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Tutto in mano a Dellai. Ma stavolta...

Il disegno accentratore del Presidente e lo stop del Pd. Che, finalmente, non cala le brache

Lorenzo Dellai

Lorenzo Dellai che centralizza. Il presidente della Giunta Provinciale che negli ultimi 30-35 anni (dai tempi di Kessler) ha saputo accentrare su di sé il massimo dei poteri, giunto al termine (teorico) dei suoi mandati, imprime un’ulteriore stretta centralizzatrice, secondo una cultura per cui la società per essere efficiente deve essere orientata con mano ferma. Solo che stavolta il suo disegno si arena, rimane a metà strada, contrastato e ridimensionato dal principale e riottoso alleato, il Pd.

È corretta questa lettura degli ultimi avvenimenti? Con Dellai e il gruppo consiliare del Pd che, prima dell’approvazione della finanziaria fanno fuoco e fiamme sui giornali, l’un contro l’altro armati, e poi al momento del voto ritornano concordi come non mai e mangiano il panettone tranquilli? Rivediamo come sono andati i fatti, cercando di interpretarli.

Ai primi giorni di novembre la Giunta provinciale presenta il suo progetto di finanziaria. All’interno di un impianto che cerca di fronteggiare gli effetti del perdurare della crisi economica (e su questo ci ripromettiamo di tornare prossimamente) e che quindi, con tagli o incentivi, va a modificare molteplici leggi, la Giunta infila una serie di provvedimenti accentratori. Accentramento e dipendenza dalla politica nella riorganizzazione della struttura amministrativa, quando già l’autonomia dei funzionari era stata ridotta da Dellai al minimo storico (la credibilità di certe strutture anche tecniche come ad esempio l’Agenzia Per la Protezione dell’Ambiente, ridotte a zerbino del potere politico, è nulla presso la popolazione, che si fida di più di analoghi enti extraprovinciali, vedi articolo sull’acciaieria di Borgo).

Ancora accentramento nell’istruzione, con una gestione più dirigistica non tanto della politica scolastica, ma delle scuole stesse, con la riduzione delle competenze dei consigli scolastici e il loro trasferimento in capo ai presidi, peraltro già normalizzati e diventati dirigenti provinciali, più pagati e più ossequienti; e questo in parallelo alle mani pesantemente messe sull’Università provincializzata, secondo un disegno che tanto sta angustiando il mondo accademico trentino. Infine difesa degli attuali metodi di nomina nelle tante società controllate dalla Pat (Cassa del Trentino, Trentino Trasporti ecc.), finora feudo dei dirigenti fedeli e dei politici a fine carriera, cui una legge (proprio del Pd) aveva tentato di dare più trasparenza e che invece la Giunta provvede, con la finanziaria, ad annacquare.

Insomma, un pacchetto di proposte coerentemente tese a rafforzare ulteriormente il controllo politico su uffici e società. Il Pd si oppone presentando sostanziose modifiche attraverso ben 70 emendamenti, aggiungendovi per di più un carico da novanta: una normativa che, di fronte all’affacciarsi di un debito provinciale, tende a delimitarlo rigorosamente, cosa vista da Dellai come un’oltraggiosa limitazione della sua libertà d’azione. Di qui le polemiche.

La Pat sopra tutto e tutti

Sara Ferrari

“Dellai si organizza la sua finanziaria, e ce la presenta a cose fatte, per l’approvazione. Questa volta ci siamo presi il tempo per studiare i vari provvedimenti e presentare le nostre riserve” commenta, minimalista e conciliante, la consigliera del Pd Sara Ferrari.

Va più a fondo il segretario del partito Michele Nicoletti. “Tra noi e Dellai non c’è diversità di contenuto, è comune l’idea di un Trentino solidale, che investa su scuola, ricerca e innovazione, un’Autonomia che va difesa ma anche aperta al mondo. La diversità sta sul come affrontare questi temi. Non concordiamo con un’enfatica concezione della Provincia come piccolo stato, una concentrazione di potere politico ed economico eccessiva; per noi la crescita del Trentino deve essere affidata a un nuovo protagonismo della società, a una sua autonomia pienamente valorizzata, non attraverso gli appelli sui giornali, ma attraverso forme istituzionali rispettose, vedi il caso della salvaguardia dell’autonomia dell’Università”.

Questo dunque il punto di partenza. Poi, cosa succede? È da oltre dieci anni che il Pd, e prima i Ds, tenta di arginare Dellai, attraverso proclami più o meno bellicosi. Sempre risoltisi in una bolla di sapone, Dellai tiene duro e i Pds-Ds-Pd prima si dividono e poi calano le braghe. Anche questa volta c’erano tutte le premesse del solito copione: gli assessori del Pd in Giunta sono agnellini, a partire dal vicepresidente Alberto Pacher, e infatti subito si sono spesi per far rientrare gli emendamenti. Questa volta però il Pd, inteso come gruppo consiliare, non cede. Con Dellai media. E quando infine ritira gli emendamenti, lo fa avendo fatto modificare il testo della Giunta.

Modifiche sostanziali o contentini?

Michele Nicoletti

Vediamo, prendendo il tema dell’autonomia della struttura organizzativa. Punto tutt’altro che secondario. “La governance dirigistica e paternalistica della Pat funge quasi da controllo della società” denuncia il segretario del Pd Nicoletti, cui fa eco il capogruppo Luca Zeni: “La politica deve dare la linee guida, ma il garante del rispetto delle regole e leggi deve essere il funzionario, anche a garanzia del cittadino”.

D’accordo. Cosa si è ottenuto? Gli assetti organizzativi della struttura, cioè riorganizzazioni degli uffici, spostamenti, promozioni, vale a dire le modalità vere con cui la politica premia o castiga i propri dipendenti, sono ancora decisioni della Giunta, che devono però passare attraverso un parere delle commissioni consiliari (in cui sono presenti anche le opposizioni). Insomma, non è una rivoluzione, ma si è attivato un percorso trasparente, dove funzionari e dirigenti non sono più in balia dell’imperscrutabilità di decisioni che la Giunta può prendere a suo piacimento.

Analogamente sulle competenze dagli organi scolastici e sulla trasparenza delle nomine: si può dire, senza entrare troppo nei dettagli, che la Giunta ha fatto sostanziali passi indietro. Anche se, a dirla tutta, l’osso non sembra averlo mollato, bisognerà vedere come si applicheranno le norme.

Duro è stato lo scontro sul debito. Anche perché Dellai è stato colto sul vivo, apparso come colui che vuole spendere le risorse dei figli, lasciandoli indebitati, né più né meno di come hanno inguaiato noi a Roma gli Andreotti e i Craxi. Su questo tema (vedi anche il servizio “Debito della Pat: possiamo stare tranquilli?” su Qt di novembre) si è particolarmente speso il capogruppo Pd Zeni: “Con la manovra 2008-2009 abbiamo buttate tante risorse nel sistema produttivo per arginare la crisi, che ora si vede invece di lungo periodo; e non è quindi possibile proseguire con politiche di forte sostegno, anche indiscriminato, ricorrendo al debito. Una manovra molto utile per mantenere in piedi il sistema, per non creare problemi sociali, ma (come del resto negli stati occidentali che hanno praticato le stesse misure) non ha rilanciato l’economia. E ora non è possibile proseguire sulla stessa strada, aumentando a dismisura il debito. Dobbiamo quindi investire molto sulla produttività, selezionando gli investimenti. Ma sia chiaro: non abbiamo detto che al debito non vogliamo mai ricorrervi, bensì che deve essere una risorsa straordinaria, non strutturale, e comunque rivolta a investimenti produttivi”. E non a strampalate costruzioni di nuove scuole e strade e Metroland.

Dopo molta tensione, pure qui si è giunti a dei compromessi condivisi (anche qui risparmiamo al lettore i dettagli) che sostanzialmente non impediscono il debito, lo rendono più controllato.

Il futuro di Dellai? Passa per il Pd

Luca Zeni

In conclusione, chi ha vinto e chi ha perso? A vedere in aula gli atteggiamenti rilassati dei consiglieri Pd durante la maratona delle votazioni della finanziaria, i vincitori sembravano loro. Ma d’altronde, altrettanto tranquillo e soddisfatto, a finanziaria approvata, era il solitamente ombroso Dellai. Probabilmente la verità sta in mezzo. Si è trattata di una vera mediazione. Se è così, resta il fatto che per la prima volta Dellai arretra e il Pd non sbraca. Come mai?

Probabilmente per le qualità mediatorie del giovane Zeni (flessibile eppur fermo) e per il suo rapporto di vicinanza non subalterna con Dellai, dal quale era stato indicato come il successore alla guida della Margherita, quando erano entrambi in quel partito. Ma ci sono anche e soprattutto motivazioni più di fondo. Dellai si trova in grave difficoltà politica con le comunità di valle (ne parliamo in “Trenta giorni”). La riforma non è decollata, ed ora si trova sotto il fuoco incrociato sia del referendum della Lega, sia del boicottaggio dei sindaci, che temono (giustamente) per il loro potere. Ma i sindaci sono il cuore dell’Upt, il partito di Dellai. Che quindi si trova assediato dall’esterno e contestato dall’interno. E su un tema squisitamente politico: aver impostato una riforma istituzionale tanto impegnativa quanto furbastra, aver cioè voluto perseguire un sacrosanto obiettivo (l’accorpamento dei Comuni) attraverso un percorso che dichiarava altro. Crisi quindi grave. Che si somma ai suoi problemi personali di carriera a fine mandato.

In questa situazione il rapporto obbligato è con il Pd, il solo che può ragionevolmente difendere le Comunità di valle (opportunamente rivisitate). L’unico che può sostenerlo se optasse per un posto al sole a Roma. Il referente obbligato se volesse tentare la (sciagurata) via Putin-Medvev, scambiandosi le poltrone con l’attuale vice, il remissivo Pacher presidente travicello, e fare lui il presidente vero dallo scranno di vicepresidente.

Per questo, tanto più su temi (l’invasività della politica e della Pat) che gli risulterebbero decisamente impopolari, Dellai questa volta, tranquillo, ha fatto un paio di passi indietro.