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Un nuovo quartiere urbano

Reichenau, nord-est di Innsbruck: l’opportunità di avviare dei progetti “inauditi”

Dieci ettari attorno all’ex-centro ippico, l’80% già di proprietà del comune. Una delle poche opportunità di costruire un nuovo quartiere con centinaia di appartamenti, con il trasporto pubblico già esistente (ora filobus, in futuro il tram regionale), ma anche con due strade limitrofe a traffico intenso. Scuole, asilo-nido, negozi, centro giovanile, centri di quartiere, tutto c’è già nelle vicinanze. Il sogno di ogni dipartimento di urbanistica. Purtroppo c’è un ma.

Reichenau è un quartiere a nord-est della città, costruito secondo un piano urbanistico comunale negli anni ‘50. Un insieme che funziona benissimo. L’ex-centro ippico è terreno edificabile subito, poiché i cavalieri si sono trasferiti nel borgo di Igls, a sud della città. Ci vuole un piano regolatore, e via con le gru. Ma ci sono anche altre aree sportive, affittate a diverse società ed associazioni, ed una casa del popolo (in degrado, cioè da ricostruire, il che vuol dire che potrebbe anche essere trasferita in un altro posto della zona).

Il dipartimento comunale all’urbanistica ha presentato, insieme all’istituto urbanistico della facoltà di Architettura, uno studio preliminare che mette in evidenza alcune varianti. Sostanzialmente bisogna decidere se vogliamo subito cementificare l’ex-centro ippico con 200 appartamenti di edilizia popolare e lasciare il resto come è ora, oppure riorganizzare tutta la zona, “muovendo” anche le aree sportive (magari con qualche sinergia: davvero ogni associazione ha bisogno di un suo bar, di un suo parcheggio, di una sua infrastruttura tecnica?), e spostando anche la casa del popolo, rimescolando cioè piccoli centri, verde urbano, appartamenti, creando insomma un nuovo tessuto urbano. Il che, ovviamente, abbisogna di tempi più lunghi, di negoziati complessi e di un decisionismo urbanistico più lungimirante. Il problema di traslocare le associazioni sportive, poi, sembra una questione di politica clientelare anziché di urbanistica...

Le varianti del masterplan sono da sei mesi sul tavolo della commissione urbanistica del Consiglio, che a 5 mesi dalle elezioni non ha voluto decidere un bel niente. E allora bisogna concentrarsi sui problemi, per costruire un quartiere sostenibile.

Non per niente l’Aut (Architektur und Tirol, il Centro della cultura architettonica ed urbanistica) ha voluto dedicare tutte le conferenze di questa stagione al tema dell’edilizia popolare: Efficienza energetica, sostenibilità sociale, risparmio di risorse (anche di spazio), adattamento allo sviluppo demografico... Sugli stessi temi, anche un simposio organizzato dall’assessore provinciale all’Edilizia recentemente ha discusso. Vogliamo - potremo - continuare come se niente fosse, con il business as usual, con i piani regolatori degli ultimi decenni, con le norme provenienti da tempi che non conoscevano ancora i limiti della crescita, con un consumo di territorio enorme (40 mq e anche più per ogni persona), con appartamenti costruiti sul modello di una famiglia-tipo che non esiste più e con un parcheggio sotterraneo per almeno un’auto per ogni appartamento, con i costi dell’edilizia popolare alle stelle? - ha chiesto l’arch. Carlo Baumschlager.

“Resilience”, cioè un modo di costruire robusto perché flessibile, adattabile a diversi usi, per tutte le stagioni della vita, ha proposto Christoph Chorherr, consigliere verde a Vienna e promotore di alcuni progetti urbanistici, come il quartiere senza auto e la “Città della bici” a Vienna. Questa flessibilità, però, sarà impossibile quando il terreno verrà lottizzato fra le cooperative di edilizia popolare, le quali hanno sì imparato a costruire in con un’efficienza energetica impressionante, ma di nuovi modelli della famiglia, di spazi comunitari, di tipologie nuove di appartamenti, non vogliono sentirne parlare. Il prof. Klaus Lugger, direttore della Neue Heimat e presidente del settore delle cooperative è esplicito: “Amministro decine di migliaia di appartamenti sociali in tutta la provincia e so bene ciò che i miei clienti vogliono”. Sarà, ma forse vogliono le strutture tradizionali perché non sanno che potrebbero volerne altre, non le hanno mai viste. Possibile che nell’edilizia popolare (che insomma non è un mercato vero) l’offerta condizioni la domanda? Possibilissimo.

Insomma, per rendere possibile un minimo di rinnovamento, sarebbe necessario riservare almeno una parte del masterplan a progetti “inauditi”, anche privati, cioè di gruppi di cittadini associati appunto per creare nuovi modelli di convivenza e di uso del territorio.

Siamo sotto elezioni. Avremo il coraggio di ripensare un po’ lo sviluppo della città? Vedremo. La speranza è l’ultima a morire.