esplosivo, e a costi crescenti per le casse del tesoro USA, che notoriamente foraggiava ampiamente paesi come l’Egitto. Accreditarsi oggi come sostenitori della democratizzazione di quei paesi, anche al prezzo di portare al potere partiti d’ispirazione religiosa - i soli capaci, in prospettiva, di garantire un forte controllo sociale - è il calcolo e la sfida dell’America di Obama, che peraltro riprende in parte e raffina il vecchio progetto “Grande Medio Oriente” di Bush.

In sintesi: si punta su partiti islamici moderati e “democratici” come nuovi garanti degli interessi occidentali nella regione; si punta anche - aspetto non secondario della innovativa politica di Obama - a cambiare radicalmente l’immagine dell’America nel mondo arabo, troppo compromessa negli ultimi decenni.

L’ascesa della Turchia e l’isolamento di Israele

Certamente questi sviluppi partono anche dal fatto nuovo, nello scenario mediorientale, della rinascita della potenza turca: un grande paese di quasi 80 milioni di abitanti, con tassi di sviluppo cinesi, destinato in un ventennio a raggiungere e superare - secondo le attuali proiezioni - le maggiori economie europee; un paese che si è presentato al mondo (e soprattutto al mondo arabo) con una nuova formula, “Islam più democrazia”; una formula che sembra essere, o meglio viene abilmente propagandata come il “segreto” del suo successo. I partiti islamici che si accingono a salire al potere in Tunisia Libia e Egitto si ispirano ostentatamente al modello turco. Le recenti visite del premier turco Erdogan nei paesi in questione sono state un tour trionfale.

Scontri fra cristiani copti e musulmani in Egitto

Ma il modello turco si giova, per aumentare il proprio appeal, anche di una politica estera più muscolare: l’invio di navi militari a Cipro per proteggere le prospezioni petrolifere sottomarine; le incursioni dell’esercito turco sulle basi kurde in Nord Irak; le pesanti ingerenze nella Siria di Assad. Soprattutto questa Turchia, con forti tentazioni imperiali neo-ottomane, ha dato da qualche tempo una svolta alla sua politica estera nei confronti di Israele. I tradizionali buoni rapporti con Tel Aviv (fino a non molto tempo fa le forze armate dei due paesi facevano regolari esercitazioni comuni in Anatolia) non esistono più. Con molta discrezione, ma con passo inesorabile, la Turchia neo-ottomana si sta riappropriando di quel ruolo di guida del mondo sunnita che le era stato proprio dal 1500 sino alla prima guerra mondiale. Ma il capolavoro di Erdogan è stato un altro: ha saputo suscitare l’entusiastico appoggio delle popolazioni di quei paesi arabi che, dalla Siria all’Egitto e fino alla Tunisia, sono ex-colonie dell’Impero ottomano, che da esso si erano liberati dopo la prima guerra mondiale anche grazie a una lunga, massiccia mobilitazione in chiave di nazionalismo anti-turco.

Questa Turchia, bastione della NATO, rappresenta oggi la faccia moderna, efficiente e appunto democratica dell’Islam nel Medio Oriente. Un modello che si pone agli antipodi rispetto a quello islamico-conservatore dell’Arabia Saudita wahhabita, che pure, come di sa, è un alleato fondamentale degli USA nella regione. Ecco, l’avvento sulla scena di questa Turchia neo-ottomana ha cambiato tutti i rapporti con i grandi attori della regione. L’Arabia Saudita, che da decenni esporta coi petrodollari il suo modello wahhabita in Nord-Africa, non è più il leader incontrastato del mondo sunnita; l’Egitto da parte sua, finita l’epoca del socialismo arabo nasseriano a suo tempo esportato dall’Algeria allo Yemen, ha oggi conflitti interni interreligiosi e troppi problemi economici per poter giocare un ruolo internazionale. Ma è soprattutto l’Iran che esce ridimensionato dal protagonismo turco. L’Iran di Ahmadinejad, con una certa abilità, in questi anni ha spesso calcato la mano sull’antisemitismo per guadagnare facili consensi internazionali tra le masse arabe deluse dai loro governi “collusi con l’Occidente cristiano-sionista”; al contempo ha esteso la sua influenza dall’Irak al Golfo e sino al Libano. Ora la Turchia si presenta come il campione di una rimonta sunnita e la rottura dei tradizionali buoni rapporti con Israele è da leggersi anche in chiave di contenimento dell’espansionismo iraniano (e arabo-saudita), oltre che nel contesto di una politica di grandeur neo-ottomana.

Chi ora comincia a preoccuparsi seriamente è Israele: le rivoluzioni arabe, portando al potere partiti islamici ancorché moderati, l’hanno messa in forte allarme. I nuovi costituendi regimi islamici moderati dalla Tunisia all’Egitto (e domani magari anche in Siria), che guardano alla Turchia come al loro leader naturale, cominciano ad essere troppi e stanno già rivelandosi partners molto meno malleabili dell’Egitto di Mubarak o della Tunisia di Ben Ali. Ciliegina su tutto questo: la Turchia dell’astuto Erdogan ostenta buoni rapporti con l’Iran degli ayatollah, mentre Israele, con la sua ostinata e miope politica di umiliazione delle aspirazioni palestinesi, è riuscita nel capolavoro di trovarsi isolata da tutti: Egitto e Turchia, se non bastava già l’Iran, ossia tutte le medie potenze della regione sono oggi schierate dalla stessa parte.

Il senso di accerchiamento di Israele oggi è patente. E la tentazione di avventure sciagurate aumenta: si ritorna non a caso a parlare di attacco preventivo israeliano all’Iran, di bombardamento delle sue centrali atomiche, magari con l’intento neanche troppo velato di dare un segnale preciso, un avvertimento, alle mire neoimperiali della Turchia.