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Game over

È di pochi giorni fa la notizia secondo cui, presso le scuole materne gestite dalla Federazione, verranno attivati dei corsi specifici per aiutare i bambini a sviluppare una propria capacità decisionale. L’obiettivo sarebbe quello di coinvolgere i piccoli nella scelta dei giochi o del menu per i pasti, puntando sul potenziamento della capacità di riconoscere gli altri come interlocutori con cui giocare, discutere, prendere alcune decisioni che saranno poi vincolanti per tutti. È il gioco della democrazia. Quello che molti nostri politici sembrano non conoscere più. A cominciare dal presidente Dellai.

La discussione intorno alla riforma dell’ateneo trentino (di cui parliamo ampiamente in un servizio a pag. 14) ha qualcosa di paradossale. La bozza del nuovo statuto presentata dalla Provincia ha compiuto il miracolo di ricompattare praticamente tutto il corpo docente, schierato come un sol uomo contro la proposta, ormai soltanto difesa dal rettore Bassi.

Sono volate parole grosse, professori prudentissimi e stimatissimi hanno parlato di un documento “impresentabile”, di un Presidente della Giunta “mal consigliato”, di uno statuto scritto con i piedi da persone completamente inesperte.

Qual è stata la risposta di Dellai? Quella del bambino che non vuole più giocare con chi esprime una posizione diversa dalla sua. Mi criticate? Allora gioco da solo. Anzi, mi tengo anche il giocattolo. Se non accettate le mie regole, niente università in capo alla Provincia e niente soldi: tornate a bussare a Roma.

Altro scenario, le critiche - sacrosante - dei giornali nazionali contro gli sperperi e i privilegi dell’autonomia trentina. Questa volta il nemico è esterno. E quindi ignorante della storia, corroso dall’invidia, desideroso di rubare le nostre risorse. Populista, qualunquista, demagogico. Per questo i bambini dell’asilo, capitanati da Dellai, devono ricompattarsi e fare un fronte unico. Nessuna interlocuzione con l’esterno, occorre invece ritrovare un genuino spirito di appartenenza. Per vivificare questo sentimento identitario è prevista un’intera settimana di “orgoglio trentino”. E chi sarà il regista di queste feste e libagioni celebrative? Naturalmente la Giunta provinciale che nominerà un comitato organizzatore: i giochi saranno centralizzati, come vuole la migliore tecnica propagandistica. Il popolo dovrà partecipare in massa, recitando in un copione scritto nelle alte sfere. È questo che vogliamo proporre come risposta a chi ci chiede ragione della nostra economia? Tutto si esaurisce in una settimana di giochi? Ma, anche in questo caso, siamo al game over.

Terzo scenario. Il referendum per l’abolizione delle Comunità di Valle. È chiaro che tutto divide chi scrive dalla Lega Nord; ma questo non ci impedisce dal prestare attenzione ad una battaglia politica su aspetti concreti condotta con impegno e rispetto delle regole della democrazia. La Lega ci invita a giocare con le regole che insieme ci siamo dati. Qual è la reazione di parte della maggioranza provinciale? Quella di rovesciare il tavolo, non starci più, abbandonare la partita. Boicottare tutto lanciando appelli all’astensione. Per fortuna il PD ha dato qualche segnale di vita: il segretario e alcuni consiglieri andranno a votare. Dellai invece è deciso: se il gioco mi piace, partecipo; altrimenti me ne vado. Se si vuol far votare la gente su una mia riforma che la gente non capisce, io non ci sto più.

Non sappiamo dire se si tratti di una deriva psicologica, dovuta alla prossima (ma non certa) uscita di scena. Comunque in questo ultimo scorcio di legislatura Lorenzo Dellai sta dando il peggio di sé. La capacità di assumere decisioni e responsabilità è diventata arroganza, l’impulso riformatore si è volto verso un centralismo rigido quando non autoritario. Con l’Autonomia che inizia e finisce nella Provincia, anzi nel suo Presidente. A che pro?

Il quadro è aggravato dalla prossima fine della presidenza, giunta al limite statutario dei tre mandati. Game over.

E invece no. Ci si dà da fare per cambiare le regole in corsa, perché c’è la crisi, perché non si vedono alternative, perché il Presidente ha fatto bene in questi quindici anni. E allora tutto diventa più fosco: si intravedono pulsioni vagamente autoritarie.

Se il gioco non mi sta bene rovescio il tavolo, ma a comandarlo devo essere io.

Quanto a lungo possiamo andare avanti così?