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L’esperimento non piace

Comunità di valle: in Fiemme e Fassa viene percepita come un inutile moltiplicatore di poltrone

Dall’esterno le due vallate di Fiemme e Fassa sono percepite come strutture unite, caratterizzate da omogeneità territoriale, socio-economica, identitaria. La prima fa riferimento diretto a un ente pubblico storico come la Magnifica Comunità di Fiemme e la seconda è culla della minoranza linguistica ladina. Non potrebbe esistere quindi laboratorio migliore per sperimentare la nascita delle Comunità di valle, per trovarvi motivazioni, addirittura entusiasmo. Il mondo politico locale sostiene, alimenta questi aspetti e invita con pressante azione mediatica i cittadini a non andare a sottoscrivere i referendum abrogativi della Lega.

Ma quando dai politici si passa ai cittadini - ci riferiamo a cittadini attivi nel sociale - la percezione verso le Comunità è opposta. Non è un caso che lo scorso anno al voto l’astensionismo sia stato tra i più elevati della Provincia. Ad oltre un anno dalla nascita degli enti il cittadino non ha visto alcun risultato. Nessun trasferimento di personale dai comuni ai nuovi enti, l’urbanistica è ferma al palo e si discute solo di piani stralcio per superare i vincoli del Piano Urbanistico Provinciale in materia di viabilità e nuove aree sciabili, l’assistenza sociale soffre le identiche inefficienze presenti nei Comprensori (mancanza di fondi, di personale, mancate risposte ad esigenze delle famiglie), i temi della salute, della formazione scolastica, della qualità del lavoro sono assenti dal confronto. Si è arrivati al punto di scremare la lista dei giornalisti da invitare alle conferenze stampa al fine di evitare possibili scomode presenze (presentazione del piano sociale, da nessuno conosciuto e approvato senza un solo passaggio pubblico).

Certo, in val di Fiemme la Lega non ha raccolto eccessivi consensi, ma solo perché i cittadini provano comunque una certa diffidenza verso il partito. La lunga alleanza con Berlusconi gli ha fatto perdere identità e credibilità. Ma la percezione che il superamento del quorum era certo è stato il fattore determinante della disaffezione: stanchezza che subito sarà abbandonata al momento del voto, segreto. Per votare sì all’abrogazione dell’ente.

In val di Fassa, dove il Comun generale è istituito con una legge diversa (L.P.10.2.2010 n°1) si prevedono organismi di governo differenziato, che fanno ancora riferimento diretto ai Comuni: la giunta è espressione dei sindaci. Qui il territorio è tenuto unito dalla ladinità, o meglio, da un interesse diffuso nel dichiarasi ladini per ottenere privilegi dalla Provincia. E da un partito che ha cancellato dal suo dibattito interno ogni idealità, ogni differenza culturale, la UAL, un partito ben poco rappresentativo, costituito da 170 tesserati. Accanto a questo l’alta valle di Fassa vive con animosità la presenza di Moena, definita “storicamente fiemmazza” e opportunista nello scegliere con chi stare: con la Magnifica Comunità di Fiemme per gestire i boschi, con Fassa per gestire il territorio dal punto di vista di una preponderanza politica ritenuta inaccettabile (consigliere provinciale ladino, Procuradora del Comun Generale, presidenza delle Casse Rurali, direzione del Museo ladino di Vigo).

Per abolire il Comun Generale serve però un’altra richiesta di referendum. E qui la Lega fallirà. Perché il controllo su chi firma da parte delle pubbliche amministrazioni è troppo diffuso e perché le firme richieste sono un’enormità, 1500, come previsto dallo statuto ladino, il 19% dell’elettorato attivo contro il 2% del livello provinciale. Un evidente limite democratico dello statuto di Fassa, con i cittadini ridotti a comparse.

Anche nel Comun Generale di Fascia non si è ancora discusso di temi alti: tutte le attenzioni sono rivolte ad una variante-stralcio del piano urbanistico che permetta l’inserimento di nuove circonvallazioni, nuove linee e caroselli funiviari. Il sociale e la cultura sono attori politici che lo stralcio lo hanno già subito, di netto. Come ben dimostra il dibattito che si svolge sui quotidiani. Anche su questo si gioca la diffidenza sempre più netta che divide il volere dei politici dalla percezione reale dei cittadini nei confronti del nuovo ente. Anche qui vissuto come inutile, come ulteriore momento di spartizione di cariche. Niente altro.