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Speranza

Foto di Luca Facchini

I miei genitori mi chiamarono Nadia per motivi diversi. Mamma rimase colpita da una piccola Nadia che morì durante la guerra di febbre maltese, papà da una Nadia russa, rinchiusa con lui a Mauthausen e che scomparve nei forni crematori. Cominciavo bene, insomma! Anche se, essendo nata il giorno di Sant’Anna, il suggerimento era chiaro e veniva forse più logico chiamarmi con quel nome dolce e antico che significa “grazia”. Infatti, una vecchia prozia non riuscì a stare zitta per la scelta di quel nome blasfemo, che non aveva una santa nel calendario, insistendo perché mi chiamassero Anna. Mamma a questo punto si ostinò per contraddirla e quella zietta zizzania giurò che non mi avrebbe mai guardato, così... giusto per restituire il dispiacere.

Nel mio immaginario infantile quell’antenata rappresentava la lettera zeta: zitta zia zietta zitella zizzania zoppa! Minuta, sempre vestita di nero, rimasta zoppa a una gamba per una caduta da bambina, fu a lungo signorina e zitella poi. Donna di fede, dalla sua casa di fronte alla chiesa controllava la vita del paese che le scorreva davanti. Da ragazzina mi capitò di stare da lei per alcune settimane, a contatto con le ragioni della sua vita: i preti, il gatto, e la grola, una cornacchia nera trovata ferita a una zampa, che non volava più e zoppicava come lei, con la medesima gamba. La zia cucinava molto bene e preparava ottimi pranzi per i vari sacerdoti che si alternarono nel paesino e al suo tavolo. Ai quali lei chiedeva sempre, ma invano, spiegazioni di quel mio nome strano che non considerava valido per la Chiesa. Per farla contenta le lasciavano vari santini ai quali dovevo rivolgere preghiere di scambio.

Viveva in simbiosi con la grola, che si era lasciata addomesticare ma molestava le galline dei vicini facendosi rincorrere dal gallo. Grola perfida, che mi aspettava sempre in cima alla scala e quando le passavo davanti mi dava rapidissime e vili beccate alle gambe! E c’era un enorme gatto rosso che poi divenne cieco, che mi faceva gli agguati in corridoio ed io, con la mia gattofobia, ogni volta sobbalzavo gridando terrorizzata. E - giuro! - rispondeva sì o no alle domande della zia. Un ambiente rilassante, dove passare istruttive vacanze insomma!

Per quegli anni fu una donna emancipata perché dopo la guerra diventò la prima portalettere della valle. Nonostante il suo proverbiale egoismo, dicono dovuto al non essere mai stata madre, mi abbonava tutti gli anni al Piccolo Missionario e, se ero in colonia, mi mandava sempre cinquecento lire di carta. Ben stese in un biglietto postale color verde, dove mi spiegava che era poco perché quell’anno aveva avuto molte spese. Ma io diventavo improvvisamente ricca e potevo comprare qualche ricordino fatto con le conchiglie per lei, e la mamma non poteva neanche sgridarmi per quella spesa inutile. A modo suo credo mi volesse bene e lo misi a fuoco impaurita quando mi capitò di passare un pomeriggio allucinante da sola con la sua salma nella cappella mortuaria. In attesa del carro funebre che non arrivava, bloccato da un’abbondante nevicata, cercavo quel qualcosa di buono che ricordavo di lei... del resto a cosa si pensa in momenti come quelli?

La cosa incredibile era che Nadia deriva dal russo Nadezda e significa “speranza”... sì, anche nel mio caso “nomen omen”, il nome era un presagio. Ma il colmo era che di cognome quella zia faceva “Speranza”, e si era ostinata a rifiutare una bambina con un nome russo che significava proprio quella virtù. Non glielo avevo mai detto e constatai la coincidenza proprio mentre cercavo il distacco necessario per non farmi travolgere emotivamente da quella situazione paradossale. Del resto eravamo sempre state lontane, mai intime anche se consanguinee, mai affezionate, perché la famiglia non le perdonò certe sue ingerenze e quindi la evitavamo. Lì da sole lei ed io, con un freddo pazzesco e senza una sua eredità morale da raccogliere, senza lacrime che la rimpiangessero, senza che avesse sparso buoni ricordi tra qualcuno. Era rimasta sola come nemmeno un cane dovrebbe essere in quei momenti, nemmeno uno di quei suoi preti dai santini colorati a parlare di speranza cristiana. Quella che provavo era una speranza molto terrena di consegnare presto il suo corpo a chi competeva e il suo ricordo all’oblio. Nonostante tutto, finalmente uscii viva e invecchiata di molto da quel cimitero, ma con un bellissimo tramonto, diventato rosso anche quella sera. Il domani prometteva bene.

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Commenti (1)

E. Bunker

OK.Teste solide e cuori teneri.
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